di Massimiliano Andreoni (*)Buonasera a tutti. Il mio compito stasera qui è quello di raccontarvi quello che cerca di fare una piccola associazione di volontariato lucchese, il Gruppo Volontari Carcere, che da circa 20 anni opera nell’ambito della realtà penitenziaria e della più ampia area penale, che comprende tutte le persone ammesse ai benefici esterni.
L’associazione è molto piccola ma, a nostro parere, rappresenta un’esperienza importante nel nostro territorio. Le sue attività principali sono rappresentate dalla gestione di una casa di accoglienza per detenuti ed ex-detenuti che proprio quest’anno ha celebrato i suoi primi quindici anni di vita, la presenza costante all’interno del carcere di Lucca; la sensibilizzazione e l’informazione del territorio sulle tematiche del carcere e della pena, la gestione di progetti di formazione di operatori e volontari e, da alcuni anni, la gestione di progetti di servizio civile che, fortunatamente, hanno notevolmente ringiovanito il gruppo che, come spesso accade anche in altre parti del nostro paese quando si ha a che fare con il carcere, era rappresentato in gran parte da volontari sì fortemente motivati e attivi, ma non più giovanissimi.
Avere a che fare con il carcere, usando una frase che un amico torinese ha detto al convegno cittadino, che pochi giorni fa ha chiuso una serie di eventi da noi organizzati sul tema, significa sempre essere disposti a farsi venire giornalmente qualche mal di pancia! Questa è la prima riflessione che vogliamo condividere con voi. Mal di pancia perché il carcere e tutto quello che ruota intorno all’area penale è una zona in penombra, quasi sempre autoreferenziale, talvolta costituita da persone prive di coraggio, quel coraggio, intendo, a cui ha fatto riferimento Rita Borsellino nel suo intervento. Realtà che normalmente non interessa noi cittadini, di cui si parla, come ormai accade da qualche mese, perché c’è un indulto che i mass media danno in pasto all’opinione pubblica, perché c’è una Novi Ligure, o un mostro del Circeo in libertà che continua a fare del male, ecc.
Ma quanto veramente tutti questi eventi, queste notizie, questi lanci d’agenzia c’entrano con il carcere vero, inteso come quello quotidiano, quello reale? Un carcere, dicevamo, dimenticato, dove spesso anche le belle idee dei singoli o le buone prassi che normalmente si attivano fuori dalle sbarre, si fermano di fronte alla mancanza di fondi, di spazi, di risorse umane, spesso invivibile, e quindi che diventa una pena nella pena. Dati dello scorso anno, dati ministeriali, riferivano che per i tre pasti giornalieri di un detenuto si spendono 1,5 €: ma allora dove finiscono tutti gli altri denari a disposizione dell’amministrazione penitenziaria?
Questa è purtroppo la realtà giornaliera, locale e non solo, anche se è vero che, almeno altrove, come a Torino piuttosto che a Milano, a Rebibbia piuttosto che a S. Gimignano tante nuove esperienze ci lasciano ben sperare.
La nostra esperienza ci fa dire che solo laddove tanta più società esterna entra in carcere e tanto più carcere esce fuori, quindi laddove amministrazione penitenziaria e coooperazione, volontariato, enti locali si mettono a lavorare insieme si ottengono dei risultati, risultati di cui poi beneficiano non solo le persone detenute, ma anche tutti noi, ad esempio perché si abbassa il tasso di recidiva.
Un'altra suggestione su questo mondo spesso a parte ci viene dal titolo dell’iniziativa di oggi e domani: “Ma chi, tra poveri e potenti, c’è in carcere?”. Noi possiamo dire che ci sono sicuramente tanti poveri e molti pochi potenti. Non che auspichiamo che i potenti debbano stare in carcere in quanto tali, ma non ci sono neppure i potenti malandrini.
E non possiamo sottrarci affrontando questo aspetto a parlare di quel provvedimento che ormai da mesi è sulla bocca di tutti e che, votato dalla stragrande maggioranza del parlamento, è ormai orfano sia di padre che di madre, né possiamo negare il nostro sconcerto di fronte al valzer delle cifre, quasi che si dovesse negare ciò che insieme si è deciso.
Riteniamo, per dirla con parole di Franco Corleone, già stimato sottosegretario alla Giustizia, che l’indulto era una misura dovuta non solo per ragioni di giustizia, umanità ed equità, ma soprattutto perché le carceri vivevano sotto un regime di illegalità costante, nella violazione permanente dell’ordinamento e del regolamento di esecuzione penitenziario. Altro che certezza della pena! Non più tardi di ieri sera su una tv generalista un bravissimo e apprezzato magistrato affermava che se le carceri non sono adeguate, o non rieducano come previsto dalla carta costituzionale e dall’art. 1 dell’ordinamento penitenziario, sono problemi di organizzazione dell’amministrazione penitenziaria, e non risolvibili con l’indulto. Provvedimento, tra l’altro, non accompagnato da una serie di interventi legislativi ed amministrativi integrati e necessari!
