martedì, giugno 03, 2008

LA DOMANDA DI SICUREZZA PUO' NON INVESTIRE I SERVIZI?


Tracce per una discussione pubblica

Anna Muschitiello Segretaria Nazionale Coordinamento Assistenti Sociali della Giustizia (CASG)

La domanda di sicurezza è diventata negli ultimi tempi sottofondo mediatico che accompagna la nostra quotidianità di cittadini in generale e di professionisti del sociale in particolare e sta determinando cambiamenti sostanziali per la convivenza civile, generando conflitti sociali inediti nel nostro paese. Mai in passato l’Italia, che pure ha attraversato momenti difficili, come ad es. il terrorismo degli anni ’70, si era dovuta confrontare con episodi che fanno apertamente riferimento a forme di intolleranza verso la diversità, in qualunque modo essa si evidenzia fino a rasentare forme di vero e proprio razzismo. La situazione attuale appare come la naturale e-voluzione o meglio in-voluzione della tendenza, affermatasi nella politica degli anni appena trascorsi, spostando sempre di più nell'area del penale le soluzioni a problematici fenomeni sociali, quali: le dipendenze, l’immigrazione, il disagio psichico, il progressivo impoverimento di sempre maggiori strati di popolazione, ecc. Stiamo assistendo di fatto ad un rilevante allargamento dell’area del penale, con la conseguente riduzione, non certamente senza grossi rischi, delle politiche sociali e degli spazi di democrazia. A questo proposito esiste un‘attenta analisi sui fenomeni che stanno caratterizzando i contesti politici e sociali dei giorni nostri nelle società moderne occidentali fatta da D. Garland. Sembra che con l’ultima campagna elettorale e con i risultati emersi dal voto sia caduta ogni remora e ci si senta legittimati ad attuare il controllo sulle aree più povere e marginali, ricorrendo ai soli metodi di pura repressione o di risolvere l'incapacità di gestire adeguatamente enormi emergenze sociali, quali: i processi migratori, la precarizzazione del lavoro, l’impoverimento dei meno abbienti e di aree di ceto medio, l’ aumento della marginalità sociale, attraverso l’uso della forza e trasformando di fatto problemi sociali solo in problemi di ordine pubblico. Non c’è dubbio che tutto ciò abbia un forte impatto in termini di consenso sociale e politico, ma è necessario che emergano anche le ricadute nei diversi contesti istituzionali e della società. Il fatto che queste scelte porteranno necessariamente alla ri-proposizione della situazione carceraria pre-indulto con un sovraffollamento ingestibile, sembra preoccupare solo gli addetti ai lavori, mentre la classe politica è preoccupata solo di assecondare un immaginario… di un'opinione pubblica spaventata e vendicativa, disposta ad attribuire consenso solo in cambio di rassicurazione immediate e non razionali e a lungo termine. Ci chiediamo: una volta finita la pena quando si torna nel proprio contesto territoriale, in quali condizioni ci si ritrovi se non si hanno quelle condizioni minime per sopravvivere, quali: casa, lavoro, relazioni affettive e amicali valide? Non si è nei fatti solo spostato nel tempo il problema? Questo è il quadro che dà ragione ad un inaccettabile paradosso: più emerge con evidenza il fallimento delle funzioni storiche, degli stessi fondamenti teorici della pena (retribuzione, rieducazione, prevenzione), tanto più si ricorre alla stessa, nella sua versione carceraria, massicciamente applicata al di fuori dei necessari criteri di proporzionalità e di garanzia, soprattutto verso quei soggetti e quei comportamenti (di devianza sociale) cui più frequentemente si associano immagini di insicurezza. Riteniamo che non siano queste le soluzioni che risolvono i problemi di una società post industriale confusa, disorientata, abbandonata alla precarietà esistenziale. 1 F.Prina “Il declino dell’ideale riabilitativo” in Animazione Sociale n.8/9 2002 pp.3 -10 2 Questo non è un fenomeno solo italiano, ma in Italia sta assumendo forme inedite e molto più cruente che negli altri paesi europei, probabilmente a causa sia di un’endemica debolezza del nostro sistema sociale sia dell’assenza di un adeguato sistema di garanzie. Nelle società più avanzate, l’affermazione di una visione economicistica, riduttiva e banalizzante della società riduce la società stessa ad una somma di individui, con spinte molto forti verso l’individualismo, illudendosi, che si possa vivere al di fuori delle relazioni socio emotive tra le persone stesse che la compongono. Questa situazione fa da sfondo alla convinzione che l'individuo che si colloca al di fuori del sistema socio-economico e che esprime un disagio, vada controllato o meglio, contenuto con la forza, tanto da far ritenere prioritario investire nel sistema penale e di polizia riducendo sempre di più le risorse in campo sociale. Ci si illude che lo spostamento dei costi da un’organizzazione (servizi sociali) all’altra (polizia) possa corrispondere ad un risparmio (tutto da dimostrare), invece è indicatore della fragilità della società moderna. Una società che sente il bisogno di usare la forza per garantire la sicurezza dei propri cittadini e non è capace di gestire le proprie paure, attraverso l’inclusione della diversità, la ricerca delle soluzioni ai problemi piuttosto che attraverso la repressione, dimostra di fatto tutta la sua impotenza di fronte a tali problemi. Come operatori del sociale e in particolare del settore penale raccogliamo la sfida lanciata da Franca Olivetti Manoukian di “….farci carico del disagio collegato alla percezione della insicurezza dilagante e contagiosa e di offrire letture meno semplificate di quelle circolanti”. E’ innanzitutto importante premettere che la lettura semplificata di questi fenomeni trova uno spazio sui “media” impensabile, al contrario non trovano lo stesso spazio gli episodi di quotidiana positività (fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce). Nell’articolo di F. Olivetti Manoukian si fa presente che: “… nonostante il lavoro che da anni svolgono, nonostante gl’investimenti di motivazione, di energie, di varie forme di finanziamenti (n.d.r.pochi) non possiamo registrare nei confronti dei servizi sociali un’ampia e solida legittimazione…né da parte dell’utenza diretta né da parte di quella indiretta (società, opinione pubblica)”. E’ opportuno segnalare che negli ultimi anni le numerose ricerche finalizzate a valutare la utilità e a misurare l’efficacia delle misure alternative al carcere e quindi dei servizi preposti ad esse, hanno dato risultati positivi, sia per quanto attiene la percentuale di revoche (dati rilevati dal sito del Ministero della Giustizia), sia per la recidiva. La crescita delle misure alternative è stata costante ed esponenziale: in particolare, dal 1991, anno in cui le misure alternative erano complessivamente inferiori a 5.000, se ne è avuta la decuplicazione, avendo raggiunto nel 2005 quasi quota 50.000. Le misure alternative seguite dagli UEPE nell’anno 2006 sono state 45.546 mentre Il totale delle revoche di tutte le misure alternative solo 2564 (6,06%) Per quanto riguarda le recidive: le conclusioni di una ricerca della Direzione Generale Esecuzione Penale Esterna del DAP, condotta su 8.817 casi di affidamento, conclusasi nel 1998 in tutta Italia, mirata essenzialmente alla valutazione della recidiva in nuovi reati da parte dei fruitori di affidamento in prova negli anni seguiti alla conclusione della esecuzione dello stesso, ha riscontrato che solo nel 19% dei casi vi era stata recidiva negli anni successivi al 1998 fino al 2005 e, quindi, per 7 anni. Parallelamente si è verificato, fra tutti gli scarcerati a fine pena nel 1998 (5772), non fruitori pertanto di misure alternative, che aveva recidivato il 68,45%. Mentre da altra ricerca condotta nel 2005 dall’ UEPE di Firenze (Progetto Misura), in collaborazione con l’Università di Firenze, è stato messo in evidenza che una modalità di esecuzione della pena diversa da quella del carcere, svolta con forme di gestione diversa da parte di 3 assistenti sociali e operatori sociali e con strumenti tecnico-professionali di tipo relazionale, risulta più efficace. Non si pretende che i dati statistici spieghino tutto, ma che essi ci diano una visuale diversa da quella data dai mass media e più oggettiva della situazione, certamente si; la loro valutazione, infatti, porta a concludere che il sistema di implementazione della misura dell'affidamento, imperniato sulle modalità operative del servizio sociale, che utilizza il lavoro di rete con i servizi territoriali pubblici e privati, ha complessivamente funzionato nel raggiungimento del duplice obiettivo di rafforzare i processi di inclusione e coesione sociale, attraverso il rispetto delle prescrizioni e della legalità e favorendo, in tal modo, una maggiore sicurezza dei contesti di vita dei cittadini. Quando i dati non c’erano, tutti ne rimarcavano l’assenza e ci si affannava a dimostrare che le MM.AA in realtà funzionavano, ora che i dati ci sono, sembrano non avere alcuna importanza. Il fatto che un vasto numero di condannati abbia usufruito di percorsi d’inclusione e che la maggioranza ne abbia fatto anche buon uso sembra non interessi proprio a nessuno. Inoltre gli episodi negativi riportati ed enfatizzati dalla stampa e dalle televisioni riguardano singoli soggetti che rappresentano una minima parte di coloro che vivono, lavorano e hanno un’esistenza del tutto normale a contatto quotidianamente con la cittadinanza, senza che nessuno si accorga della diversità e che si senta minacciato dal “deviante”. Questa descrizione dettagliata dell’ambito in cui operiamo, quotidianamente, come assistenti sociali del settore penale è stata fatta per mettere in evidenza che la percezione di insicurezza ha origini molto diverse e che non sempre è collegata ad episodi concreti e reali. Spesso le persone intervistate dichiarano di non aver subito direttamente reati, ma di avere paura in base ad un copione già sentito e ripetuto in televisione. Questo non vuol dire che si tratta di un falso problema, ma bisogna avere la consapevolezza che la paura che attraversa le nostre società post industriali è una paura profonda che riguarda l’incertezza del futuro e la paura concreta di dover modificare il tenore di vita che si è conquistato e che si affronta prendendosela con l’ultimo arrivato (l’immigrato) o con il più debole (il malato psichico o il tossicodipendente ecc.) Dicendo questo non si vuole negare il problema della sicurezza, né si vuole dire che i servizi sociali non possano fare di più e meglio per intercettare questo disagio dilagante e farsene carico, però una cosa è certa e cioè che i servizi non possono farlo da soli. I servizi sociali, (sia quelli presenti sul territorio sia quelli più specialistici), non possono operare concretamente per farsi carico del disagio che attraversa i vari strati di società, se non c’è una volontà sociale e politica, quello che si chiama “mandato istituzionale” che legittimi il loro intervento, anche attraverso le risorse necessarie, i finanziamenti e le politiche finalizzate all’ascolto e alla rassicurazione delle persone. Una società avanzata come la nostra non può considerare i servizi sociali un optional o uno spreco, ma essi sono l’espressione di una società evoluta che intende andare alla radice dei problemi, cercando di trovare soluzioni adeguate agli stessi. Fino a quando la classe dirigente del nostro paese continuerà, invece, a seguire per ragioni di puro consenso le richieste della popolazione, rafforzandone le forme di pulsioni più basse ed emotive, anziché guidarla e indirizzarla attraverso l’individuazione delle soluzioni ai problemi che l’angosciano, i servizi avranno difficoltà a raggiungere i propri obiettivi. La legislazione emanata nell’anno 2000 sia in campo sociale con la “legge Quadro sui servizi integrati alla persona (l. 328/2000)” che attraverso la coniugazione dei bisogni della popolazione con le risorse messe a disposizione sia dalle istituzioni locali e statali, ma soprattutto dalla comunità territoriale in forme di solidarietà e imprenditorialità sociale, forme che si erano molto sviluppate nel corso degli anni in un’ottica di sussidiarietà con l’ente pubblico, sia in campo penale: “Nuovo regolamento di esecuzione dell’Ordinamento Penitenziario L. 230/2000”, che recepiva le istanze più innovative della legislazione sociale e dava indicazioni chiare agli allora CSSA oggi UEPE, circa le modalità con cui dovevano integrarsi con il territorio, per soddisfare i 4 bisogni dei soggetti sottoposti ad esecuzione penale. avrebbe potuto rappresentare un’opportunità per le politiche sociali in risposta alle esigenze delle popolazioni, attraverso una programmazione integrata a livello territoriale che tenesse conto dei fenomeni sociali più evidenti ed emergenti, con il contributo dei servizi pubblici e privati, operanti su quel territorio e anche della popolazione attraverso le sue forme organizzate. Questo però non è avvenuto o non è avvenuto dappertutto, perché sono mancati i finanziamenti necessari e la volontà politica di realizzare una vera integrazione, nonché la necessaria divulgazione e affermazione di questa nuova cultura dei servizi. Occorre, quindi che ciascuno riveda, superando le superficiali e semplificate rappresentazioni mediatiche, l’idea che ha della società, della convivenza civile, della struttura che vuole dare al sistema dei servizi e alla persona e della concezione della pena. Noi siamo convinti che la sicurezza e una vita sociale soddisfacente per tutti è garantita da un sistema democratico che si rivolga al cittadino in quanto persona nel suo ”Intero” al di là della sua condizione particolare di ricco, povero, malato, disoccupato, detenuto, immigrato ecc.
Milano 03/06/08.

