lunedì, luglio 07, 2008

La pena certa e il collasso delle regole civili




DA BECCARIA A RUDOLPH GIULIANI, IL TRAMONTO DELLA GIUSTIZIA E IL TRIONFO DEL MITO SECURITARIO


di Sandro Margara
Un capitolo di Punire i poveri di Loïc Wacquant è dedicato ai “Miti culturali del pensiero unico securitario”. Sono pagine divertenti, di quel divertimento tragico che è il nostro pane quotidiano, che dimostrano la inconsistenza di quei miti e, quindi, di quella cultura e, quindi, di quel pensiero. Tra quei miti la “tolleranza zero”, che si è incarnata come luogo di rivelazione, nella New York di Rudolph Giuliani, che, secondo la vulgata, avrebbe debellato la criminalità in poco tempo. È falso: la diminuzione della criminalità era cominciata prima che arrivasse Giuliani, si è attuata anche là dove sono state praticate politiche opposte, dieci anni prima a New York era stata fatta la stessa politica e l’alta criminalità di quegli anni non era affatto diminuita. Altre erano state le cause della diminuzione della criminalità degli anni ’90 e Wacquant le espone nel dettaglio. La politica di Giuliani aveva solo prodotto, a costi elevatissimi, più polizia, più discriminazione e conflitto (per le aree della povertà ovviamente). Il mito culturale della “tolleranza zero” si inserisce in un altro: quello della “finestra rotta”, secondo cui sono i piccoli gesti di disordine, come una finestra rotta in una casa, che portano al manifestarsi della criminalità più grave: e allora perseguire come reati, con “tolleranza zero”, la miriade di condotte disordinate conseguenti al degrado degli ambienti di vita, serve ad evitare il peggio. Nessuna ricerca empirica ha mai dimostrato questo: si tratta di una favola costruita da un politologo ultraconservatore e da un poliziotto, entrambi con il pallino sociologico, raccontata in una rivista a grande tiratura e non in uno studio scientifico. Il risultato è che la favola è divenuta l’incubo di barboni, mendicanti, lavavetri e simili di tutto il mondo. Il richiamo alla certezza della pena è nato, sempre in ambiente Usa, nella dottrina giuridica, ma, via via che produceva danni e galera, è diventato anch’esso un mito culturale del pensiero unico securitario. Beccarla parlava di “pena certa”, ma lo faceva in un tempo in cui mancavano le regole per definire le pene, la loro durata e le modalità di esecuzione e aggiungeva che come dovevano essere certe, le pene dovevano anche essere miti. Negli ultimi decenni del ’900, si è imposta, in vari sistemi penali, una severa critica alla larga discrezionalità dei giudici nella determinazione e durata concreta delle pene. Negli Stati Uniti, in precedenza, era stato lo stesso giudice della condanna che dava una pena indicativa (da un minimo a un massimo), che i responsabili delle carceri definivano, poi, in concreto secondo la risposta dei detenuti agli interventi riabilitativi. Per le nuove teorie, il giudice doveva condannare, invece, ad una pena determinata, osservando un rigoroso prontuario corrispondente ai reati commessi. Dentro la nicchia del discorso degli esperti, poteva prosperare, così, il discorso securitario e, a rimorchio, le scelte politiche, ormai in auge nel corso degli anni ’70: si considerava l’intervento riabilitativo in carcere come privo di efficacia e produttore soltanto di un deprecabile lassismo e si rilegittimava in pieno il carcere. Se ne era detto tutto il male possibile e, invece, ora il carcere diventava la pena affidabile, l’unica che metteva fuori corso il nemico sociale. La pena doveva essere certa: e così i detenuti da 204.000 nel 1973 sono arrivati a 2.300.000 nel 2005, più di dieci volte tanto, e crescono ancora. Strada facendo, si è arrivati ad enunciare la regola che, al terzo reato, anche se poco grave, la carcerazione diventa perpetua: tre sbagli e sei fuori, ovvero dentro, in carcere. Pena certa, dunque, ma, dimenticando Beccarla, anche sproporzionata e sempre più estesa inoltre a condotte piuttosto indicative di precarietà di vita, che criminali. Da noi, la pesantezza delle pene del codice Rocco, ha determinato una serie di interventi del periodo democratico, che ha portato una forte discrezionalità del giudice della condanna. Inoltre l’Ordinamento penitenziario ha previsto modifiche della pena inflitta e delle modalità esecutive della stessa: alla rigidità della pena inflitta in sentenza è stata sostituita la flessibilità, coperta costituzionalmente dalla sentenza 204/74 della Corte costituzionale, riconfermata poi da varie sentenze successive. Ad ogni tentativo di nuovo codice penale, si cerca di ridurre la discrezionalità dei giudici, sia di quelli del processo, che di quelli di sorveglianza durante l’esecuzione, convinti che debbano recuperarsi criteri più certi nella determinazione della pena e della sua durata. Con una notevole indifferenza alla proporzionalità della pena rispetto ai fatti, volendo avere più certezza della pena, si pensa a previsioni penali sempre più numerose, sempre più detentive, sempre più severe: come negli Usa, questo è successo ovunque. La promozione a mito culturale della certezza della pena fa sì che questa venga invocata in modo frequente e approssimativo, imponendola anche come obbligo per la custodia cautelare dei giudicabili, contro il principio costituzionale secondo cui nessuno può essere considerato colpevole prima della condanna definitiva. È contestata anche la flessibilità della pena durante la esecuzione e invocata, contro le affermazioni della Corte Costituzionale, la riduzione delle misure alternative, necessarie in relazione alla finalità rieducativa/riabilitativa/risocializzante che la pena deve avere ai sensi dell’art. 27 della Costituzione. E si ricordi che ripetute ricerche confermano che le misure alternative alla detenzione riducono la recidiva tre/quattro volte più efficacemente della pena eseguita in carcere (dopo sette anni dalla conclusione della misura alternativa, la recidiva è inferiore al 20%; dopo lo stesso tempo dalla conclusione della pena in carcere, la recidiva è quasi al 70%). Dobbiamo sottostare ai miti culturali del pensiero unico securitario, tolleranza zero, finestre rotte e certezza della pena? Intanto, chiariamo che quei miti nascondono l’inconsistenza delle ragioni o, meglio, la presenza di cattive ragioni. Mettiamo in fila i punti salienti della situazione. Primo: le politiche securitarie e carcerarie sono diventate, come dimostrato nelle recenti elezioni, la questione centrale della politica generale, che pure di cose a cui pensare ne avrebbe tante altre. Secondo: il carcere cresce a dismisura e si riempie di stranieri, di tossici, di soggetti psichiatrici e socialmente abbandonati, non della criminalità più grave che gode di notevole disattenzione politica.Terzo: a un carcere pesante corrisponde uno stato leggero, anche per la necessità di spostare risorse sui sempre più estesi e costosi interventi polizieschi e carcerari: ci perdono gli interventi sociali, sostituiti dal carcere come “non risposta” ai problemi che si pongono. Quarto: se è la percezione dell’insicurezza che conta, notiamo, intanto, che essa subisce continui rilanci: fra i media e le grida politiche e legislative, quella percezione è entrata in una spirale di crescita inarrestabile, che è inevitabilmente arrivata anche ai pogrom. Quinto: ma se si continua a guardare solo alla percezione, i problemi reali non verranno mai affrontati e così puntualmente accade: repressione, carcere, espulsioni rilanciano le pulsioni antisociali e trasudano razzismo da ogni parte, ma peggiorano soltanto la situazione rendendo più gravi ed acuti i conflitti. Sesto: gli allontanamenti, gli sgomberi e le ruspe che sono l’immagine brutale ed efficace di questa politica, non suscitano reazioni, ma, invece, sempre più spesso, applausi: come dicevano le vecchie canzoni, pietà l’è morta e dietro la morte della pietà c’è il considerare l’altro come non-persona, c’è la disumanizzazione, che si coglie come “cifra” del tutto. Tento una sintesi, che non credo molto azzardata: dalla convinzione tatcheriana che non esistesse una cosa che si chiama società siamo arrivati alla fine del sociale, con i principi che lo hanno accompagnato: non è la fine della storia, ma il collasso delle regole che ci siamo dati. In questa fase, le comunità si ritrovano per fare fuori il diverso, ma superato questo momento, gli appartenenti a quelle comunità si guarderanno negli occhi dei compagni e non ci troveranno alcuna buona intenzione. Nel nostro mondo, accanto all’inquinamento ambientale, esiste un inquinamento sociale, entrambi letali.

