venerdì, aprile 20, 2007

RACCONTI - La finestra che guarda verso il mondo


di Daniele Golinelli

E' da qui, dalla finestra che guarda verso il mondo, che ritrovo la dimensione del mio tempo, osservando la discesa di un uomo un po' stagionato nell'età, che insicuro nell'andamento, scivola da un bonsai di altopiano coperto da ciuffetti di erba irregolari e si immette nel sentiero largo e rivestito di asfalto, nell'incontro con una mamma sorridente nel sistemare il parasole del passeggino, nel suo riflesso sul viso del bambino, ancora ignaro del suo destino. E io da qui, a domandarmi il perchè del mio stesso destino, mentre l'acqua scorrendo nel fiume si fa portare dalla corrente uscendo dall'ansa là in fondo, accostando nell'illusione ottica la torretta invasa sui torrioni dai gabbiani, i quali la sorvolano, prendendo la rincorsa per poi lanciarsi verso il greto stesso, fendendo il vento nell'apertura delle ali che si richiudono a tempo per dare equilibrio al proprio corpo. Tutto scorre in me più o meno svelto, ora non fisso nulla, mi lascio andare anch'io ed ecco il mio tempo caratterizzato dalla mancanza di situazioni a cui attaccarsi, i miei pensieri restano annebbiati, disegnano espressioni vaghe e piacevoli e poi si allontanano e subito li dimentico. Anche gli avvenimenti che caratterizzano questo tempo inerme li lascio scorrere, li vedo sorgere all'improvviso da persone che mi affiancano, che parlano e poi incuranti se ne vanno, sono storie senza capo ne coda, senza pretese. Riprendo il pensiero e riprovo la considerazione di essere un meticcio, ho sangue misto in me, quello di donna dolce e sensibile e quello di uomo dal carattere forte e sicuro di se e il mio comportamento si alterna nella sembianza dell'uno e dell'altro secondo le circostanze...

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martedì, ottobre 17, 2006

Nuovo carcere Paradiso

16 luglio.
E’ la sera dei miracoli nei vicoli del mio cuore si agita il ricordo di compleanni, come sogni spazzati via dagli eventi, mentre adesso ogni giorno è una scommessa con me stesso, un lancio di dadi sui tavoli verdi della speranza. Quanta distanza tra me e il ricordo, tra me e le stelle una canzone si domanda che sintomi ha la felicità ed io vorrei rispondere che la stessa, si deve vivere per divenire tale. Un’altra mi ricorda da sempre il mio miraggio anche se non è nata in maggio, il mio cuore è come lei, un fiore, su di uno scoglio dove c’è sempre il sole ed io allora ero più saggio, ma dentro al terzo raggio è sempre tempo di festeggiare il suo carnevale a ritmo di samba. La Luna si specchia dentro ai miei occhi, ho qualcosa dentro al cuore, che mistero recepire il vento caldo che respiro e da qui dopo il ponte cambia il mondo e il mio sguardo raggiunge la pianura, scavalca le colline e si adagia sul punto esatto e poi si spegne. Questo fiume lentamente è il mio presente e vorrei cantare in silenzio una canzone, con chi verrà dopo di lei sento di nuovo un dolce sospiro acerbo, che accompagna le mie giornate. Da qui ancora la Luna, ma vorrei che fosse marte per vederla ancora una volta raccogliere i capelli tra le mani, quando il caldo le scompone il viso ed io ringrazio senza scorta davanti al suo timido eterno sorriso. Mondi opposti ci legano mentre espressioni significative nell’aria si elevano e percependole a volte restano in noi, poi nascoste dall’apparenza sguardi si cercano e incontrandosi si quietano. Mani che non possono ancora sfiorarsi,ma con il pensiero sono già sui nostri visi e a volte un sorriso aprendosi rompe l’equilibrio. In questa sera interno notte, si spengono gli anni miei, mentre chiudo gli occhi per rivivere la nostalgia di una compagna di prigionia, che beatamente non ricorda più il mio nome, ma ancora occhi grigi di nuvole ricordano il mio passaggio verso di lei. E’ la sera dei miracoli nei vicoli del mio cuore e allora clicco sui ricordi, i quali si accendono dall’infinito in questo chiaroscuro e nella penombra immagino un valzer in via col vento. Quello che mi resta di questo tempo di follia è il desiderio di seguire la scia di una vita vera, mentre con l’ansia di un bambino aspetto almeno un biglietto di auguri. Adesso tra le mani una manciata di fotografie, nelle quali sono sorridente all’evento, nell’incontro con il tempo, proiettato verso un futuro che mi vede rincorrerla alla stazione della mia malinconia. C’è un cenno di tristezza nel dire che vorrei aprire il cancello di casa mia per sapere chi ha lasciato velato, nello specchio, traccia di rossetto forse un po’ sbiadito o un po’ di polvere in un cassetto ndel mio cuore. E sul ciglio di questo burrone incontro la mano di mia madre, mentre perde la mia in questa corsa contro i capelli bianchi … tienimi con te come quand’ero bambino e il giorno sembrava eterno tra le dune del tuo seno, la ninna nanna della sera sorvolava il mistero dell’uomo nero. Le luci in un gioco di ombre più consistenti si spengono tra un respiro e uno conseguente, come candeline vengono risucchiate dall’alone della notte. Il suo passo deciso che immagino esista rivive come una danza, tra salti ancorati a stelle che dall’infinito pulsando mi sorridono. Il mio sguardo fuggente la segue con la stessa intensità di una mamma nell’abbracciare il proprio bambino. Il suo mondo intorno a me si espande, raggiungendo la consapevolezza da parte mia che non mi potrà mai appartenere … chiudo gli occhi ed è un attimo passare dalla felicità all’esatto contrario. E’ un attimo immaginare il mare e il delinearsi dell’impeto delle onde che poi mi arrivano spumeggianti a fine corsa. Il mio pensiero è come un caleidoscopio, muta di forma all’impercettibile mutazione del presente o all’evolversi della proiezione di quello che mi piacerebbe avvenisse. Sale da lontano l’eco, l’avvicinare di un treno a cui affido la malinconia di questa notte che tarda a spengersi o forse è solo la felicità che tarda a venire, in questo scambio continuo di binari che è la vita. C’è in alto nel cielo una via, che si vede quando il viso assume l’espressione del candore di una emozione, nell’osservare la distanza tra la realtà e la speranza. Adesso attraverso il pensiero siamo a fianco a fianco e allora lasciami il codice di accesso del tuo cuore e quello della tua gioventù, in un tempo che qui non c’è più. Chiunque tu sia, troverai carta e penna per raccontare in questi quattro passi di eterno o di solitudine, che ci vedono allineati insieme illuminati, a volte da ricordo di un faro, di quando ancora si credeva all’eternità del pensiero. Penso che sia stupendo restare immersi nel buio ad assecondare questa mia litania e forse un giorno scopriremo che non ci siamo mai perduti, se il nostro dialogo oltre che a non conoscere confini, lo sapremo rispettare o meglio idealizzare. E’ tempo di vacanze e per questo non scordarti di mettere in valigia il mio ricordo e non lamentarti se poi non si chiude.

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[Daniele Golinelli]
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