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lunedì, marzo 10, 2008

GIUSTIZIA, SICUREZZA E IMMIGRAZIONE - Programmi elettorali dei diversi partiti politici


Da "Ristretti News" - Notiziario quotidiano dal e sul carcere



Programmi elettorali dei diversi Partiti politici


Partito Democratico
Approvare subito il "Pacchetto sicurezza" e attivare il Piano contro la violenza alle donne. Certezza della pena: chi è stato condannato, sconti effettivamente la pena. Tutti più sicuri: applicare la nuova tecnologia (anche la banda larga) per chiedere e ottenere aiuto - in casa o per strada - in tempi rapidissimi. Più agenti per le strade, evitando doppioni nei compiti tra le forze dell’ordine, e trasferendo dalle questure agli uffici comunali il rilascio di passaporti e permessi di soggiorno. Estendere il "Patto per la sicurezza", sperimentato in alcune grandi città, a tutti i capoluoghi di Provincia.

Popolo delle Libertà
Maggiore presenza sul territorio delle forze dell’ordine ed incremento della polizia di prossimità, dei poliziotti e dei carabinieri di quartiere per rafforzare la prevenzione dei "reati diffusi" (furto in appartamento, furto d’auto, spaccio di droga, sfruttamento della prostituzione, etc.). Garanzia della certezza della pena, con la previsione che i condannati con sentenza definitiva scontino effettivamente la pena inflitta ed esclusione degli sconti di pena per i recidivi e per chi abbia commesso reati di particolare gravità e di allarme sociale. Inasprimento delle pene per i reati di violenza sui minori e sulle donne; gratuito patrocinio a favore delle vittime; istituzione del Tribunale della famiglia, per garantire i diritti fondamentali dei componenti del nucleo familiare. Costruzione di nuove carceri e ristrutturazione di quelle esistenti. Contrasto immigrazione clandestina, attraverso la collaborazione tra governi europei e con i paesi di origine e transito degli immigrati Apertura nuovi Centri di permanenza temporanea per l’identificazione e l’espulsione dei clandestini. Contrasto insediamento abusivo di nomadi e allontanamento di tutti coloro che risultino privi di mezzi di sostentamento legali e di regolare residenza.


Sinistra Arcobaleno
Reddito sociale per i giovani in cerca di occupazione e per i disoccupati di lungo periodo. Immediata approvazione dei decreti attuativi del Testo Unico sulla Sicurezza sul lavoro e quindi più controlli e più certezza e severità delle pene per le imprese che trasgrediscono le norme. Inasprimento delle pene contro i reati ambientali e le ecomafie. Abolizione della legge Bossi-Fini, e approvazione di una nuova normativa che introduca l’ingresso per ricerca di lavoro, meccanismi di regolarizzazione permanente, il diritto di voto alle elezioni amministrative, la chiusura dei Cpt, una legge sulla cittadinanza sulla base del principio dello jus soli.

U.D.C.
Lotta senza quartiere alla c.d. microcriminalità, al traffico di stupefacenti, allo sfruttamento della prostituzione e alla riduzione in schiavitù. Certezza della pena: il giudice del giudizio decide anche le modalità di esecuzione della pena. Sfoltimento delle misure alternative al carcere, limitate a casi tassativi dopo aver scontato effettivamente almeno 2/3 della pena. Esclusione del giudizio abbreviato e della applicazione della pena su richiesta delle parti per i reati più odiosi. Contestualità di giudizio tra libertà e colpevolezza; collegialità nei giudizi sulla libertà personale. Previsione di una effettiva e celere espulsione degli stranieri autori di reati. Reintroduzione del reato di oltraggio a pubblico ufficiale, per restituire autorevolezza e prestigio alla funzione svolta dagli operatori del settore. Immigrazione controllata e condizionata alla disponibilità di lavoro, abitazione e regolarizzazione fiscale. Integrazione nel rispetto non solo della nostra legge ma anche della nostra cultura e tradizione.

Italia dei Valori
Più Polizia nelle strade e più video sorveglianza nel territorio. Inasprimento delle pene per i reati contro i minori e contro le donne. Pene certe e processi penali e civili più rapidi (possibilità di applicazione della pena dopo il secondo grado di giudizio e sospensione della prescrizione dopo il rinvio a giudizio). Reintroduzione del reato di falso in bilancio. Rimpatrio immediato ed effettivo degli immigrati clandestini e obbligo, per quelli condannati, di scontare le pene nei Paesi di origine. Eliminazione del conflitto di interessi di ogni tipo e ad ogni livello.

La Destra
Restituire autorevolezza alle forze di polizia, reintroducendo il reato di oltraggio. Stop alle condanne in comodità, con scarcerazioni facili legate all’affidamento ai servizi sociali. Rilevazione delle impronte digitali per gli stranieri con permesso di soggiorno per evitare le false generalità. Numero chiuso nelle città agli stranieri - previa applicazione di una direttiva comunitaria sui loro doveri praticamente ignorata - che non sono in grado di dimostrare come mantengono se stessi e la loro famiglia ed espulsione dal territorio nazionale. Divieto di indossare il velo nelle scuole Le moschee si edificano solo se c’è il nulla osta del Viminale, non può più bastare l’autorizzazione del sindaco. Come i sacerdoti italiani predicano in altri paesi nelle lingue locali, anche in Italia deve accadere che i sermoni e le preghiere vadano pronunciati in lingua italiana quando non codificati in testi riconosciuti.

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sabato, febbraio 23, 2008

Giustizia: la classe politica non vuole sottoporsi al controllo

Il Procuratore Aggiunto di Torino Bruno Tinti

"La giustizia italiana è programmata per non funzionare, perché la nostra classe politica non intende sottoporsi al controllo di legalità. Per farlo ha creato delle leggi che la favoriscono". È un estratto dell’intervista che il Procuratore Aggiunto di Torino Bruno Tinti ha rilasciato al mensile "L’Eco di S. Gabriele", dei padri passionisti del santuario ai piedi del Gran Sasso (Teramo). "Se si tratta di un obiettivo studiato a tavolino non lo so - ha proseguito Tinti - il risultato però è che l’impunità che la classe politica ha guadagnato per se stessa adesso si estende a tutti i cittadini". Il magistrato ha parlato della legge sul falso in bilancio: "Come riesce a evitare le sbarre chi ruba miliardi e falsifica i bilanci? Attraverso una delle leggi che la classe dirigente ha fatto per se stessa. La legge è studiata in modo da consentirglielo". Poi si è indirizzato verso il rapporto tra legge e politica: "Le vicende giudiziarie di Mastella, Berlusconi, D’Alema e Fassino: è un atteggiamento assolutamente trasversale, di tutta questa classe politica - ha premesso Tinti -. Mastella si è messo a urlare dal primo giorno e ancora prima il giudice che si occupava di lui, vedi De Magistris, è stato allontanato. Il caso Mastella è una vergogna, è la cosa più pericolosa che sta succedendo in Italia in questo momento. Qui la sentenza equivale alla dichiarazione politica. Questa gente, invece, ha ridotto l’attività giudiziaria allo stesso livello dell’attività politica". Le carceri? "I penitenziari sono affollati da gente di passaggio, sono pieni di poveri cristi". Il codice penale? "Se fossi ministro della Giustizia acquisterei in Svizzera un nuovo codice di procedura penale e lo sostituirei senza modifiche a quello esistente. Perché in Svizzera? Perché noi non siamo in grado di realizzarne uno efficiente". Duro anche nei confronti dell’indulto: "È stato cavalcato da tutta la classe politica per fare uscire Previti dagli arresti domiciliari di Piazza Farnese. Che senso ha estendere l’indulto a reati per i quali non c’era nessuna persona detenuta, tranne lui?".

Ansa, 22 febbraio 2008

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venerdì, febbraio 22, 2008

Giustizia: escludere gli ex terroristi avvilisce la democrazia

Sergio D'Elia

di Sergio Segio (Società INFormazione)


Il veto posto dai vertici del Pd nei confronti della candidatura di Sergio D’Elia, oltre a negare ogni valore etico al cambiamento, costituisce uno strappo alle stesse regole di quel neonato partito e cozza contro ogni regola giuridica e principio costituzionale. Vale a dire con la legge suprema di quella democrazia che, oltre due decenni fa, per fortuna ha sconfitto la violenza armata.


Sergio D’Elia, dopo aver scontato per intero la condanna ricevuta per la militanza in Prima Linea negli anni Settanta, tempo addietro ha ottenuto la cosiddetta "riabilitazione", istituto che, ai sensi dell’art. 178 del codice penale, estingue ogni pena accessoria ed effetto penale della condanna ricevuta. Peraltro, è uno dei pochissimi a trovarsi nello stato del "riabilitato", dato che questa misura viene quasi sempre negata agli "ex terroristi", interpretando surrettiziamente uno dei commi ostativi, secondo il quale il beneficio non può essere concesso qualora l’interessato "non abbia adempiuto le obbligazioni civili derivanti dal reato, salvo che dimostri di trovarsi nell’impossibilità di adempierle". Una norma tesa al risarcimento economico ma, il più delle volte, nella discrezionalità del giudice, tradotta in una precondizione di "perdono" da parte dei parenti delle vittime, che raramente sussiste.


D’Elia, nonostante sia persona che ha pagato per intero i propri errori di 30 anni fa, nonostante sia appunto giuridicamente "riabilitato", nonostante sia da decenni quotidianamente impegnato per promuovere una cultura della nonviolenza, non potrà dunque candidarsi. Lui stesso, peraltro, in questi giorni è parso disponibile a un passo indietro, memore della precedente esperienza: dopo che nelle ultime consultazioni era stato eletto, divenendo deputato, è stato letteralmente e pubblicamente linciato per mesi sui media. Una campagna che non si è limitata al concreto disprezzo della Costituzione, ma finanche a quello della Bibbia, laddove ha alimentato un sito dal significativo nome "Nessuno voti Caino".


Si dirà, e si è detto, quei drammatici errori non vengono superati e azzerati semplicemente scontando la condanna; richiedono un di più di discrezione e di ritegno. L’accesso a incarichi parlamentari può ferire sentimenti ed essere percepito come immeritato privilegio.

Un argomento che meriterebbe magari non consenso (sono infatti convinto che si tratti invece di una simbolica e potente rappresentazione della supremazia della democrazia e delle sue istituzioni sulla violenza armata) ma certo considerazione. Se non fosse per un particolare: il medesimo linciaggio è toccato e tocca a chiunque altro degli "ex terroristi", dissociato o meno che sia, abbia la sventura di essere oggetto di articoli di stampa e proteste, prontamente alimentate e cavalcate da qualche esponente politico in cerca di visibilità, che si fa scudo dei sentimenti dei parenti delle vittime. Di quei sentimenti e di quelle persone occorre certo tenere debito conto, riconoscendo loro vero rispetto e reale considerazione, anziché strumentalizzarli a fini politici o allo scopo recondito di imporre il silenzio su quegli anni, ancora in parte da sviscerare.