Fuoriluogo, 25 maggio 2008

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domenica, giugno 29, 2008

Margara: lasciamoli in galera, recidiveranno 3 volte di più!




di Alessandro Margara (Presidente Fondazione Michelucci)

Il comunicato dell’Anfu (Associazione Nazionale Funzionari Polizia Penitenziaria)* è esemplare per dimostrare come chi svolge una attività importante ed essenziale dello Stato non ne conosca il funzionamento sostanziale: quali sono, cioè, le condizioni che dettano le linee e gli effetti di quel funzionamento. Prescindo, per ora, dal collegamento Gozzini-indice di criminosità e mi soffermo essenzialmente su due condizioni che influenzano quell’indice. La prima è l’ampliarsi della penalità, ovvero della normativa che prevede sanzioni penali e in particolare sanzioni detentive. Come emerge dalle statistiche, le esecuzioni penali detentive nel 1990 erano 36.300 (30.000 erano in esecuzione pena in carcere e 6.300 in misura alternativa). Negli anni che hanno preceduto il condono, le esecuzioni penali detentive erano circa 180.000: 60.000 detenuti + 50.000 misure alternative + un numero elevato di esecuzioni penali detentive in attesa di decisioni da parte dei tribunali di sorveglianza ai sensi della legge Simeone, numero che oscillava intorno alle 70.000. Sicuramente questi dati sono espressi con larga approssimazione, ma lo erano anche quelli del 1990. Se notiamo, però, che si tratta della quintuplicazione delle esecuzioni penali detentive, ci rendiamo conto che la penalità si è moltiplicata e non ci vuole molto a rilevare che ciò è accaduto con riferimento a due settori ben determinati: immigrazione e tossicodipendenza e alle norme relative, che vengono ora ancora modificate e sempre più severamente. La seconda condizione che determina il lievitare dell’indice di criminosità è che lo stesso è ricavato dalla efficacia del contrasto alle situazioni di reato. Ciò che si ricava da quell’indice è il numero accertato formalmente dei reati, che hanno un loro numero oscuro, come si dice, che non è noto. Ora il contrasto di polizia verso l’immigrazione e le dipendenze è ben noto. Quando nel comunicato dell’Anfu si nota la crescita delle denuncie, si dovrebbe verificare quanti, dei fatti denunciati riguardano tossicodipendenti e immigrati, e chiedersi se la linea di intervento di polizia non incide fortemente su queste denuncie e non sia dovuto alla intensificazione del controllo di polizia su quei fenomeni. Lo stesso dicasi per gli arresti, per i quali abbiamo come riprova, tutte le rilevazioni statistiche che dimostrano che tossicodipendenti, immigrati e anche persone in difficoltà sociali (e quindi fonte di disturbo sociale, quest’ultimo ormai sempre più contrastato) rappresentano i due terzi dei detenuti. Certamente occorrerebbe conoscere le componenti dell’indice di criminosità. Là dove sono state fatte ricerche, proprio negli Stati Uniti, è stato del tutto smentito il rapporto fra severità del trattamento penale e, cioè, alti livelli di carcerazione, e la crescita o la diminuzione del numero dei reati. Le circostanze che influiscono sulla crescita o la diminuzione dei reati sono molteplici e seguono un andamento sul quale influiscono l’andamento dell’economia, le modalità delle aggregazioni criminali, le tipologie della immigrazione (molto rilevante anche là). Sicuramente non influisce la severità penale ovvero quella che è stata chiamata tolleranza zero. Alla fine, c’è da chiedere agli autori del comunicato Anfu, che ci azzecca, come dice Di Pietro, la legge Gozzini con l’andamento dell’indice di criminosità? Come si è detto quella legge incide sulle modalità delle esecuzioni penali, ma questo è un dato a monte dell’intervento Gozzini. Se si vuole, si possono comunque aggiungere due dati. Il primo è che le revoche delle misure alternative sono minime (tra il 3,5 e il 4,5 %) e che tali revoche sono pronunciate per commissioni di nuovi reati in circa lo 0,20 % dei limitati casi indicati. Il secondo è che risulta da ricerche del Dap che la recidiva di chi espia la pena in misura alternativa, dopo 7 anni dalla conclusione della esecuzione della misura, è di 3 volte e mezzo inferiore a chi espia la pena in carcere. Quindi: lasciamoli in galera, recidiveranno 3 volte e mezzo di più.
* puoi leggere il comunicato alla pagina http://www.ristretti.it/commenti/2008/giugno/28giugno.htm#2

Lettera alla Redazione di Ristretti, 28 giugno 2008

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mercoledì, giugno 25, 2008

Lo stop alla legge Gozzini, passo indietro nella civiltà



di Alessio Carlucci e Luigi Paccione (Avvocati)

Il nuovo governo intende azzerare la legge Gozzini ma ignora (o fa finta di ignorare) che essa ha rappresentato il primo serio tentativo (seppure tardivo) di dare attuazione al principio costituzionale di rieducazione e umanizzazione della pena. Questa fu la ragione ispiratrice di una legge che, attraverso la concessione di benefici in favore di condannati con sentenza definitiva, mirava al loro recupero morale e sociale anche al fine di renderli soggetti attivi del progresso sociale, civile ed umano della società intera. Non può invocarsi il fallimento della legge perché in molti casi essa ha contribuito al reinserimento sociale dei condannati e, conseguentemente, ad un ridimensionamento della pressione criminale sulla collettività. Certo da sola non poteva allora e non può oggi risolvere il problema della sicurezza sociale perché quando entrò in vigore nel 1975 si disse da più parti che altri provvedimenti necessitavano sul piano sociale, comportamentale e lavorativo. Ricordiamo che quando la Gozzini fu varata mafia, camorra, ‘ndrangheta si erano già da tempo consolidate e i reati di terrorismo commessi successivamente avevano come protagonisti soggetti incensurati e, come tali, non ancora soggetti a tale legge. Il carcere doveva essere umanizzato nel senso che lì il condannato doveva pagare il proprio debito con la società espiando le proprie colpe ma recuperando i tratti migliori della sua personalità al fine di partecipare alla crescita della società stessa, al progresso civile e umano. Purtroppo il carcere è rimasto un luogo di emarginazione e di mortificazione dei più elementari diritti di persone come noi, molti dei quali hanno avuto la sfortuna di nascere "meno uguali" in una nazione in cui il principio di uguaglianza è e deve rimanere il primo comandamento civile. Si parla di elevare l´orario di lavoro a 60 ore settimanali e si continua ad ignorare che un detenuto ne ha meno della metà per uscire dalla cella, spesso angusta e sovraffollata e poter passeggiare in un piccolo cortile insieme a una moltitudine di compagni di reclusione. Bar, ristoranti e alberghi sono costantemente monitorati per ragioni di igiene e salute pubblica ma lo stesso non avviene per i luoghi di detenzione dove esseri umani consumano il loro pasto a ridosso dei servizi igienici. La neutralizzazione di una legge ordinaria quale la Gozzini ha quindi riflessi molto più ampi perché di fatto cancella principi costituzionali non solo relativi alle finalità rieducative di una pena il più possibile umana ma anche ai diritti fondamentali di uguaglianza, solidarietà e salute del cittadino. Lo stesso è avvenuto in occasione della recentissima creazione legislativa del reato di "immigrazione clandestina" che viola l´altro e non meno importante principio costituzionale di necessaria offensività del reato: un comportamento può essere punito solo se in concreto crea un danno o un pericolo per interessi dei singoli o della collettività. Nel caso di specie l´immigrato clandestino in quanto tale non cagiona nessun danno o pericolo per la collettività; nuoce solo se commette reati al pari dell´immigrato non clandestino, dello straniero comunitario o dello stesso cittadino italiano. Ora per la legge italiana sarà punibile solo "in quanto è" secondo un modello antico di reato che la Costituzione aveva cancellato perché usato (ed abusato) nel precedente ordinamento fascista. Ricordiamo fra tutti le leggi razziali che colpivano i cittadini italiani di origine ebraica e quelle contro i dissidenti politici, puniti duramente solo per il loro pensiero e indipendentemente da comportamenti criminosi o azioni antisociali.

La Repubblica, 24 giugno 2008

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venerdì, giugno 20, 2008

....se cambia la Gozzini...




di Patrizio Gonnella
Permessi premio e pene alternative: stretta sulla Gozzini. L’impatto del ddl Berselli, presentato al Senato, che rende più difficili i benefici di legge. Saranno plausibilmente almeno 20 mila in più le presenze in carcere se dovesse essere approvato il disegno di legge n. 623 recante "Modifiche alla legge 26 luglio 1975, n. 354, e al codice di procedura penale, in materia di permessi premio e di misure alternative alla detenzione". Il ddl è stato presentato dai senatori Filippo Berselli e Alberto Balboni, entrambi del Popolo della libertà e il primo alla presidenza della commissione giustizia. Il testo, qualora approvato, condurrebbe a un inasprimento del regime penitenziario, escludendo o rendendo estremamente meno accessibili gli attuali benefici di legge in caso di detenuti che mantengono una condotta tesa a cooperare con l’opera di reinserimento sociale. Il primo dei sei articoli in cui si divide il testo raddoppia da dieci a vent’anni il periodo di pena che deve essere espiata da un condannato all’ergastolo che abbia tenuto condotta meritoria prima di poter accedere al permesso premio. Il secondo articolo riguarda invece la misura alternativa al carcere dell’affidamento in prova al servizio sociale. L’affidamento fuori dell’istituto per un periodo uguale a quello della pena, che può oggi essere disposto se la pena detentiva da scontare non supera tre anni, viene limitato ai casi in cui la pena non supera il singolo anno. Diventa inoltre indispensabile il passaggio attraverso il carcere, che era stato reso facoltativo dalla legge cosiddetta Simeone - Saraceni nel 1998 per evitare inutili ingolfamenti penitenziari. L’articolo 3 del ddl Berselli si concentra sulla detenzione domiciliare: viene tra l’altro alzata da 70 a 75 anni l’età per accedervi per motivi di anzianità; viene portata da quattro a due anni la pena residua da potersi scontare presso la propria abitazione in specifici casi previsti (tra cui donna incinta, persona gravemente malata, minore di ventuno anni per comprovate esigenze di salute, studio, lavoro, famiglia); viene portata da due a un anno la pena residua da potersi scontare presso la propria abitazione negli altri casi; viene inoltre modificato l’articolo 656 del codice di procedura penale nella parte in cui è prevista la sospensione della pena entro il limite dei tre anni, riducendola a un anno. Si allungano i tempi per accedere alla semilibertà (vanno scontati almeno i due terzi della pena e in alcuni casi i tre quarti), del tutto inibita per gli ergastolani. Viene soppressa la liberazione anticipata, ossia la riduzione di 45 giorni a semestre prevista per chi ha regolare condotta in carcere. Oggi i detenuti sono 55 mila. Circa 22 mila sono quelli condannati in via definitiva. L’insieme delle misure previste produrrà di fatto l’accantonamento della legge Gozzini del 1986 nonché il rischio di sovraffollamento. Non è facile ipotizzare quale sia la sua portata effettiva. Ridurre la portata dell’affidamento in prova al servizio sociale, della semilibertà e della detenzione domiciliare significa togliere o ridimensionare la possibilità di accedervi a circa 15 mila persone. Complessivamente si può sostenere che nel solo giro di un anno potrebbero essere 20 mila in più i detenuti raggiungendo la quota record di 75 mila.

