martedì, febbraio 16, 2010

Giustizia: 66.161 detenuti nelle carceri italiane, nuovo record

12 febbraio 2010

In cella 66.161 persone, il 40% (30.111) in attesa di giudizio. Ristretti Orizzonti commenta i dati del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria. "In 15 mesi aumentati di 10 mila unità". Manconi (A Buon diritto): "Record nazionale".
Il numero di persone detenute nelle carceri italiane ha superato quota 66 mila. Per la precisione siamo arrivati a 66.161 persone delle quali circa il 40% (30.111 persone) è ancora in attesa di giudizio. Un tasso di sovraffollamento che sfora di ben 23 mila unità il limite consentito (fissato in 44.327 unità) e anche la soglia "tollerabile" di 64 mila unità. Sono i dati diffusi oggi dal Centro studi Ristretti Orizzonti del carcere di Padova su dati del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria. "In 15 mesi i detenuti sono aumentati di 10mila unità", commentano i ricercatori del Due Palazzi.
"Oggi è record nazionale - attacca Luigi Manconi, presidente dell’associazione A buon diritto e già sottosegretario alla Giustizia. E ciò si deve all’attività indefessa e allo spirito di abnegazione di Alfano e Ionta, ai quali va il pensiero grato dei detenuti, degli agenti di polizia penitenziaria e di tutto il personale che il sovraffollamento costringe a condizioni di vita e di lavoro intollerabili".
Un’impennata che, di fatto, annulla buona parte dei benefici che verrebbero portati dal "Piano straordinario per l’edilizia penitenziaria" che prevede la costruzione di nuove carceri e l’ampliamento di quelle esistenti. Quando, nel novembre 2008, si iniziò a parlarne, i detenuti presenti erano circa 56mila; il Piano carcere, con la creazione di 20 mila nuovi posti, avrebbe consentito di ritornare a un indice di affollamento in regola con le normative vigenti portando la capienza regolamentare a circa 64 mila unità.
Un progetto che, di fatto, è stato vanificato dal sovraffollamento. "In soli dodici mesi -contestano da Ristretti Orizzonti - metà del lavoro previsto dal Piano carcere, 750 milioni di euro, risulterebbe praticamente spesa per non risolvere affatto la situazione". E se i tassi di crescita della popolazione detenuta non cambieranno, tra un anno l’intero progetto sarà annullato.
"Un miliardo e 500 milioni di euro sborsati per ritrovarci al punto di partenza", denunciano da Ristretti. Che rilancia: meglio ricorrere a pene alternative alla detenzione per le condanne fino a 3 anni (sono quasi 20.000 i detenuti con pene inferiori a 3 anni, ndr) e limitare i casi per i quali è prevista la custodia cautelare in carcere. Degli oltre 30mila detenuti in attesa di giudizio, infatti, oltre 2/3 è accusato di reati "minori" e il 40% è destinato (dicono le statistiche) a essere assolto.

Redattore Sociale

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mercoledì, gennaio 13, 2010

Alfano: "Chiederò lo stato di emergenza sulle carceri al Consiglio dei ministri

L'intervento del Guardasigilli in Aula alla Camera
Roma - (Adnkronos) - Annuncio del ministro della Giustizia. Nel 'Piano Carceri'che presenterà previsto un programma edilizio con 80.000 posti. E l'assunzione di 2000 nuovi agenti penitenziari. Da inizio 2009 morti 160 detenuti, 66 i suicidi. Monza,prigioniero appicca il fuoco in cella: feriti dieci agenti della polizia penitenziaria."Domani in Consiglio dei Ministri chiedero' la dichiarazione dello stato di emergenza per la situazione nelle carceri". Lo ha annunciato il ministro della Giustizia Angelino Alfano, intervenendo alla Camera durante la discussione delle mozioni sulla situazione del sistema carcerario.
"Domani in Consiglio dei Ministri chiedero' la dichiarazione dello stato di emergenza per la situazione nelle carceri". Lo ha annunciato il ministro della Giustizia Angelino Alfano, intervenendo alla Camera durante la discussione delle mozioni sulla situazione del sistema carcerario.
Il ministro ha aggiunto che domani in Cdm presenterà, inoltre, un Piano Carceri che contiene un programma "di edilizia carceraria" adeguata al livello delle "esigenze di capienza dei nostri istituti" per un numero complessivo di 80 mila posti.
Ci sarà, quindi, "una norma di accompagnamento che attenui il sistema sanzionatorio per chi deve scontare piccolissimi residui di pena". Alfano ha annunciato, infine, che il "terzo pilastro" degli interventi è la previsione dell'assunzione di 2000 agenti di polizia penitenziaria "per migliorare le condizioni di lavoro e la situazione generale delle carceri"Il ministro ha aggiunto che domani in Cdm presenterà, inoltre, un Piano Carceriche contiene un programma "di edilizia carceraria" adeguata al livello delle "esigenze di capienza dei nostri istituti" per un numero complessivo di 80 mila posti.
12 gennaio 2010
Adnkronos
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martedì, gennaio 12, 2010

Carceri: altri quattro suicidi. Alfano: "È emergenza!"




Nelle carceri ormai è vera emergenza e il ministro della Giustizia Angelino Alfano porterà in Consiglio dei ministri il più volte annunciato piano che prevede, tra l’altro, di allargare la capienza degli istituti di pena ad 80 mila posti letto e l’assunzione di 2 mila agenti penitenziari.

Quattro suicidi e quattro tentativi nel nuovo anno, 175 decessi nel 2009. Di carcere si muore sempre di più. Il grido di allarme arriva ancora una volta dalle associazioni che ogni giorno prestano la loro assistenza ai detenuti.

Antigone, Arci, