lunedì, luglio 07, 2008

La pena certa e il collasso delle regole civili




DA BECCARIA A RUDOLPH GIULIANI, IL TRAMONTO DELLA GIUSTIZIA E IL TRIONFO DEL MITO SECURITARIO


di Sandro Margara
Un capitolo di Punire i poveri di Loïc Wacquant è dedicato ai “Miti culturali del pensiero unico securitario”. Sono pagine divertenti, di quel divertimento tragico che è il nostro pane quotidiano, che dimostrano la inconsistenza di quei miti e, quindi, di quella cultura e, quindi, di quel pensiero. Tra quei miti la “tolleranza zero”, che si è incarnata come luogo di rivelazione, nella New York di Rudolph Giuliani, che, secondo la vulgata, avrebbe debellato la criminalità in poco tempo. È falso: la diminuzione della criminalità era cominciata prima che arrivasse Giuliani, si è attuata anche là dove sono state praticate politiche opposte, dieci anni prima a New York era stata fatta la stessa politica e l’alta criminalità di quegli anni non era affatto diminuita. Altre erano state le cause della diminuzione della criminalità degli anni ’90 e Wacquant le espone nel dettaglio. La politica di Giuliani aveva solo prodotto, a costi elevatissimi, più polizia, più discriminazione e conflitto (per le aree della povertà ovviamente). Il mito culturale della “tolleranza zero” si inserisce in un altro: quello della “finestra rotta”, secondo cui sono i piccoli gesti di disordine, come una finestra rotta in una casa, che portano al manifestarsi della criminalità più grave: e allora perseguire come reati, con “tolleranza zero”, la miriade di condotte disordinate conseguenti al degrado degli ambienti di vita, serve ad evitare il peggio. Nessuna ricerca empirica ha mai dimostrato questo: si tratta di una favola costruita da un politologo ultraconservatore e da un poliziotto, entrambi con il pallino sociologico, raccontata in una rivista a grande tiratura e non in uno studio scientifico. Il risultato è che la favola è divenuta l’incubo di barboni, mendicanti, lavavetri e simili di tutto il mondo. Il richiamo alla certezza della pena è nato, sempre in ambiente Usa, nella dottrina giuridica, ma, via via che produceva danni e galera, è diventato anch’esso un mito culturale del pensiero unico securitario. Beccarla parlava di “pena certa”, ma lo faceva in un tempo in cui mancavano le regole per definire le pene, la loro durata e le modalità di esecuzione e aggiungeva che come dovevano essere certe, le pene dovevano anche essere miti. Negli ultimi decenni del ’900, si è imposta, in vari sistemi penali, una severa critica alla larga discrezionalità dei giudici nella determinazione e durata concreta delle pene. Negli Stati Uniti, in precedenza, era stato lo stesso giudice della condanna che dava una pena indicativa (da un minimo a un massimo), che i responsabili delle carceri definivano, poi, in concreto secondo la risposta dei detenuti agli interventi riabilitativi. Per le nuove teorie, il giudice doveva condannare, invece, ad una pena determinata, osservando un rigoroso prontuario corrispondente ai reati commessi. Dentro la nicchia del discorso degli esperti, poteva prosperare, così, il discorso securitario e, a rimorchio, le scelte politiche, ormai in auge nel corso degli anni ’70: si considerava l’intervento riabilitativo in carcere come privo di efficacia e produttore soltanto di un deprecabile lassismo e si rilegittimava in pieno il carcere. Se ne era detto tutto il male possibile e, invece, ora il carcere diventava la pena affidabile, l’unica che metteva fuori corso il nemico sociale. La pena doveva essere certa: e così i detenuti da 204.000 nel 1973 sono arrivati a 2.300.000 nel 2005, più di dieci volte tanto, e crescono ancora. Strada facendo, si è arrivati ad enunciare la regola che, al terzo reato, anche se poco grave, la carcerazione diventa perpetua: tre sbagli e sei fuori, ovvero dentro, in carcere. Pena certa, dunque, ma, dimenticando Beccarla, anche sproporzionata e sempre più estesa inoltre a condotte piuttosto indicative di precarietà di vita, che criminali. Da noi, la pesantezza delle pene del codice Rocco, ha determinato una serie di interventi del periodo democratico, che ha portato una forte discrezionalità del giudice della condanna. Inoltre l’Ordinamento penitenziario ha previsto modifiche della pena inflitta e delle modalità esecutive della stessa: alla rigidità della pena inflitta in sentenza è stata sostituita la flessibilità, coperta costituzionalmente dalla sentenza 204/74 della Corte costituzionale, riconfermata poi da varie sentenze successive. Ad ogni tentativo di nuovo codice penale, si cerca di ridurre la discrezionalità dei giudici, sia di quelli del processo, che di quelli di sorveglianza durante l’esecuzione, convinti che debbano recuperarsi criteri più certi nella determinazione della pena e della sua durata. Con una notevole indifferenza alla proporzionalità della pena rispetto ai fatti, volendo avere più certezza della pena, si pensa a previsioni penali sempre più numerose, sempre più detentive, sempre più severe: come negli Usa, questo è successo ovunque. La promozione a mito culturale della certezza della pena fa sì che questa venga invocata in modo frequente e approssimativo, imponendola anche come obbligo per la custodia cautelare dei giudicabili, contro il principio costituzionale secondo cui nessuno può essere considerato colpevole prima della condanna definitiva. È contestata anche la flessibilità della pena durante la esecuzione e invocata, contro le affermazioni della Corte Costituzionale, la riduzione delle misure alternative, necessarie in relazione alla finalità rieducativa/riabilitativa/risocializzante che la pena deve avere ai sensi dell’art. 27 della Costituzione. E si ricordi che ripetute ricerche confermano che le misure alternative alla detenzione riducono la recidiva tre/quattro volte più efficacemente della pena eseguita in carcere (dopo sette anni dalla conclusione della misura alternativa, la recidiva è inferiore al 20%; dopo lo stesso tempo dalla conclusione della pena in carcere, la recidiva è quasi al 70%). Dobbiamo sottostare ai miti culturali del pensiero unico securitario, tolleranza zero, finestre rotte e certezza della pena? Intanto, chiariamo che quei miti nascondono l’inconsistenza delle ragioni o, meglio, la presenza di cattive ragioni. Mettiamo in fila i punti salienti della situazione. Primo: le politiche securitarie e carcerarie sono diventate, come dimostrato nelle recenti elezioni, la questione centrale della politica generale, che pure di cose a cui pensare ne avrebbe tante altre. Secondo: il carcere cresce a dismisura e si riempie di stranieri, di tossici, di soggetti psichiatrici e socialmente abbandonati, non della criminalità più grave che gode di notevole disattenzione politica.Terzo: a un carcere pesante corrisponde uno stato leggero, anche per la necessità di spostare risorse sui sempre più estesi e costosi interventi polizieschi e carcerari: ci perdono gli interventi sociali, sostituiti dal carcere come “non risposta” ai problemi che si pongono. Quarto: se è la percezione dell’insicurezza che conta, notiamo, intanto, che essa subisce continui rilanci: fra i media e le grida politiche e legislative, quella percezione è entrata in una spirale di crescita inarrestabile, che è inevitabilmente arrivata anche ai pogrom. Quinto: ma se si continua a guardare solo alla percezione, i problemi reali non verranno mai affrontati e così puntualmente accade: repressione, carcere, espulsioni rilanciano le pulsioni antisociali e trasudano razzismo da ogni parte, ma peggiorano soltanto la situazione rendendo più gravi ed acuti i conflitti. Sesto: gli allontanamenti, gli sgomberi e le ruspe che sono l’immagine brutale ed efficace di questa politica, non suscitano reazioni, ma, invece, sempre più spesso, applausi: come dicevano le vecchie canzoni, pietà l’è morta e dietro la morte della pietà c’è il considerare l’altro come non-persona, c’è la disumanizzazione, che si coglie come “cifra” del tutto. Tento una sintesi, che non credo molto azzardata: dalla convinzione tatcheriana che non esistesse una cosa che si chiama società siamo arrivati alla fine del sociale, con i principi che lo hanno accompagnato: non è la fine della storia, ma il collasso delle regole che ci siamo dati. In questa fase, le comunità si ritrovano per fare fuori il diverso, ma superato questo momento, gli appartenenti a quelle comunità si guarderanno negli occhi dei compagni e non ci troveranno alcuna buona intenzione. Nel nostro mondo, accanto all’inquinamento ambientale, esiste un inquinamento sociale, entrambi letali.

Fuoriluogo, 25 maggio 2008

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domenica, luglio 06, 2008

Partecipate alla campagna "Salviamo la Legge Gozzini"

mercoledì, luglio 02, 2008

Grande allegria alla cena di chiusura del corso di formazione "Un'altra giustizia è possibile"







Si è svolta in un clima festoso e "familiare" presso la Casa di accoglienza per detenuti ed ex-detenuti - Casa San Francesco, la cena di chiusura del corso di formazione "Un'altra giustizia è possibile", che dal mese di marzo fino alla fine di maggio ha visto oltre 20 corsisti impegnati nei venerdì sera o nelle giornate di sabato ad ascoltare, discutere, confrontarsi sui temi inerenti l'area della giustizia e a chiedersi se veramente è possibile "un'altra giustizia" e in che modo dare il proprio contributo.
La serata, che si è protratta fin verso mezzanotte, è stata veramente...eccezionale!!!
Tutto era stato curato dagli ospiti e dai volontari della casa di accoglienza fin nei minimi particolari: dall'apparecchiatura, al menù veramente ricco, ecc. La buona compagnia e la voglia di stare insieme ha fatto il resto. Tra i commensali anche la nuova presidente del gruppo, Silvana Giambastiani, ed alcuni dei consiglieri neo eletti.
In realtà questa non è certamente l'ultima tappa di incontro per il gruppo formatosi all'interno del corso: dal 21 al 24 luglio molti assisteranno alle rappresentazioni teatrali della Compagnia della Fortezza presso la Casa di Reclusione di Volterra e nel mese di settembre sono previste due visite in altrettanti carceri: la Casa Circondariale di Lucca e la Casa di Reclusione presso l'Isola di Gorgona.
Che cosa aggiungere? Che la cena ha confermato quanto in precedenza avevo già avuto occasione di esprimere: questo corso ha rappresentato veramente un'occasione speciale di condivisione e di confronto dentro e intorno al carcere e credo che i frutti non tarderanno a venire.
Vorrei chiudere con due note: la prima un ringraziamento particolare a chi, tra i corsisti, mi ha detto di non essersi mai sentita così "coccolata" da un tutor, e credo che per un tutor (cioè io) non potesse esserci complimento migliore. La seconda, un piccolo stralcio di una mail che un'altra corsista ci ha inviato poche ore dopo e che ci ha riempito il cuore di gioia:...vi ringrazio di nuovo per la piacevole serata e cena in un clima disteso e amichevole, ancora una volta vincete creando un'atmosfera piacevole in un ambito nuovo per me. Complimenti anche a tutti gli altri presenti, dell'associazione e ospiti che non ho potuto ringraziare personalmente, ma che hanno creato con grazia e disinvoltura un'ottima atmosfera rilassata...
Grazie ancora a tutte e a tutti.
Massimiliano

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domenica, giugno 29, 2008

Margara: lasciamoli in galera, recidiveranno 3 volte di più!




di Alessandro Margara (Presidente Fondazione Michelucci)

Il comunicato dell’Anfu (Associazione Nazionale Funzionari Polizia Penitenziaria)* è esemplare per dimostrare come chi svolge una attività importante ed essenziale dello Stato non ne conosca il funzionamento sostanziale: quali sono, cioè, le condizioni che dettano le linee e gli effetti di quel funzionamento. Prescindo, per ora, dal collegamento Gozzini-indice di criminosità e mi soffermo essenzialmente su due condizioni che influenzano quell’indice. La prima è l’ampliarsi della penalità, ovvero della normativa che prevede sanzioni penali e in particolare sanzioni detentive. Come emerge dalle statistiche, le esecuzioni penali detentive nel 1990 erano 36.300 (30.000 erano in esecuzione pena in carcere e 6.300 in misura alternativa). Negli anni che hanno preceduto il condono, le esecuzioni penali detentive erano circa 180.000: 60.000 detenuti + 50.000 misure alternative + un numero elevato di esecuzioni penali detentive in attesa di decisioni da parte dei tribunali di sorveglianza ai sensi della legge Simeone, numero che oscillava intorno alle 70.000. Sicuramente questi dati sono espressi con larga approssimazione, ma lo erano anche quelli del 1990. Se notiamo, però, che si tratta della quintuplicazione delle esecuzioni penali detentive, ci rendiamo conto che la penalità si è moltiplicata e non ci vuole molto a rilevare che ciò è accaduto con riferimento a due settori ben determinati: immigrazione e tossicodipendenza e alle norme relative, che vengono ora ancora modificate e sempre più severamente. La seconda condizione che determina il lievitare dell’indice di criminosità è che lo stesso è ricavato dalla efficacia del contrasto alle situazioni di reato. Ciò che si ricava da quell’indice è il numero accertato formalmente dei reati, che hanno un loro numero oscuro, come si dice, che non è noto. Ora il contrasto di polizia verso l’immigrazione e le dipendenze è ben noto. Quando nel comunicato dell’Anfu si nota la crescita delle denuncie, si dovrebbe verificare quanti, dei fatti denunciati riguardano tossicodipendenti e immigrati, e chiedersi se la linea di intervento di polizia non incide fortemente su queste denuncie e non sia dovuto alla intensificazione del controllo di polizia su quei fenomeni. Lo stesso dicasi per gli arresti, per i quali abbiamo come riprova, tutte le rilevazioni statistiche che dimostrano che tossicodipendenti, immigrati e anche persone in difficoltà sociali (e quindi fonte di disturbo sociale, quest’ultimo ormai sempre più contrastato) rappresentano i due terzi dei detenuti. Certamente occorrerebbe conoscere le componenti dell’indice di criminosità. Là dove sono state fatte ricerche, proprio negli Stati Uniti, è stato del tutto smentito il rapporto fra severità del trattamento penale e, cioè, alti livelli di carcerazione, e la crescita o la diminuzione del numero dei reati. Le circostanze che influiscono sulla crescita o la diminuzione dei reati sono molteplici e seguono un andamento sul quale influiscono l’andamento dell’economia, le modalità delle aggregazioni criminali, le tipologie della immigrazione (molto rilevante anche là). Sicuramente non influisce la severità penale ovvero quella che è stata chiamata tolleranza zero. Alla fine, c’è da chiedere agli autori del comunicato Anfu, che ci azzecca, come dice Di Pietro, la legge Gozzini con l’andamento dell’indice di criminosità? Come si è detto quella legge incide sulle modalità delle esecuzioni penali, ma questo è un dato a monte dell’intervento Gozzini. Se si vuole, si possono comunque aggiungere due dati. Il primo è che le revoche delle misure alternative sono minime (tra il 3,5 e il 4,5 %) e che tali revoche sono pronunciate per commissioni di nuovi reati in circa lo 0,20 % dei limitati casi indicati. Il secondo è che risulta da ricerche del Dap che la recidiva di chi espia la pena in misura alternativa, dopo 7 anni dalla conclusione della esecuzione della misura, è di 3 volte e mezzo inferiore a chi espia la pena in carcere. Quindi: lasciamoli in galera, recidiveranno 3 volte e mezzo di più.
* puoi leggere il comunicato alla pagina http://www.ristretti.it/commenti/2008/giugno/28giugno.htm#2

Lettera alla Redazione di Ristretti, 28 giugno 2008

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venerdì, giugno 27, 2008

Un caloroso benvenuto a Silvana Giambastiani, nuovo presidente dell'associazione Gruppo Volontari Carcere di Lucca

Si sono svolte lunedì 23 giugno presso la sede dell'associazione di volontariato "Gruppo Volontari Carcere" le elezioni per eleggere il nuovo presidente dell'ente.
Infatti, da quando, il 19 febbraio scorso l'amico Giuseppe Bicocchi era mancato dopo una lunga malattia, Agnese Garibaldi, già vice presidente del gruppo e direttrice della Casa di accoglienza San Francesco, aveva tenuto le redini dell'associazione conducendola appunto all'assembela dei soci di lunedì scorso che ha visto eleggere Silvana Giambastiani, avvocato e già da tempo legata alla vita del Gruppo Volontari Carcere.
La dott.sa Giambastiani, ringraziando i presenti, ha dichiarato di voler rafforzare l'azione del gruppo, anche nel solco tracciato dai precedenti presidenti, in particolare rispetto alla presenza di testimonianza e di sensibilizzazione ai temi del carcere e della pena rivolta alla cittadinanza.
A lei e al nuovo consiglio direttivo composto da: Agnese Garibaldi, Gianluca Testa, Don Mario Tolomei, Pier Giorgio Licheri, David Pellegrini, Alessandra Martinelli, Andrea Carignani, Gaetano Fugazzotto, nonchè ai nuovi sindaci revisori Armando Sechi, Giuseppe Lorenzini e Lamberto Panina i più fervidi auguri di un buon lavoro.
La redazione

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mercoledì, giugno 25, 2008

Lo stop alla legge Gozzini, passo indietro nella civiltà



di Alessio Carlucci e Luigi Paccione (Avvocati)

Il nuovo governo intende azzerare la legge Gozzini ma ignora (o fa finta di ignorare) che essa ha rappresentato il primo serio tentativo (seppure tardivo) di dare attuazione al principio costituzionale di rieducazione e umanizzazione della pena. Questa fu la ragione ispiratrice di una legge che, attraverso la concessione di benefici in favore di condannati con sentenza definitiva, mirava al loro recupero morale e sociale anche al fine di renderli soggetti attivi del progresso sociale, civile ed umano della società intera. Non può invocarsi il fallimento della legge perché in molti casi essa ha contribuito al reinserimento sociale dei condannati e, conseguentemente, ad un ridimensionamento della pressione criminale sulla collettività. Certo da sola non poteva allora e non può oggi risolvere il problema della sicurezza sociale perché quando entrò in vigore nel 1975 si disse da più parti che altri provvedimenti necessitavano sul piano sociale, comportamentale e lavorativo. Ricordiamo che quando la Gozzini fu varata mafia, camorra, ‘ndrangheta si erano già da tempo consolidate e i reati di terrorismo commessi successivamente avevano come protagonisti soggetti incensurati e, come tali, non ancora soggetti a tale legge. Il carcere doveva essere umanizzato nel senso che lì il condannato doveva pagare il proprio debito con la società espiando le proprie colpe ma recuperando i tratti migliori della sua personalità al fine di partecipare alla crescita della società stessa, al progresso civile e umano. Purtroppo il carcere è rimasto un luogo di emarginazione e di mortificazione dei più elementari diritti di persone come noi, molti dei quali hanno avuto la sfortuna di nascere "meno uguali" in una nazione in cui il principio di uguaglianza è e deve rimanere il primo comandamento civile. Si parla di elevare l´orario di lavoro a 60 ore settimanali e si continua ad ignorare che un detenuto ne ha meno della metà per uscire dalla cella, spesso angusta e sovraffollata e poter passeggiare in un piccolo cortile insieme a una moltitudine di compagni di reclusione. Bar, ristoranti e alberghi sono costantemente monitorati per ragioni di igiene e salute pubblica ma lo stesso non avviene per i luoghi di detenzione dove esseri umani consumano il loro pasto a ridosso dei servizi igienici. La neutralizzazione di una legge ordinaria quale la Gozzini ha quindi riflessi molto più ampi perché di fatto cancella principi costituzionali non solo relativi alle finalità rieducative di una pena il più possibile umana ma anche ai diritti fondamentali di uguaglianza, solidarietà e salute del cittadino. Lo stesso è avvenuto in occasione della recentissima creazione legislativa del reato di "immigrazione clandestina" che viola l´altro e non meno importante principio costituzionale di necessaria offensività del reato: un comportamento può essere punito solo se in concreto crea un danno o un pericolo per interessi dei singoli o della collettività. Nel caso di specie l´immigrato clandestino in quanto tale non cagiona nessun danno o pericolo per la collettività; nuoce solo se commette reati al pari dell´immigrato non clandestino, dello straniero comunitario o dello stesso cittadino italiano. Ora per la legge italiana sarà punibile solo "in quanto è" secondo un modello antico di reato che la Costituzione aveva cancellato perché usato (ed abusato) nel precedente ordinamento fascista. Ricordiamo fra tutti le leggi razziali che colpivano i cittadini italiani di origine ebraica e quelle contro i dissidenti politici, puniti duramente solo per il loro pensiero e indipendentemente da comportamenti criminosi o azioni antisociali.

La Repubblica, 24 giugno 2008

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venerdì, giugno 20, 2008

....se cambia la Gozzini...




di Patrizio Gonnella
Permessi premio e pene alternative: stretta sulla Gozzini. L’impatto del ddl Berselli, presentato al Senato, che rende più difficili i benefici di legge. Saranno plausibilmente almeno 20 mila in più le presenze in carcere se dovesse essere approvato il disegno di legge n. 623 recante "Modifiche alla legge 26 luglio 1975, n. 354, e al codice di procedura penale, in materia di permessi premio e di misure alternative alla detenzione". Il ddl è stato presentato dai senatori Filippo Berselli e Alberto Balboni, entrambi del Popolo della libertà e il primo alla presidenza della commissione giustizia. Il testo, qualora approvato, condurrebbe a un inasprimento del regime penitenziario, escludendo o rendendo estremamente meno accessibili gli attuali benefici di legge in caso di detenuti che mantengono una condotta tesa a cooperare con l’opera di reinserimento sociale. Il primo dei sei articoli in cui si divide il testo raddoppia da dieci a vent’anni il periodo di pena che deve essere espiata da un condannato all’ergastolo che abbia tenuto condotta meritoria prima di poter accedere al permesso premio. Il secondo articolo riguarda invece la misura alternativa al carcere dell’affidamento in prova al servizio sociale. L’affidamento fuori dell’istituto per un periodo uguale a quello della pena, che può oggi essere disposto se la pena detentiva da scontare non supera tre anni, viene limitato ai casi in cui la pena non supera il singolo anno. Diventa inoltre indispensabile il passaggio attraverso il carcere, che era stato reso facoltativo dalla legge cosiddetta Simeone - Saraceni nel 1998 per evitare inutili ingolfamenti penitenziari. L’articolo 3 del ddl Berselli si concentra sulla detenzione domiciliare: viene tra l’altro alzata da 70 a 75 anni l’età per accedervi per motivi di anzianità; viene portata da quattro a due anni la pena residua da potersi scontare presso la propria abitazione in specifici casi previsti (tra cui donna incinta, persona gravemente malata, minore di ventuno anni per comprovate esigenze di salute, studio, lavoro, famiglia); viene portata da due a un anno la pena residua da potersi scontare presso la propria abitazione negli altri casi; viene inoltre modificato l’articolo 656 del codice di procedura penale nella parte in cui è prevista la sospensione della pena entro il limite dei tre anni, riducendola a un anno. Si allungano i tempi per accedere alla semilibertà (vanno scontati almeno i due terzi della pena e in alcuni casi i tre quarti), del tutto inibita per gli ergastolani. Viene soppressa la liberazione anticipata, ossia la riduzione di 45 giorni a semestre prevista per chi ha regolare condotta in carcere. Oggi i detenuti sono 55 mila. Circa 22 mila sono quelli condannati in via definitiva. L’insieme delle misure previste produrrà di fatto l’accantonamento della legge Gozzini del 1986 nonché il rischio di sovraffollamento. Non è facile ipotizzare quale sia la sua portata effettiva. Ridurre la portata dell’affidamento in prova al servizio sociale, della semilibertà e della detenzione domiciliare significa togliere o ridimensionare la possibilità di accedervi a circa 15 mila persone. Complessivamente si può sostenere che nel solo giro di un anno potrebbero essere 20 mila in più i detenuti raggiungendo la quota record di 75 mila.