Italia Oggi, 19 giugno 2008

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lunedì, giugno 16, 2008

...e ora via al progetto per cancellare la legge Gozzini!

di Concetto Vecchio

Ecco il Ddl che cancella la Gozzini. Petizioni e proteste tra i detenuti. Contrarie anche alcune vittime dei reati: "Sarebbe solo un danno per la società". Legge Gozzini verso l’addio. Il Presidente della Commissione Giustizia al Senato, Filippo Berselli (An), ha presentato nei giorni scorsi un disegno di legge che ridimensiona sensibilmente i benefici di legge e gli sconti di pena per i detenuti. Sei articoli per cambiare tutto: semilibertà dopo avere scontato due terzi della condanna e non la metà; affidamento ai servizi sociali solo se la pena non supera un anno e non più tre; cancellazione della liberazione anticipata, che riduce le condanne di 45 giorni ogni sei mesi nei casi di buona condotta; concessione dei domiciliari se rimangono da scontare due anni e non quattro; niente più semilibertà agli ergastolani e permessi concessi dopo vent’anni di detenzione e non dieci. E infine, uscita dalla prigione a 75 anni, invece che a 70, "considerato il lieto allungarsi della vita umana". In alcune Case di Reclusione è partita una raccolta di firme per contestare le modifiche. La Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia (8 mila operatori carcerari) annuncia una mobilitazione che punta a coinvolgere Sindacati e Polizia Penitenziaria. Anche le vittime dei reati non nascondono le loro perplessità. Manlio Milani, Presidente dell’Associazione di Piazza della Loggia: "Così si riducono gli spazi di speranza e quindi le possibilità di recupero. Firmerò anch’io". "Lo spirito della Gozzini è ancora valido, non sempre il carcere è il luogo del ravvedimento", ragiona Olga D’Antona, parlamentare del Pd. "Sono per rivedere la norma che consente i patteggiamenti per i reati da ergastolo, e non nego che in passato ci siano state liberazioni anticipate che hanno suscitato giustamente allarme nell’opinione pubblica e tuttavia bisogna valutare caso per caso". "Io so cos’è la prigionia", premette Giuseppe Soffiantini. "Chi è in carcere va trattato con umanità. Ai detenuti dico: "Sarete liberi quando avrete imparato a non fare agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi". Silvia Giralucci, figlia del militante missino Graziano, la prima vittima delle Br nel 1974: "Rivedere in senso restrittivo i benefici sarebbe un danno per la società. I percorsi di reinserimento graduale non sono un regalo, ma un modo per fair sì che i delinquenti escano idealmente migliori di quando ci sono entrati. È nell’interesse di tutti, anche di chi come me è stato vittima di reati gravi, restituire individui che sono in grado di iniziare una vita diversa". Di converso Roberto Della Rocca, vice dell’Associazione vittime del terrorismo, sostiene che la norma "ha concesso troppe scappatoie". I pro Gozzini citano una ricerca del Ministero della Giustizia: il 19% di chi ha usufruito di pene alternative è tornato a delinquere nei sette anni successivi; percentuale che sale al 70% per chi ha trascorso in galera tutta la condanna "Questo disegno di legge - rintuzza Berselli - mira a recuperare certezza ed effettività della pena. I giudici irrogano quasi sempre al minimo, la pena effettiva da scontare di rado supera i tre anni e quindi ben pochi condannati finiscono in carcere". E cita il caso del terrorista Cristoforo Piancone, che aveva rapinato il Monte dei Paschi di Siena lo scorso mese di novembre, mentre si trovava in semilibertà.

La Repubblica, 15 giugno 2008



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sabato, giugno 07, 2008

A picco con la Bibbia in mano





Reportage.
Dopo 9 ore di mare il barcone affonda.
Tripoli: mai partito da qui.
Nessuna inchiesta, sconosciute le vittime

di Michele Farina

METLAOUI (Tunisia) — «Qui stavamo ancora ridendo». Isham fa partire il video, 26 secondi di felicità sul telefonino: ragazzi sul ponte, sdraiati sopra il gabbiotto del timone, i delfini velocissimi... «Eravamo noi lenti. Pesanti: in 380 su un coso che poteva portarne sì e no la metà». L'audio è una canzone in arabo: «Italia, Italia, Italià, mi sentirò bene solo quando sarò all'Italià...». Non ci sono mai arrivati «all'Italià». Dopo 9 ore di navigazione lo scafo (15 metri) comincia a imbarcare acqua a poppa. Lampedusa è a 15 ore. Il legno marcio del peschereccio acquistato dai trafficanti libici in Tunisia, il peso, un'ondata maligna, una falla nella stiva. «Abbiamo fatto salire le donne e i bambini — racconta Abdallah —. C'era una pompa, ma non funzionava. Abbiamo cominciato a tirar su l'acqua con le taniche del carburante». Catena umana. C'è chi ricorda «una nigeriana che stringeva una bibbia in mano». Erano le 14 di un giorno di quasi primavera quando un ragazzo ha sentito il timoniere egiziano: «Non ce la faremo». L'odissea dei 380 clandestini sarebbe finita in tragedia 8 ore dopo, al buio, a poche centinaia di metri dalla costa dove era cominciata: Libia, Zawia, fuori Tripoli. Isham mostra una foto: suo cugino Wisam aveva 18 anni, è sepolto oltre la fabbrica dei fosfati che adesso non assume più, l'unica di questo impasto di case e deserto chiamato Metlaoui, 400 chilometri a sud di Tunisi. La notte del 19 marzo 2008 Wisam Goma non è stato l'unico passeggero del barcone bianco e verde ad annegare nel Mare Nostrum. Difficile arrivare al numero esatto delle vittime. Difficile tutto, nella ricostruzione di una tragedia che ha visto 380 signori nessuno per ore alla deriva nel Mediterraneo. Questa è la storia di un naufragio fantasma, di una barca che ufficialmente non è mai partita dalla Libia così come non è mai partita un'inchiesta giudiziaria. I nomi dei testimoni sono stati cambiati. Fonti della polizia di frontiera confermano al Corriere 17 salme tunisine. Ricordando le liste fatte circolare nelle prigioni libiche, diversi sopravvissuti parlano di una quarantina di vittime. Sul peschereccio erano stipati nordafricani, egiziani, ma anche senegalesi, nigeriani e somali in fuga dalla guerra civile. Metà tunisini, e di questi 54 sono partiti da qui, Metlaoui. Dalla città grigia dei fosfati viene un ragazzo che ha avuto più fortuna. Stessa tratta, qualche giorno dopo. Da un mese fa il bracciante in Sicilia. È contento. Dalla sua voce è arrivato al Corriere il passaparola di questa storia: una telefonata a casa, le prime notizie sul naufragio, l'arresto dei sopravvissuti, la violenza, le ingiurie, il lento ritorno, l'attesa di una nuova partenza. Zizou è tornato a Metlaoui una settimana fa. Due mesi in prigione l'hanno segnato. «Quando è arrivato non l'ho riconosciuto» dice il padre. Disoccupato, come tanti. Per pagare i 5.000 euro del passaggio per i due figli ha venduto la casa. I ragazzi si sono salvati, il resto no. Adesso sono in affitto, pochi mobili. Zizou ha ricominciato a lavorare: trasporta sabbia dal deserto per tre dinari al giorno (meno di due euro). Nessuno sa che la legge in Italia (e in Europa) sta cambiando. Il reato di clandestinità, reclusione fino a 18 mesi... «Meglio una galera in Italia che il nulla qui» sbotta il padre. Zizou annuisce. I compagni di naufragio sono d'accordo. Ali, 30 anni, vende angurie. Ha vissuto cinque anni a Padova, 2 in galera per spaccio. Rispedito in Tunisia nel 2007. Dice che l'ha denunciato «la moglie napoletana». «Ha detto alla polizia che non vivevamo insieme». Perché? «Non le passavo più 500 euro al mese». Un matrimonio d'interesse: «Vai a Napoli, paghi 6.000 euro e ti sposi in Comune. C'è un mediatore. Un tunisino. Arrivo alla stazione. Lui arriva con una cinquantenne sul motorino. "Tua moglie", mi fa in arabo. "Così anziana?", dico io. E lui: "Devi forse andarci a letto?". Il giorno dopo a un mio amico è andata peggio: un'ottantenne in sedia a rotelle». E in Comune? «Tutto combinato». Perché non a Padova? «Lì non ti sposano neanche per 50 mila euro. Razzisti!». Ride, Ali. Ma quando parla dell'ultimo viaggio la faccia diventa dura. «Volevano farci morire». Con l'acqua nella stiva, l'egiziano al timone chiama il boss libico. «Quel bastardo dice che viene un peschereccio ad aiutarci. Dopo 4 ore ancora niente. Alla fine appare un gommone con una pompa. Neanche quella funziona». Secondo un sopravvissuto poi giunto in Italia, Mohammed, i libici sul gommone (4 armati) avevano l'ordine di affondare la barca. Ma si sono impietositi quando qualcuno a bordo ha alzato i bambini in aria. Il barcone che affonda arranca verso la costa. Arriva a un vecchio porto. Il sollievo delle luci, la paura della polizia. Questa è la Libia di Gheddafi. Il peschereccio è fermo a poche centinaia di metri da riva. C'è chi grida «affondiamo», chi sente degli spari. Si buttano. È il caos. Una nigeriana incinta è la prima ad annegare. A riva gli agenti accolgono i superstiti con i manganelli elettrici. I naufraghi passano settimane in quattro prigioni. Le famiglie pagano gli avvocati che pagano chi di dovere. «Gli agenti pisciavano nel pozzo dell'acqua». Nuovi arrivi: «Un giorno sono arrivate 26 nigeriane. Quelle con i soldi sono uscite, le altre le violentavano gli agenti, una era incinta ». Zizou racconta di alcuni somali che stanno là da anni senza processo. Il traffico parte dalla Libia. Meno dalla Tunisia, che ha inasprito le pene per gli scafisti. Si attraversa il confine con i passatori. Di là qualcuno ti porta in un centro di raccolta, una casa abbandonata. Isham giura di essere arrivato su un camion militare libico. «È un business dove mangiano in tanti». La Libia è uno Stato di polizia efficiente, difficile agire senza coperture. I migranti restano chiusi giorni prima di essere condotti alla spiaggia. Da lì in gommone fino al peschereccio. «Italia, Italia, Italià, mi sentirò bene solo quando sarò all'Italià...».
Corriere della Sera, 7 giugno 2008

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venerdì, giugno 06, 2008

Immigrazione: "non in nostro nome", associazioni a confronto



Arci, Caritas Firenze, Cnca, Cospe e Fondazione Michelucci, firmatarie dell’appello, hanno incontrato oggi presidente e il vicepresidente della Regione Toscana, trovando conforto nelle loro preoccupazioni sul clima sviluppatosi in Italia. Le associazioni Arci, Caritas di Firenze, Cnca Toscana, Cospe e Fondazione Michelucci, firmatarie dell’appello "Razzismo. Non in nostro nome", fortemente preoccupate per il clima che si sta sviluppando nel paese, hanno chiesto e ottenuto un incontro al presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, e al Vice Presidente, Federico Gelli. L’incontro si è svolto oggi e ha mostrato una sostanziale condivisione col Presidente Martini e il Vice Presidente Gelli delle preoccupazioni delle associazioni. Nel corso dell’incontro, Vincenzo Striano, presidente dell’Arci Toscana, ha esposto le motivazioni che hanno spinto questo gruppo di associazioni (altre aderiranno in seguito) a concordare una serie comune di iniziative. "Vanno sempre prese in considerazione le paure della popolazione, anche quelle più irrazionali, ma per farle scomparire - ha affermato -. È pericoloso inseguirle e alimentarle. Bisogna reagire al clima di razzismo che sta pericolosamente crescendo nel paese. Per quanto ci riguarda non solo siamo contrarissimi ad ipotesi di Cpt ma proporremo alle altre associazioni, alla Caritas in particolare, di scrivere insieme una carta dell’inclusione o della convivenza da affiggere in tutti i luoghi frequentati da molte persone come case del popolo e parrocchie." Per la Caritas diocesana di Firenze, il direttore Alessandro Martini ha voluto ricordare che "la Toscana delle istituzioni e della società civile, nella sua tradizione storica e nella realtà diffusa, ha sempre proposto un modello sociale inclusivo. La situazione di disagio in cui per una serie di fattori versano le città (la precarietà o la mancanza del lavoro, l’impoverimento delle famiglie, la mancanza di abitazioni, la solitudine degli anziani, lo smarrimento dei giovani, una diffusa percezione di insicurezza) va affrontata con la volontà di risolvere i problemi e non di inasprirli, di produrre coesione sociale e non divisione. Una rapida approvazione della Legge regionale sull’immigrazione - ha concluso - costituirebbe un segnale concreto di contrasto e di rifiuto della xenofobia e del razzismo, che costituiscono un pericolo sempre latente nelle situazioni di crisi sociale, anche nel nostro territorio". Da parte sua Alessandro Margara, presidente della Fondazione Michelucci, ha introdotto il tema delle nuove previsioni normative, del Governo. "Molte di queste - l’aggravante per la condizione di irregolarità del titolo di soggiorno per chi commette reati, la previsione dell’irregolarità stessa come reato, l’innalzamento del periodo di permanenza nei Centri di Permanenza Temporanea (ora denominati Cie, Centro di Identificazione ed Espulsione) - presentano non solo una dubbia efficacia e il rischio di effetti perversi sul sistema giudiziario e penitenziario, ma anche forti perplessità sotto il profilo costituzionale. In particolare - ha sottolineato - l’innalzamento tempi di trattenimento da 2 a 18 mesi nei Cie, configura queste strutture come surrogati carcerari e la permanenza al loro interno come una anticipazione di una pena detentiva, pur in assenza di reato, di gran lunga superiore a quella che nelle carceri viene mediamente scontata". Sull’ipotesi nuovamente affacciata nelle ultime settimane, da parte governativa, di realizzare un Cie in Toscana si è soffermato don Armando Zappolini, presidente regionale del Cnca. "Le associazioni sono state contrarie negli scorsi anni ai Cpt perché questi rappresentavano una palese violazione dei diritti umani e delle garanzie personali". Nel caso che, nonostante la diffusa opposizione, un Cir venisse realizzato in Toscana "le associazioni firmatarie si impegnano a promuovere in tutto il variegato mondo dell’associazionismo e del terzo settore toscano un fermo e condiviso atteggiamento di contrarietà alla costruzione di un Cie in Toscana e, nel caso questo fosse nonostante tutto realizzato, un generalizzato diniego a qualunque forma di coinvolgimento nella sua gestione". Infine Udo Enwereuzor, del Cospe, ha ricordato che "la forte difficoltà, dettata dalla Legge Bossi-Fini, ad entrare regolarmente in Italia costringe, più o meno temporaneamente e reversibilmente, a situazioni di irregolarità moltissimi immigrati che hanno un lavoro, una casa, e che rimangono esposti per via della loro condizione a lavoro nero e malpagato e a forme di sfruttamento. L’unica strada per limitare l’irregolarità, che non sia l’impraticabile suggestione repressiva, è una politica dei flussi che faciliti l’ingresso regolare. L’idea di espellere tutti coloro che in questo quadro normativo non sono in regola con il titolo di soggiorno contrasta con la realtà di inserimento lavorativo - e con l’interesse di imprese e famiglie italiane - che riguarda la stragrande maggioranza degli irregolari".


Redattore Sociale, 6 giugno 2008

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lunedì, giugno 02, 2008

Mi sento poco sicuro, perché ho paura degli italiani!




di Marino Buzzi
Mi guardo intorno con un po’ di sgomento e mi rendo conto che da qualche tempo ho cominciato ad avere paura. Non mi sento più sicuro in questo paese. Guardo il telegiornale e assisto impotente ad una serie di servizi sulla criminalità degli stranieri. La prima notizia tratta di una rumena che ha cercato di rapire un bambino. La seconda di un extracomunitario che ha violentato una ragazza. La terza notizia parla di furti in villa commessi da stranieri. Io però non ho paura degli extracomunitari, in questo momento, in questo paese, ho paura dei miei connazionali. Ho paura degli italiani. Da anni ormai l’informazione lavora a creare un clima razzista. Io credo che chi sbaglia, a prescindere da sesso, razza e religione, debba rispondere delle proprie azioni. Rimango però stupito nell’apprendere che il rumeno che uccide rimane sui giornali per settimane mentre l’italiano che commette lo stesso reato ha il privilegio di venire immediatamente dimenticato dai mass media. Ora, mi rendo conto che occorra trovare dei capri espiatori per far credere agli ingenui che la situazione italiana non sia colpa degli italiani stessi e di una classe politica inadatta, ma possibile che la gente creda veramente che, in un paese in cui ci sono la mafia e la camorra, l’emergenza sicurezza sia da attribuire ai rom? Vedo in tv uno speciale sulla criminalità, intervistano brave famiglie di Reggio Emilia, sono tutti indignati per la presenza di stranieri. Il giornalista chiede se questi delinquono e la gente risponde: "no, no… anzi…". Il vero problema è che siamo razzisti. Senza scuse né giri di parole. Vogliamo la forza lavoro, vogliamo pagarli poco, magari farli lavorare in nero e poi vogliamo che quelle stesse persone che sfruttiamo scompaiano nel nulla alla fine del turno. Non li vogliamo nel nostro stesso palazzo, neghiamo loro i diritti che ogni cittadino dovrebbe avere e pretendiamo che questi stiano zitti solo perché "sono in casa nostra". Non vogliamo vedere gli stranieri nei nostri bar, nelle nostre piazze, nelle nostre scuole. Non vogliamo concedere loro la possibilità di mescolarsi con i nostri figli, di pregare il proprio Dio, di diffondere la loro cultura. Perché li riteniamo esseri inferiori, carne da macello destinata alla produzione senza pensare che dietro a quei nomi stranieri che fatichiamo a pronunciare ci sono uomini e donne che hanno rischiato la vita per assicurare un futuro migliore ai propri figli. Che poi è la stessa cosa che abbiamo fatto noi italiani sino a non molto tempo fa, quando emigravamo in America e venivamo sottoposti alle stesse umiliazioni che oggi infliggiamo agli stranieri. Però ce ne siamo dimenticati perché è più facile vedere solo il proprio pezzetto di giardino piuttosto che avere una visione globale del problema e se qualcuno ci fa notare questa cosa subito ci indigniamo e diciamo "eh ma è successo tanto tempo fa". Sento i discorsi della gente in treno, dicono che gli stranieri puzzano, che parlano sempre ad alta voce, che i rom devastano ogni cosa, che gli stranieri fanno pipì per la strada e poi fanno quella cosa strana, come si chiama, quel Ramadan. Ma si può? In un paese cristiano come il nostro! È una vergogna… una vergogna. Eppure le fabbriche hanno bisogno di queste persone, gli imprenditori hanno bisogno di gente ricattabile e senza diritti e anche la malavita organizzata italiana (che, a sentire i telegiornali, è scomparsa) ne ha bisogno. Io cammino per le vie di Bologna, la città in cui lavoro, e percepisco la paura delle persone che stanno per la strada. Quando ti fermi a chiedere un’informazione la gente scappa e ti guarda terrorizzata, se cammini più velocemente degli altri e ti avvicini troppo a qualcuno quello subito si volta a guardarti e afferra la propria borsa come se tu volessi rubargli il portafogli. Ho sentito ragionamenti del genere "tutti a casa propria" oppure "I soldi devono rimanere nelle regioni di provenienza", a un certo punto (sempre in treno, sono pendolare) qualcuno teorizzava di mandare a casa tutti gli extracomunitari, di curare tutti i "froci" e di dividere il nord dal sud. Beh, almeno lui aveva le idee chiare. Quello che è un po’ confuso e spaesato sono io. Sino ad un anno fa si parlava di Pacs, di integrazione, di voto agli stranieri e oggi si dà fuoco ai campi Rom e si parla di tolleranza zero. Mi devo essere perso qualche passaggio, la società italiana si è trasformata improvvisamente da una società desiderosa di andare "avanti" ad una società chiusa e razzista. E poi mi chiedo ma tolleranza zero verso chi? Verso i ragazzi (italiani) che a Verona hanno ucciso un ragazzo per un futile motivo? Verso i bulli (italiani) che hanno incendiato i capelli ad un loro amico e che avevano, sul computer, foto e siti neonazisti? Verso i ragazzi (italiani) che hanno violentato e ucciso una loro compagna di classe di quattordici anni? Verso l’italiano che ha stuprato una ragazza rumena? O la tolleranza zero deve valere solo per gli extracomunitari e i nostri figli devono essere lasciati liberi di delinquere? Sì, io mi sento meno sicuro in questo paese e ho molta paura. Degli italiani però.
Kataweb, 30 maggio 2008

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venerdì, maggio 30, 2008

Giustizia: più polizia, più carceri, più Cpt… ecco la "ricetta"!


di Enzo Mangini

Il capo della polizia Antonio Manganelli e il direttore del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria in audizione alla Commissione Riunita Affari Costituzionali e Giustizia del Senato presentano i loro dati, concentrati sul ruolo della "criminalità straniera". È stata una mattinata intensa alla Commissione Riunita Affari Costituzionali e Giustizia del Senato. La prima da quando si è insediato il nuovo parlamento. I senatori hanno ascoltato le audizioni di Antonio Manganelli, da quasi un anno successore di Gianni De Gennaro al vertice della polizia, e di Ettore Ferrara, direttore del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che gestisce tutte le prigioni italiane. L’analisi della situazione dei due alti funzionari pubblici è quasi la stessa e si concentra soprattutto sul ruolo dei migranti. Manganelli ha detto che "è opportuno aumentare il numero dei Centri di Permanenza Temporanea [Cpt]", perché, secondo il capo della polizia, il numero di espulsioni effettivamente eseguite nel 2007 [circa 2.400] è dovuto al fatto che i posti nei Cpt sono pochi. Il capo della polizia ha detto che lo scorso anno sono stati notificati 10.500 provvedimenti di espulsione, ma nella stragrande maggioranza dei casi non hanno seguito, perché senza i Cpt i provvedimenti vengono semplicemente ignorati. Un’analisi che farà molto contento il ministro dell’interno Roberto Maroni che qualche giorno fa ha proposto una sorta di "federalismo" della sicurezza, con la costruzione di un Cpt in ogni regione. I Cpt in funzione oggi sono dieci, e quindi Maroni prevede di raddoppiarli, anche usando caserme dismesse. Di questo starebbe già parlando con il ministro della difesa Ignazio La Russa. Manganelli ha anche criticato l’applicazione delle norme sulle richieste di asilo politico. Non perché, come ha segnalato più volte l’Ue e come ha ricordato nel nuovo rapporto Amnesty International, l’Italia manchi di una legge ad hoc sui rifugiati, ma perché, secondo il capo della polizia "bisogna scongiurare un uso strumentale di queste richieste". Il fatto è, ha spiegato Manganelli, che nei centri per i richiedenti asilo, i Cara, "si può uscire di giorno per rientrare di sera, e quindi qualcuno non rientra affatto". Non una parola, stando ai resoconti delle agenzie di stampa, sul fatto che le procedure per il riconoscimento dello status di rifugiato politico arrivano a durare anche più di un anno, durante il quale le persone vivono in un limbo giuridico, esposte allo sfruttamento e senza la possibilità di cercarsi un lavoro. Manganelli ha proseguito la sua audizione alla commissione affari costituzionali attaccando "l’indulto quotidiano" che avverrebbe in Italia a causa della "mancanza vergognosa di certezza della pena". Colpa, secondo il capo della polizia, delle leggi che rendono molto difficile perseguire i reati, che al 30 per cento sono commessi da stranieri. La risposta, quindi, sono più Cpt e procedure più certe e più snelle per le espulsioni. Dopo Manganelli è toccato a Ettore Ferrara, direttore del Dap. Anche il suo intervento si è concentrato sull’ "allarmante" ritmo di crescita della popolazione carceraria e in particolare dei detenuti stranieri, che oggi sono 20.123 su un totale di 53.700 reclusi. I dati forniti da Ferrara indicano che il 70 per cento dei detenuti stranieri proviene da otto paesi: Romania, Albania, Marocco, Algeria, Nigeria ed ex Jugoslavia. Secondo Ferrara, l’effetto dell’indulto si già esaurito da tempo e ci si sta rapidamente avvicinando alla soglia dei 62 mila detenuti [a fronte di una capienza teorica di 43 mila] che nel luglio del 2006 convinse il parlamento ad approvare l’indulto. Ferrara, al contrario, chiede che siano costruite nuove carceri, anche perché di quelle esistenti solo il 20 per cento è stato costruito negli ultimi cento anni e un 20 per cento addirittura prima del 1600. Il 50 per cento dei 94 mila nuovi entrati nel 2007 è rimasto in cella meno di un mese. Il che rimanda alla questione principale: la metà dei detenuti italiani non è condannata in via definitiva ma in attesa giudizio, percentuale che sale fino a due terzi nel caso di detenuti stranieri. Ma questo nessuno dei senatori della Commissione lo ha chiesto.

Carta, 30 maggio 2008

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martedì, aprile 29, 2008

Immigrazione: status di irregolare è prima causa di devianza




di Andrea Di Nicola (Ricercatore in Criminologia, Università di Trento)



L’equazione "stranieri uguale criminalità" serpeggia tra i media, i politici e la gente comune. Le notizie sulla sicurezza sono urlate e i cittadini hanno paura. Bisognerebbe fare chiarezza, riportare oggettività in un dibattito "emotivo", per ragionare sulle possibili soluzioni. Come emerge dai dati del Dap e dagli studi condotti dal Centro interuniversitario Transcrime (Università di Trento e Cattolica), il quadro dei dati sugli immigrati presenti nei penitenziari italiani certo non appare roseo: sono tanti e in aumento e anche il confronto con altri Paesi evidenzia che la situazione italiana, pur non essendo la peggiore è complicata. I dati significano però poco se non sono interpretati. I perché di così tanti stranieri sono spesso legati, infatti, a cause oggettive che sfavoriscono i migranti e di cui all’opinione pubblica si da raramente conto. Vediamole. La criminologia da tempo insegna che sono i maschi giovani a delinquere di più. Poiché la popolazione straniera ha più maschi giovani di quella italiana, essa è statisticamente più a rischio di commettere reati. Inoltre, che cosa ci aiuta a conformare le nostre condotte alle regole, a comportarci bene? I legami sociali, gli affetti, la rete di persone intorno a noi, il nostro livello di integrazione nella società. Tutte cose che, non di rado, gli stranieri non hanno. Possono poi sentire il peso della delusione di aspettative non corrisposte; e le frustrazioni, a volte, generano devianza. Un altro fattore da considerare è la condizione - di regolarità o irregolarità - dello straniero. La maggior parte della criminalità degli immigrati - tra il 70 e il 90% a seconda dei reati - è appannaggio degli irregolari. Analisi scientifiche dimostrano che i regolari hanno invece tassi di criminalità più bassi degli italiani. È quindi l’irregolarità a produrre criminalità, e non, come una lettura superficiale dei dati potrebbe far pensare, la semplice nazionalità straniera di una persona. E più le norme sull’immigrazione contribuiranno involontariamente a generare irregolarità, più le nostre carceri traboccheranno di immigrati. Gli extracomunitari sono poi sovra rappresentati perché molti sono perseguiti per violazione delle leggi sull’immigrazione, reati che gli italiani, per ovvi motivi, non possono commettere. Si tratta di delitti per i quali entrano e rimangono in prigione solo per pochi giorni, facendo lievitare i numeri. Oltre a queste violazioni, i reati degli immigrati sono per lo più furti, scippi, rapine e spaccio di stupefacenti. Crimini ad alta visibilità, che allarmano l’opinione pubblica, che attraggono l’attenzione delle polizie più di altri e per i quali è spesso previsto l’arresto in flagranza: questo significa più probabilità, rispetto agli italiani che si concentrano anche su altre forme di criminalità, di essere denunciati e di finire in galera. Così come è più alta la probabilità di denuncia, così, dopo la denuncia, per lo straniero è più elevata la probabilità di rimanere in carcere in attesa di giudizio. Il rapporto tra stranieri e giustizia italiana è difficile. Possono avere problemi a esercitare il diritto alla difesa, per scarse possibilità economiche o per la carenza di una rete di rapporti familiari e/o amicali stabili. Inoltre la limitata conoscenza della lingua può penalizzarli durante l’intero processo penale. Raramente, d’altro canto, propongono appello contro la sentenza. In attesa di giudizio, all’immigrato di rado sono concessi i domiciliari: la custodia cautelare è spesso eseguita in carcere per mancanza di una fissa dimora e perché esiste un concreto pericolo di fuga. Ma anche nel caso di condanna a pena detentiva, le alternative alla detenzione sono usate poco. I motivi sono, anche qui, lo stato di irregolarità unito alla scarsità di strutture lavorative e abitative in grado di accogliere gli extracomunitari. Questi ultimi, in aggiunta, usufruiscono raramente di trattamenti disintossicanti al di fuori del carcere. Per la sostanza prevalentemente usata (la cocaina), la dipendenza è meno forte e con sintomi di astinenza meno violenti di quanto accade per gli italiani. La gestione di stranieri tossicodipendenti in carcere diventa più semplice. Il loro stato di irregolarità o clandestinità non permette poi la copertura sanitaria "fuori". Gli immigrati sono i nuovi ultimi. E nelle carceri finiscono gli ultimi. Le nostre prigioni sono sempre più un grande contenitore di disagio sociale. Un disagio che dovremmo sentire, ma che non ascoltiamo.

Il Sole 24 Ore, 28 aprile 2008


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sabato, aprile 26, 2008

Giustizia: la crisi del sistema penitenziario in cinque punti



di Valter Vecellio

1) "Se il prossimo governo non inserirà nella propria agenda l’emergenza penitenziaria non potrà non ricorrere ad un altro atto di clemenza". Così, l’altro giorno, la Uil-Penitenziari. Un grido d’allarme, un appello che naturalmente nessuno ha ritenuto di dover cogliere e valorizzare. Risulta che il dato in crescita degli ingessi in carcere sia ormai un dato consolidato e costante. Di questo passo, la border-line di "quota" 62 mila detenuti sarà toccata entro la fine dell’anno. Questo significa il rischio di implosione del sistema penitenziario, con le prevedibili, inevitabili tensioni e possibili rivolte che ne deriveranno. Occorrerebbe intervenire strutturalmente, e siamo in grave ritardo. In caso contrario, "è realistico immaginare che un nuovo indulto non appartenga alla fantascienza ma alle necessità possibili", dice Eugenio Sarno, Segretario Generale della Uil-Penitenziari.

2) Il 20 per cento delle strutture carcerarie in uso è stato costruito nel periodo che va dal 1200 al 1500; un altro 60 per cento è stato costruito nel periodo oscillante tra il 1600 e il 1900. per le strutture che versano in condizioni di fatiscenza e inciviltà nel 2007 sono stati stanziati appena tredici milioni di euro per la manutenzione, a fronte dei quaranta stanziati nel 2000.

3) Nelle carceri italiane ci sono più imputati che condannati. Ogni dieci detenuti, sei sono in attesa di giudizio. Soltanto 20.190 degli oltre cinquantamila detenuti è stato condannato. Circa il 38 per cento è costituito da stranieri, circa 19.600. Percentuale che in alcune realtà supera addirittura il 70 per cento dei presenti, per esempio nei "complessi" carcerari di Alessandria, Fossano, Macomer, Padova, Parma e Trento; il 23,4 per cento è costituito da tossicodipendenti, grosso modo uno su quattro. Questi dati li si ricava dall’ultima "mappatura" curata dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. L’indulto ha liberato oltre 25mila persone. Così dai 61.264 detenuti del 30 giugno 2006 si era passati al minimo storico dei 33.326 nel settembre 2006. Una preziosa boccata d’ossigeno, di cui si sarebbe dovuto profittare per quelle riforme e quelle politiche che consentissero finalmente di cominciare a uscire dalla grave crisi in cui la giustizia italiana ormai cronicamente si dibatte. Un’occasione purtroppo sciupata; e fin dall’inizio, quando non si è fatto il successivo, logico, necessario passo: quello dell’amnistia. La situazione, oggi, è tornata al punto di partenza, e nelle nostre carceri ci sono oltre settemila persone in più rispetto la capienza. E si deve, per paradosso, ringraziare la altrettanto cronica inefficienza di perseguire i crimini (le relazioni annuali dei Procuratori Generali documentano come la stragrande maggioranza di reati resta impunita), se, infatti, per paradosso tutti gli autori di reati fossero assicurati alla giustizia, il sistema in un solo giorno "collasserebbe". Ad ogni modo, se la situazione è tornata a quella pre-indulto, lo si deve alle attuali leggi sulle droghe, sull’immigrazione e sulla recidiva, che hanno continuato a far aumentare gli ingressi in carcere, con un incremento di circa un migliaio di persone al mese. La capienza regolamentare di 43.149 posti è stata superata il 30 giugno 2007, con 43.957 presenze, ed è continuata ad aumentare fino alle 48.693 unità del 31 dicembre, e le oltre 50mila del 21 febbraio 2008. Senza il provvedimento di indulto oggi saremmo alla cifra record di 72.000 detenuti.

4) Un dato tipico della popolazione carceraria italiana è quella dei detenuti in attesa di giudizio. Sono il 60 per cento circa, più dei condannati: complice la lentezza dei procedimenti penali nel nostro paese. Tra i condannati, il 29,5 per cento sconta una pena per reati contro il patrimonio, il 16,5 per cento contro la persona, il 15,2 per cento per violazione della legge sulle droghe, il 3,7 per cento per reati contro l’amministrazione, il 3,2 per cento per associazione mafiosa. Le donne rappresentano il 4 per cento dell’intera popolazione carceraria, per loro non vale il problema del sovraffollamento: sono 2.278 su 2.358 posti disponibili. Tuttavia esiste il problema delle detenute madri con bambino al seguito, di età inferiore ai tre anni. I detenuti stranieri sono il 35 per cento della popolazione. Nel 1990 erano solo l’8 per cento. Per lo più si tratta di africani. Il 23,4 per cento dei detenuti è tossicodipendente e il 4 per cento in trattamento metadonico. Un altro 2 per cento ha problemi di alcolismo. Per quanto riguarda la durata delle pene, il 31,9 per cento dei detenuti sconta pene inferiori ai tre anni, e potrebbero beneficiare - almeno in astratto - delle cosiddette pene alternative. Il 21,3 per cento sconta pene tra i tre e i sei anni, il 46,8 per cento sconta pene di durata superiore.

5) C’è anche un problema di carenza di personale di polizia penitenziaria. Il segretario generale del sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe) Donato Capace, ricorda che mancano circa settemila agenti: 4.425 uomini e 335 donne. Le carenze più consistenti si registrano in Lombardia (1.200 unità), Piemonte (900 unità), Emilia Romagna, Toscana, Veneto, Liguria.

Agenzia Radicale, 23 aprile 2008

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martedì, marzo 18, 2008

Le violenze impunite del lager di Bolzaneto


Oggi la caserma non è più quella di allora: cancellati i "luoghi della vergogna"
Manganellate, minacce, umiliazioni: tutto ricostruito al processo da più di 300 testimoni



di GIUSEPPE D'AVANZO

C'ERA anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. "Giovanissimo". Più o meno ventenne, forse "di leva". Altri l'hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di "sospensione dei diritti umani", ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.

Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.

Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che "soltanto un criterio prudenziale" impedisce di parlare di tortura. Certo, "alla tortura si è andato molto vicini", ma l'accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.

Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).

Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.

Nella prima Magna Carta - 1225 - c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese". Nella nostra Costituzione, 1947, all'articolo 13 si legge: "La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà"

La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i "luoghi della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come "Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori di "Benvenuti ad Auschwitz".

Dov'era il famigerato "ufficio matricole" c'è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.

Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l'ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).

A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: "Allora, non li vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato. Minacciano di "tagliarle la gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a trovarti, sai". Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni "per accertare la presenza di oggetti nelle cavità".

Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di permanenza nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.

È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola". Superati gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella "posizione della ballerina", in punta di piedi.

Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro stasera vi scoperemo tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva il duce", "viva la polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.

D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella "posizione della ballerina". Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. "Comunista di merda". C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.

Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". S. D. lo percuotono "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti", "Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte". S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". J. S., lo ustionano con un accendino.

Ogni trasferimento ha la sua "posizione vessatoria di transito", con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C'è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.

In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l'altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: "I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone". Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.

B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: "E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci". Poi un'agente donna gli si avvicina e gli dice: "È carino però, me lo farei". Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell'unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all'accompagnatore. Che sono spesso più d'uno e ne approfittano per "divertirsi" un po'.

Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, "arrangiandosi così". A. K. ha una mascella rotta. L'accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto "se è incinta". Nel bagno, la insultano ("troia", "puttana"), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: "Che bel culo che hai", "Ti piace il manganello".

Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché "puzzano" dinanzi a medici che non muovono un'obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato "strattonato e spinto".

Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con "questo è pronto per la gabbia". Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di "trofei" con gli oggetti strappati ai "prigionieri": monili, anelli, orecchini, "indumenti particolari". È il medico che deve curare L. K.

A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un'iniezione. Chiede: "Che cos'è?". Il medico risponde: "Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!". G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All'arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c'è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due "fino all'osso". G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede "qualcosa". Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.

Per i pubblici ministeri, "i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria".

Non c'è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell'estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un'osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che - ha ragione Marco Revelli a stupirsene - l'indifferenza dell'opinione pubblica, l'apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.

Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la "dimensione dell'umano" di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre "con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l'etica, con l'identica allergia alla coerenza"?

La Repubblica - 17 marzo 2008

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domenica, marzo 16, 2008

Giustizia: "pene certe e più agenti", slogan di tutti i Partiti



di Carlo Mercuri


Più simili che differenti. I programmi Pd e Pdl sulla sicurezza giocano su inulti slogan a effetto, complicati da garantire nella pratica. Entrambi chiedono "più risorse" economiche per il settore. Ma è certo che tagli e fondi da ridurre saranno la croce del prossimo ministro dell’Interno, qualunque sia il vincitore alle elezioni. Con le risorse sempre più scarse al Viminale hanno fatto i conti sia Beppe Pisanu, con Berlusconi a Palazzo Chigi, sia Giuliano Amato con Prodi. E non c’è motivo di ritenere che il quadro sia nel frattempo migliorato. Pd e Pdl, poi, invocano all’unisono "la certezza della pena": un titolo da riempire con molti contenuti.

Il Pdl: chiudere la porta ai clandestini
Il primo provvedimento da approvare nel primo Consiglio dei ministri di un governo di centrodestra (se il Popolo della Libertà vincerà le elezioni) sarà una misura finalizzata a "chiudere la porta agli immigrati clandestini". Lo ha promesso agli elettori Silvio Berlusconi e da qui si capisce quale importanza il leader del PdL attribuisca al tema della sicurezza. "La sinistra allo champagne", come Berlusconi ha definito pochi giorni fa la coalizione che ha dato vita al governo uscente, è infatti colpevole, secondo il PdL, di aver portato avanti una politica "di dissennata apertura ai clandestini, contribuendo alla attuale ondata di criminalità". Come si in verte allora la tendenza? Chiudendo la porta ai clandestini, come ha detto Berlusconi, e ripristinando certe garanzie di sicurezza "dal basso". Si spiega così uno dei punti qualificanti del programma del Pdl, e cioè l’annunciato aumento del numero dei poliziotti e dei carabinieri di quartiere in tutte le città italiane oltre i 15.000 abitanti. Ciò su cui il PdL intende fare leva è evidentemente sulla percezione minima di sicurezza da parte dei cittadini. Ogni progetto politico "rassicurante" deve partire da qui. Berlusconi e Fini si propongono quindi di assestare un colpo formidabile alla cosiddetta "microcriminalità", una parola il cui stesso suono fa venire i brividi ai due leader del PdL. "È un nome inventato dalla Sinistra", ha detto Berlusconi qualche giorno fa. E ha aggiunto: "La microcriminalità non è poi così "micro", perché colpisce i cittadini più esposti come gli anziani". Certo, un aumento massiccio di poliziotti e carabinieri di quartiere significherà aprire i cordoni della borsa e fare nuove assunzioni, giacché sarebbe impensabile attingere ai già asfittici organici delle Forze di Polizia. Ci si riuscirà?

Il Pd: più uomini nelle strade, soprattutto al Nord
"Non voglio più vedere poliziotti che mettono i timbri sui passaporti. I poliziotti devono stare per strada". Lo ha detto Veltroni, presentando il programma sulla sicurezza del Partito Democratico. Due parole che dicono più di un trattato. Significano maggiore mobilitazione di forze, più impegno, più presenza delle forze dell’ordine tra i cittadini. Veltroni però non parla, come fa Berlusconi, di aumentare il numero dei poliziotti di quartiere. No, egli piuttosto si rivolge alle tecnologie, che auspica divengano un po’ i nostri "angeli custodi". Là dove i poliziotti non arrivano, arriveranno le "macchine": sembra essere questo lo slogan di Veltroni. Siccome di fronte a queste affermazioni il cittadino comune sgrana gli occhi, ecco pronta la spiegazione fornita dallo stesso Veltroni: "C’è uno strumento, tipo un portachiavi - ha detto il leader del Pd -. Questo strumento garantisce ai cittadini più attaccati come benzinai e tabaccai, di segnalare l’emergenza alle forze dell’ordine attraverso una rete di copertura". È ciò che si chiama "telesorveglianza". Il programma del Pd prevede una riconferma dei "Patti per la sicurezza", che sono "espressione della solidarietà interistituzionale nell’affrontare meglio il problema della sicurezza", come ha detto il ministro dell’Interno, Giuliano Amato. I "patti" dovranno essere approvati, secondo il Pd, in ogni capoluogo di provincia. Il programma del Pd prevede anche un utilizzo più razionale delle forze dell’ordine sul territorio, preconizzando uno spostamento di uomini e mezzi verso il Nord, ritenuto evidentemente più "sensibile", in questo contesto. E non ha trascurato, naturalmente, la necessità di aumentare le risorse per le forze dell’ordine.

Udc: Microcriminalità e droga le emergenze da combattere
L’Udc, in tema di sicurezza, inette al centro del proprio programma la lotta alla microcriminalità, al traffico di stupefacenti, allo sfruttamento della prostituzione e alla riduzione in schiavitù. E parla di ripristinare gli stanziamenti di bilancio precedenti alle ultime due Finanziarie del governo Prodi a favore delle forze dell’ordine. Per quanto riguarda l’immigrazione extracomunitaria, l’Udc la vuole controllata e condizionata alla disponibilità di lavoro e prevede una celere espulsione degli stranieri autori di reati. Il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, dice che, nel centrodestra, "i distinguo sulla sicurezza non sono ammessi". Eppure, proprio l’annuncio di Berlusconi di aumentare i poliziotti e i carabinieri di quartiere fa storcere la bocca a Oronzo Cosi, già leader del Siulp e ora candidato nelle prossime elezioni. Afferma Cosi: "So per esperienza diretta che molte Volanti non escono perché mancano i soldi per la benzina. Una ditta di Trieste ha un credito di 300.000 euro di carburante non pagato. E sono le Volanti che fanno i controlli sul territorio, non i poliziotti di quartiere!".

Sinistra Arcobaleno: sicurezza… ma sui luoghi di lavoro
Se si va a leggere il programma elettorale della Sinistra arcobaleno ci si imbatte nella parola "sicurezza" solo a proposito della "sicurezza sul lavoro" e non altrimenti. Ma non è che concetti come ordine pubblico e microcriminalità non vengano contemplati dalla Sinistra. È solo che essi sono "capovolti" rispetto alla logica corrente, secondo quanto afferma Elettra Deiana, vice-presidente uscente della commissione Difesa della Camera e candidata in Sardegna nelle prossime elezioni. Spiega Deiana: "Dopo l’omicidio della Reggiani abbiamo assistito alla criminalizzazione di un’intera porzione della società romena; si è parlato poi tanto della violenza sulle donne e ci si è dimenticati che l’80 per cento degli abusi avviene tra le pareti domestiche. Noi proponiamo invece il capovolgimento delle logiche securitarie per cui si mette tutto nello stesso sacco, chi delinque con chi forse potrà essere spinto a delinquere perché è un diverso. E sull’immigrazione ci impegneremo ad abolire la Bossi-Fini. L’immigrazione è un fenomeno che va affrontato con l’accoglienza sociale e con la solidarietà".
Il Messaggero, 13 marzo 2008

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mercoledì, marzo 05, 2008

Giustizia: sistema penitenziario, ormai il collasso è alle porte




di Gennaro Santoro (Coordinatore Associazione Antigone)

L’approfondimento Se anche qui da noi si continua a percorrere la strada della carcerazione di massa, come accade in America, si avrà la fine di quelle conquiste che sembravano irreversibili. La commissione Pisapia ha elaborato un progetto di codice penale che garantirebbe maggiore efficacia della giustizia e dunque maggior sicurezza delle vittime, così come degli imputati e dei condannati Gli Stati Uniti, esportatori di diritto, vantano una popolazione carceraria superiore a quella di qualsiasi altro Paese al mondo: 2milioni e 300mila persone private della libertà. Seguono la Cina, con 1 milione e mezzo di persone in carcere, e la Russia con 890mila detenuti. L’Europa, culla dei diritti, mantiene le distanze con i suoi 600mila detenuti. Nell’Unione Europea il tasso medio di carcerazione è di 125 detenuti ogni 100mila abitanti. In America è di mille ogni 100mila (un detenuto su 100 abitanti). Carceri etniche, quelle private e americane, se nel 2006 un afro-americano su 15 era in prigione (uno su 9 se si guarda alla fascia di età compresa tra i 20 e i 34 anni), contro la presenza dietro le sbarre di un americano bianco su 106. Ma il modello della disuguaglianza americana, quello della repressione totale a scapito del welfare state, sembra influenzare le politiche criminali dei paesi UE, dove in 23 stati su 27 è aumentata costantemente la popolazione carceraria. Dove Sarkozy propone il carcere a vita per i recidivi. Dove l’Italia vanta il suo primato per i tempi biblici della giustizia e il 60% della popolazione carceraria è in attesa di giudizio, presunta innocente. E non scherza il nostro paese neanche in tema di detenzione etnica: i detenuti stranieri superano il 35% della popolazione carceraria (nel 1990 rappresentavano l’8%) e gli africani sono i detenuti non autoctoni maggiormente presenti. Intanto nelle patrie galere è di nuovo allarme sovraffollamento: quasi 51.000 i detenuti, oltre 7.700 detenuti in più rispetto la capienza regolamentare. Un dato preoccupante che sarebbe diventato tragico (72.000 detenuti) se non vi fosse stato nel frattempo il tanto contestato provvedimento di indulto. Ma le leggi criminogene sulle droghe, sull’immigrazione e sulla recidiva (ex Cirielli) continueranno a far aumentare gli ingressi in carcere, con una crescita media mensile di circa 1.000 detenuti. Un carcere - discarica sociale dove finisce solo la manovalanza del crimine se i condannati detenuti per mafia rappresentano il 3,2% e quelli per reati contro l’amministrazione sono il 3,7% della popolazione carceraria. Un carcere che continua a caratterizzarsi per uno "standard sociale" da far tremare i polsi: il 23,4% è tossicodipendente, il 64% ha un grado di istruzione tra analfabeta e licenza media inferiore, oltre il 35% è di origine straniera. Il collasso della giustizia ipertrofica e inefficace è alle porte. La commissione Pisapia ha consegnato al paese un progetto di codice penale che garantirebbe maggiore efficacia della giustizia e dunque maggiore sicurezza dei diritti delle vittime, così come degli imputati e dei condannati. Un codice di ispirazione garantista che ridurrebbe il numero complessivo dei reati e permetterebbe ai magistrati di concentrarsi solo su questioni di grave portata criminale, riducendo i tempi infiniti della giustizia. Ma nel circo politico si è più attenti ai pacchetti sicurezza che, come insegnano Bauman e la storia, portano più voti e permettono alla politica di nascondere le proprie responsabilità sul tramonto del welfare state. Il carcere, come sostenevano Gramsci e i costituenti, è la cartina di tornasole di una società. Il nostro è una discarica sociale inefficace dove il 68% dei detenuti, una volta fuori, commette nuovamente un crimine. Bisogna investire su una riforma organica della materia e sulle misure alternative perché abbattono la recidiva al 19%. Bisogna trovare gli strumenti per far capire che soltanto un potenziamento delle politiche sociali può garantire (anche) più sicurezza urbana. Altrimenti la deriva americana della carcerazione di massa spazzerà quelle conquiste del dopo guerra che sembravano irreversibili. Altrimenti la dignità della persona umana non sarà più il fondamento e la ragion d’essere dello Stato.
Aprile on-line, 4 marzo 2007


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martedì, febbraio 26, 2008

Giustizia: i detenuti e i potenti, dis-uguali davanti alla legge




di Giancarlo Trovato

In occasione dei precedenti innumerevoli turni elettorali, facce tristi e compassionevoli accompagnavano i candidati in carcere per ricordare ai detenuti che il voto era l’ottima occasione per far valere i loro diritti. Specie se la croce andava a porsi su un simbolo di sinistra. Al momento questa tradizione sembra essere messa da parte: non c’è tempo o è tempo sprecato. Di carcere non si parla e di giustizia se ne parla a sproposito. Sempre per colpa dei meccanismi della famigerata legge elettorale, questa volta i manovratori delle varie compagini politiche sono impegnati a tempo pieno nel fare i conti per conquistare il potere o perlomeno per occupare una strategica posizione in Parlamento. Quanti non se la sbrogliano bene con i conti, vanno in giro e in televisione a seminare promesse: la situazione è drammatica, ma si sistema tutto! Non mancano le ricette miracolose. Anzi, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Nell’attesa di vedere qualcuno entrare in carcere per spargere anche lì una ventata di belle promesse, al detenuto - messa da parte la speranza che qualcuno s’interessi anche di lui - non resta che guardare all’esterno e chiedersi se non sarebbe meglio prolungare per l’arco di un’intera legislatura la propaganda elettorale, quando tutti sono sicuri di realizzare quei miracoli dati per certi. Se è così facile garantire un congruo salario a tutti e se è alla portata di mano far star tranquille le mamme con ricchi benefici economici, sorge il dubbio che Prodi sia caduto sotto il fuoco amico. È pure normale chiedersi perché nei venti mesi nessuno abbia suggerito a lui le facili soluzioni, piuttosto che attendere di renderle note agli elettori. Da destra e da sinistra l’imperativo è cambiare il Paese. E non è una gran novità. È sempre quello dalle prime elezioni dell’Italia repubblicana. Nessuno pensa che un vero cambio del Paese porterebbe pure ad un mutamento degli italiani, spingendoli a cacciare via per sempre tutti i mestieranti della politica, interessati unicamente ai bene di se medesimi e dei loro "grandi elettori". Nessuno di questi vive in carcere e tanto meno ci vuole entrare. Nessuno, pertanto, se ne interessa nonostante ospiti circa cinquantamila cittadini, la maggioranza dei quali nell’attesa di espiare una pena per reinserirsi a pieno titolo nella società. Sono in attesa soprattutto che si metta mano a radicali riforme affinché il carcere sia realmente rieducativo. Ma di questo nessuno ne parla, trascurando che il problema della sicurezza sociale deve essere risolto partendo da lì dentro. Spiegando i dodici punti programmatici del suo schieramento, Walter Veltroni ha posto al decimo posto quello della sicurezza e della giustizia, limitandosi a fumose affermazioni: "Dobbiamo far sentire sicuri i cittadini aumentando la presenza di agenti per strada e anche utilizzando nuove tecnologie. La vera emergenza giustizia, quella che l’opinione pubblica avverte come tale, è quella dei tempi del processo, sia penale che civile, che vedono l’Italia agli ultimi posti in Europa e nel confronto con i Paesi avanzati il mondo". Dato che le lungaggini dell’amministrazione della giustizia colpiscono soprattutto tanti detenuti innocenti, non ha dedicato nemmeno un accenno al tema del carcere e a quello intimamente collegato del degrado sociale. Ha promesso la certezza della pena, ma ha dimenticato quanti trascorrono anni in carcere per la mancanza di certezza della sentenza. Gli sarebbe stato sufficiente verificare quanto lo Stato spende per errori giudiziari e per ingiuste detenzioni. Non ha, però, dimenticato di porre l’accento sul fatto "che da troppi anni c’è uno scontro nel Paese sulla giustizia e tra politica e magistratura". Non ha perso l’occasione per ricordare che ormai la giustizia è fraintesa con il lasciare in pace i potenti. Pur scimmiottando i modelli statunitensi, Veltroni ha trascurato che in America e ovunque nel mondo i potenti coinvolti in vicende giudiziarie non si sognano neanche un po’ di prendersela con i giudici, ma accettano normalmente che la giustizia faccia il suo corso, mentre in Italia il magistrato che sfiora certi interessi deve mettere in conto che potrà essere aggredito, in virtù della consolidata tattica del difendersi non tanto dalle accuse quanto dal processo. L’insegnamento offerto al cittadino è che, invece di chiedere più giustizia, si chiede meno giustizia tutte le volte che si incrociano determinati interessi. La giustizia, oggi vista solo come campo di battaglia dove consumare vendette e scontri politici, non riacquista il suo valore e la sua dignità" con l’aumento (...promesso!) di organico e di stipendi. Amaramente l’attuale concezione della giustizia lascia irrisolto il quesito se i peggiori nemici della società civile sono veramente quelli che stanno in carcere.
Rinascita, 23 febbraio 2008

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