Siamo d’accordo, ma da quanti anni, decenni, governi di tutti i colori, non hanno neanche provato a risolverli tali problemi? Oppure quando si ventila che per i prossimi anni (tre-cinque) l’80% dei processi sono a rischio e si buttano a mare attività investigative e soldi dei contribuenti, non si disvela forse anche la malattia cronica del nostro sistema giudiziario? Eh sì perché l’indulto vale solo per i reati commessi entro il 2 maggio 2006, ed allora ciò significa che l’arretrato di procedimenti pendenti è già insostenibile per qualsiasi democrazia e per chiunque attenda giustizia, sia esso autore o vittima di reato!
E poi chi è uscito con l’indulto? Certamente anche, purtroppo, qualche potente, qualche furbetto del quartiere, qualche onorevole, qualche boss, ma soprattutto una parte di quella detenzione sociale costituita da immigrati colpevoli di non essersi allontanati dal nostro paese, da tossicodipendenti che forse dovrebbero essere aiutati altrove, da poveri, tanti poveri e non solo economicamente.
Il carcere è il posto dei poveri, è sempre più il posto degli ultimi, grazie anche a noi, il luogo degli indesiderati ed il carcere ha fallito, se mai sia stato messo in grado di farlo, la sua mission, la rieducazione, la riabilitazione, il reinserimento. Ma non è difficile comprenderne le ragioni, quando sempre meno soldi si affidano all’amministrazione penitenziaria per le sue azioni, amministrazione peraltro spesso incapace di utilizzarli bene, o quando si privilegia certamente la sicurezza nostra, di noi cittadini liberi, a scapito del trattamento delle persone detenute, leggasi riabilitazione: circa 45-50000 agenti contro 450 educatori in tutta Italia.
E certamente, come da molti affermato, normative come la legge Cirielli che privilegia i potenti con prescrizioni più corte per i reati tipici del loro censo e affossa gli ultimi a causa della propensione alla recidiva, piuttosto che le normative degli ultimi anni su immigrazione e stupefacenti, hanno, guarda caso, concentrato in carcere una umanità allo sbando, forse solo bisognosa di un aiuto ed un sostegno diversi.
Così, come un’Armata Brancaleone il pianeta carcere si muove sbattuto dalle onde dell’immaginario giustizialista, piuttosto che vittimista, da proclami del ministro di turno al talk show di turno e tutto si promette ma nulla cambia. Anche perché è sicuramente impopolare come lo è stato l’indulto, dire che occorre dare più soldi per aiutare chi ha sbagliato, ed è davvero un miracolo che qualcuno voglia ancora stare dalla parte degli ultimi, dei poveri.
La nostra associazione ci prova, con sempre più forza e convinzione, e ultimamente ha provato a muoversi per far discutere le persone su questi temi, specialmente andando a trovare gli studenti nelle scuole superiori e con loro, spesso molto diretti e molto poco maliziosi, confrontarci sui temi della pena, della colpa, del perdono e della giustizia. Riteniamo che questi argomenti possano tranquillamente rientrare nei programmi scolastici di educazione alla legalità, anche perché il carcere forse, più lo si conosce, più lo si evita, almeno come clienti. Siamo riusciti anche a portare alcune classi di una scuola a visitare il carcere di Lucca e riteniamo che sia un’esperienza utile, gli studenti, che pure hanno comunque mantenuto le loro idee, ce lo hanno confermato.
Un ultima suggestione, ogni giorno ci accorgiamo di essere una società, un paese sempre più litigioso: dati aggiornati dicono che il 90% dei procedimenti pendenti riguardano situazioni classificabili come “litigi da condominio” e lo spaccio. E sempre più spesso, purtroppo, c’è chi, dimentico del proprio ruolo e delle proprie responsabilità, soffia per alimentare il fuoco di tali conflittualità, magari per interessi personali, di fama, notorietà, quando non puramente economici!
Questo ci ha fatto molto riflettere e negli ultimi anni ci siamo anche adoperati per approfondire e diffondere percorsi possibili di mediazione, di modelli alternativi di giustizia, come appunto la mediazione penale, che si propone come finalità di far incontrare vittime ed autori di reati, un incontro tra persone, un incontro finalmente umano, piuttosto che la conciliazione, gli arbitrati, la giustizia riparativa. Forse tutti quanti potremmo rinunciare ad un pezzettino delle nostre ragioni ed andare incontro, almeno per conoscerle, alle ragioni dell’altro, credo che questo potrebbe semplicemente renderci più umani.
(*) Intervento del Gruppo Volontari Carcere durante il convegno “Il silenzio dei poveri il rumore dei potenti”, promosso e organizzato dal Ce.I.S. Gruppo Giovani e Comunità il 17 novembre 2006 presso il Complesso di S. Micheletto, Lucca
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