Italia Oggi, 19 giugno 2008

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lunedì, giugno 16, 2008

...e ora via al progetto per cancellare la legge Gozzini!

di Concetto Vecchio

Ecco il Ddl che cancella la Gozzini. Petizioni e proteste tra i detenuti. Contrarie anche alcune vittime dei reati: "Sarebbe solo un danno per la società". Legge Gozzini verso l’addio. Il Presidente della Commissione Giustizia al Senato, Filippo Berselli (An), ha presentato nei giorni scorsi un disegno di legge che ridimensiona sensibilmente i benefici di legge e gli sconti di pena per i detenuti. Sei articoli per cambiare tutto: semilibertà dopo avere scontato due terzi della condanna e non la metà; affidamento ai servizi sociali solo se la pena non supera un anno e non più tre; cancellazione della liberazione anticipata, che riduce le condanne di 45 giorni ogni sei mesi nei casi di buona condotta; concessione dei domiciliari se rimangono da scontare due anni e non quattro; niente più semilibertà agli ergastolani e permessi concessi dopo vent’anni di detenzione e non dieci. E infine, uscita dalla prigione a 75 anni, invece che a 70, "considerato il lieto allungarsi della vita umana". In alcune Case di Reclusione è partita una raccolta di firme per contestare le modifiche. La Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia (8 mila operatori carcerari) annuncia una mobilitazione che punta a coinvolgere Sindacati e Polizia Penitenziaria. Anche le vittime dei reati non nascondono le loro perplessità. Manlio Milani, Presidente dell’Associazione di Piazza della Loggia: "Così si riducono gli spazi di speranza e quindi le possibilità di recupero. Firmerò anch’io". "Lo spirito della Gozzini è ancora valido, non sempre il carcere è il luogo del ravvedimento", ragiona Olga D’Antona, parlamentare del Pd. "Sono per rivedere la norma che consente i patteggiamenti per i reati da ergastolo, e non nego che in passato ci siano state liberazioni anticipate che hanno suscitato giustamente allarme nell’opinione pubblica e tuttavia bisogna valutare caso per caso". "Io so cos’è la prigionia", premette Giuseppe Soffiantini. "Chi è in carcere va trattato con umanità. Ai detenuti dico: "Sarete liberi quando avrete imparato a non fare agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi". Silvia Giralucci, figlia del militante missino Graziano, la prima vittima delle Br nel 1974: "Rivedere in senso restrittivo i benefici sarebbe un danno per la società. I percorsi di reinserimento graduale non sono un regalo, ma un modo per fair sì che i delinquenti escano idealmente migliori di quando ci sono entrati. È nell’interesse di tutti, anche di chi come me è stato vittima di reati gravi, restituire individui che sono in grado di iniziare una vita diversa". Di converso Roberto Della Rocca, vice dell’Associazione vittime del terrorismo, sostiene che la norma "ha concesso troppe scappatoie". I pro Gozzini citano una ricerca del Ministero della Giustizia: il 19% di chi ha usufruito di pene alternative è tornato a delinquere nei sette anni successivi; percentuale che sale al 70% per chi ha trascorso in galera tutta la condanna "Questo disegno di legge - rintuzza Berselli - mira a recuperare certezza ed effettività della pena. I giudici irrogano quasi sempre al minimo, la pena effettiva da scontare di rado supera i tre anni e quindi ben pochi condannati finiscono in carcere". E cita il caso del terrorista Cristoforo Piancone, che aveva rapinato il Monte dei Paschi di Siena lo scorso mese di novembre, mentre si trovava in semilibertà.

La Repubblica, 15 giugno 2008



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