Sono recenti i casi di Susanna Ronconi, che si vorrebbe impossibilitare a lavorare anche nel Terzo settore, di Renato Cucio cui si vorrebbe impedire ogni apparizione pubblica, del br Vittorio Antonini, ora impegnato sui temi carcerari o dell’ex ordinovista nero Pierluigi Concutelli e - mi si consenta - del sottoscritto, frequentemente oggetto di inviti alla gogna e alla costrizione al silenzio da salotti televisivi o dalle colonne di autorevoli quotidiani.


Il combinato disposto tra malafede di molti opinionisti, disinformazione della pubblica opinione sollecitata a interessate rimozioni (a partire dalle responsabilità istituzionali nella strategia della tensione) e "doppiopesismo" nella considerazione delle vittime, e una più generale cultura intollerante ormai saldamente insediata a livello politico e sociale, ha prodotto questa consolidata situazione in cui prevale - è stato scritto sulla vicenda Ronconi - una irragionevole persecuzione e una cultura della gogna. Tanto che ci è creata una vera e propria black list, una lista di proscrizione periodicamente pubblicizzata sulle colonne dei giornali e rimbalzata da blog e siti internet in cui finisce chi non accetti la morte civile, imposta extra legem da queste campagne, non sia riuscito a farsi dimenticare o anche, semplicemente, abbia la sventura di essere preso di mira per qualsivoglia circostanza.


Alla solidarietà umana e fraterna per Sergio D’Elia, alla considerazione per Marco Pannella e per i radicali, storicamente e coraggiosamente capaci di battaglie solitarie e scomode, voglio unire un appello "politico" rivolto a quella composita sinistra (comunista, democratica, ecologista, pacifista, socialista, liberale e libertaria) che afferma di voler competere, pur senza asprezze, con il partito di Veltroni (che, sono certo, non è un monolite su questa questione, pur se regna assordante un prudente silenzio): Oltre a tanti temi economici, sociali e ambientali, è rimasto progressivamente in questi anni orfano il tema dei diritti civili, dello stato di dirittoe della democrazia "mite" e includente. La persecuzione nei confronti degli "ex terroristi" non è altro che la cartina di tornasole di un più complessivo problema: quello di una idea di società claustrofobica e intollerante che ha preso saldamente piede nella Seconda Repubblica.


Per contrastarla servono anche gesti simbolici e controcorrente, tanto più in un periodo elettorale segnato dall’equivalenza dei programmi e delle maggiori forze politiche. Si apra dunque la porta che il Pd ha chiuso, si rendano ospitali le liste a ex terroristi, ex detenuti, tossici, immigrati, operai, precari, ai tanti paria e invisibili che questa "politica dei valori" e delle apparenze, verticale e autoritaria, sta producendo. Come ha scritto oggi Gustavo Zagrebelsky: "Non si parla mai tanto di valori, quanto nei tempi di cinismo".


Lettera alla Redazione di Ristretti, 22 febbraio 2008

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martedì, maggio 22, 2007

Percorsi di giustizia, codice penale e inclusione sociale

di Claudio Messina (*)

Roma. Siamo particolarmente contenti che questa nostra IV Assemblea si tenga in un contesto così prestigioso, come è l’Università Roma Tre che ci ospita, per la disponibilità del Rettore Prof. Guido Fabiani, del Preside della Facoltà di Scienze Politiche Prof. Luigi Moccia, della Preside della Facoltà di Economia Prof.ssa Maria Paola Potestio, ai quali va il nostro vivo ringraziamento. Essere qui oggi, in un luogo dove gli studenti portano avanti la loro formazione, ci dà la possibilità di lanciare anche ai giovani un invito a non ignorare i temi della giustizia, per una cittadinanza più consapevole in una società che muta rapidamente e che spesso disorienta. A loro, ai giovani essenzialmente, sono affidate le nostre speranze di vedere realizzata in futuro una società migliore, più giusta, solidale, affrancata dalle conseguenze dei nostri errori. La giustizia è un concetto tanto forte quanto astratto e per riempirlo di significati non bastano enunciazioni e proclami, che tutti facciamo con grande enfasi, politici in testa. Dobbiamo “metabolizzarla” questa giustizia, perché entri nel nostro modo di pensare, di essere e di agire, nel rapportarci con gli altri, nel rispetto delle regole e delle istituzioni, nel denunciare con forza quelle situazioni scandalose d’ingiustizia per le quali c’è ancora troppa tolleranza, divisione, mancanza di una strategia comune. In questa nostra “tre giorni” del Volontariato Giustizia ci ritroviamo con tanti amici, con esperti, con rappresentanti di governo e istituzioni per valutare insieme molti aspetti della vita del nostro paese, come la legislazione penale, il welfare e la prevenzione dei reati, le politiche della giustizia minorile, nuove e più efficaci misure alternative alla detenzione, le sfide che attendono il volontariato nell’ottica di una concreta “sussidiarietà orizzontale” tanto auspicata... (continua nella sezione DOCUMENTI)

(*) Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia. Intervento di apertura della IV Assemblea Nazionale, 17 maggio 2007.


Puoi riascoltare gli interventi dei partecipanti alla IV Assemblea Nazionale sul sito di Radio Radicale: ACCEDI ALLO SPECIALE.

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mercoledì, novembre 22, 2006

Suggestioni

di Massimiliano Andreoni (*)

Buonasera a tutti. Il mio compito stasera qui è quello di raccontarvi quello che cerca di fare una piccola associazione di volontariato lucchese, il Gruppo Volontari Carcere, che da circa 20 anni opera nell’ambito della realtà penitenziaria e della più ampia area penale, che comprende tutte le persone ammesse ai benefici esterni.
L’associazione è molto piccola ma, a nostro parere, rappresenta un’esperienza importante nel nostro territorio. Le sue attività principali sono rappresentate dalla gestione di una casa di accoglienza per detenuti ed ex-detenuti che proprio quest’anno ha celebrato i suoi primi quindici anni di vita, la presenza costante all’interno del carcere di Lucca; la sensibilizzazione e l’informazione del territorio sulle tematiche del carcere e della pena, la gestione di progetti di formazione di operatori e volontari e, da alcuni anni, la gestione di progetti di servizio civile che, fortunatamente, hanno notevolmente ringiovanito il gruppo che, come spesso accade anche in altre parti del nostro paese quando si ha a che fare con il carcere, era rappresentato in gran parte da volontari sì fortemente motivati e attivi, ma non più giovanissimi.
Avere a che fare con il carcere, usando una frase che un amico torinese ha detto al convegno cittadino, che pochi giorni fa ha chiuso una serie di eventi da noi organizzati sul tema, significa sempre essere disposti a farsi venire giornalmente qualche mal di pancia! Questa è la prima riflessione che vogliamo condividere con voi. Mal di pancia perché il carcere e tutto quello che ruota intorno all’area penale è una zona in penombra, quasi sempre autoreferenziale, talvolta costituita da persone prive di coraggio, quel coraggio, intendo, a cui ha fatto riferimento Rita Borsellino nel suo intervento. Realtà che normalmente non interessa noi cittadini, di cui si parla, come ormai accade da qualche mese, perché c’è un indulto che i mass media danno in pasto all’opinione pubblica, perché c’è una Novi Ligure, o un mostro del Circeo in libertà che continua a fare del male, ecc.
Ma quanto veramente tutti questi eventi, queste notizie, questi lanci d’agenzia c’entrano con il carcere vero, inteso come quello quotidiano, quello reale? Un carcere, dicevamo, dimenticato, dove spesso anche le belle idee dei singoli o le buone prassi che normalmente si attivano fuori dalle sbarre, si fermano di fronte alla mancanza di fondi, di spazi, di risorse umane, spesso invivibile, e quindi che diventa una pena nella pena. Dati dello scorso anno, dati ministeriali, riferivano che per i tre pasti giornalieri di un detenuto si spendono 1,5 €: ma allora dove finiscono tutti gli altri denari a disposizione dell’amministrazione penitenziaria?
Questa è purtroppo la realtà giornaliera, locale e non solo, anche se è vero che, almeno altrove, come a Torino piuttosto che a Milano, a Rebibbia piuttosto che a S. Gimignano tante nuove esperienze ci lasciano ben sperare.
La nostra esperienza ci fa dire che solo laddove tanta più società esterna entra in carcere e tanto più carcere esce fuori, quindi laddove amministrazione penitenziaria e coooperazione, volontariato, enti locali si mettono a lavorare insieme si ottengono dei risultati, risultati di cui poi beneficiano non solo le persone detenute, ma anche tutti noi, ad esempio perché si abbassa il tasso di recidiva.
Un'altra suggestione su questo mondo spesso a parte ci viene dal titolo dell’iniziativa di oggi e domani: “Ma chi, tra poveri e potenti, c’è in carcere?”. Noi possiamo dire che ci sono sicuramente tanti poveri e molti pochi potenti. Non che auspichiamo che i potenti debbano stare in carcere in quanto tali, ma non ci sono neppure i potenti malandrini.
E non possiamo sottrarci affrontando questo aspetto a parlare di quel provvedimento che ormai da mesi è sulla bocca di tutti e che, votato dalla stragrande maggioranza del parlamento, è ormai orfano sia di padre che di madre, né possiamo negare il nostro sconcerto di fronte al valzer delle cifre, quasi che si dovesse negare ciò che insieme si è deciso.
Riteniamo, per dirla con parole di Franco Corleone, già stimato sottosegretario alla Giustizia, che l’indulto era una misura dovuta non solo per ragioni di giustizia, umanità ed equità, ma soprattutto perché le carceri vivevano sotto un regime di illegalità costante, nella violazione permanente dell’ordinamento e del regolamento di esecuzione penitenziario. Altro che certezza della pena! Non più tardi di ieri sera su una tv generalista un bravissimo e apprezzato magistrato affermava che se le carceri non sono adeguate, o non rieducano come previsto dalla carta costituzionale e dall’art. 1 dell’ordinamento penitenziario, sono problemi di organizzazione dell’amministrazione penitenziaria, e non risolvibili con l’indulto. Provvedimento, tra l’altro, non accompagnato da una serie di interventi legislativi ed amministrativi integrati e necessari!
Siamo d’accordo, ma da quanti anni, decenni, governi di tutti i colori, non hanno neanche provato a risolverli tali problemi? Oppure quando si ventila che per i prossimi anni (tre-cinque) l’80% dei processi sono a rischio e si buttano a mare attività investigative e soldi dei contribuenti, non si disvela forse anche la malattia cronica del nostro sistema giudiziario? Eh sì perché l’indulto vale solo per i reati commessi entro il 2 maggio 2006, ed allora ciò significa che l’arretrato di procedimenti pendenti è già insostenibile per qualsiasi democrazia e per chiunque attenda giustizia, sia esso autore o vittima di reato!
E poi chi è uscito con l’indulto? Certamente anche, purtroppo, qualche potente, qualche furbetto del quartiere, qualche onorevole, qualche boss, ma soprattutto una parte di quella detenzione sociale costituita da immigrati colpevoli di non essersi allontanati dal nostro paese, da tossicodipendenti che forse dovrebbero essere aiutati altrove, da poveri, tanti poveri e non solo economicamente.
Il carcere è il posto dei poveri, è sempre più il posto degli ultimi, grazie anche a noi, il luogo degli indesiderati ed il carcere ha fallito, se mai sia stato messo in grado di farlo, la sua mission, la rieducazione, la riabilitazione, il reinserimento. Ma non è difficile comprenderne le ragioni, quando sempre meno soldi si affidano all’amministrazione penitenziaria per le sue azioni, amministrazione peraltro spesso incapace di utilizzarli bene, o quando si privilegia certamente la sicurezza nostra, di noi cittadini liberi, a scapito del trattamento delle persone detenute, leggasi riabilitazione: circa 45-50000 agenti contro 450 educatori in tutta Italia.
E certamente, come da molti affermato, normative come la legge Cirielli che privilegia i potenti con prescrizioni più corte per i reati tipici del loro censo e affossa gli ultimi a causa della propensione alla recidiva, piuttosto che le normative degli ultimi anni su immigrazione e stupefacenti, hanno, guarda caso, concentrato in carcere una umanità allo sbando, forse solo bisognosa di un aiuto ed un sostegno diversi.
Così, come un’Armata Brancaleone il pianeta carcere si muove sbattuto dalle onde dell’immaginario giustizialista, piuttosto che vittimista, da proclami del ministro di turno al talk show di turno e tutto si promette ma nulla cambia. Anche perché è sicuramente impopolare come lo è stato l’indulto, dire che occorre dare più soldi per aiutare chi ha sbagliato, ed è davvero un miracolo che qualcuno voglia ancora stare dalla parte degli ultimi, dei poveri.
La nostra associazione ci prova, con sempre più forza e convinzione, e ultimamente ha provato a muoversi per far discutere le persone su questi temi, specialmente andando a trovare gli studenti nelle scuole superiori e con loro, spesso molto diretti e molto poco maliziosi, confrontarci sui temi della pena, della colpa, del perdono e della giustizia. Riteniamo che questi argomenti possano tranquillamente rientrare nei programmi scolastici di educazione alla legalità, anche perché il carcere forse, più lo si conosce, più lo si evita, almeno come clienti. Siamo riusciti anche a portare alcune classi di una scuola a visitare il carcere di Lucca e riteniamo che sia un’esperienza utile, gli studenti, che pure hanno comunque mantenuto le loro idee, ce lo hanno confermato.
Un ultima suggestione, ogni giorno ci accorgiamo di essere una società, un paese sempre più litigioso: dati aggiornati dicono che il 90% dei procedimenti pendenti riguardano situazioni classificabili come “litigi da condominio” e lo spaccio. E sempre più spesso, purtroppo, c’è chi, dimentico del proprio ruolo e delle proprie responsabilità, soffia per alimentare il fuoco di tali conflittualità, magari per interessi personali, di fama, notorietà, quando non puramente economici!
Questo ci ha fatto molto riflettere e negli ultimi anni ci siamo anche adoperati per approfondire e diffondere percorsi possibili di mediazione, di modelli alternativi di giustizia, come appunto la mediazione penale, che si propone come finalità di far incontrare vittime ed autori di reati, un incontro tra persone, un incontro finalmente umano, piuttosto che la conciliazione, gli arbitrati, la giustizia riparativa. Forse tutti quanti potremmo rinunciare ad un pezzettino delle nostre ragioni ed andare incontro, almeno per conoscerle, alle ragioni dell’altro, credo che questo potrebbe semplicemente renderci più umani.

(*) Intervento del Gruppo Volontari Carcere durante il convegno “Il silenzio dei poveri il rumore dei potenti”, promosso e organizzato dal Ce.I.S. Gruppo Giovani e Comunità il 17 novembre 2006 presso il Complesso di S. Micheletto, Lucca

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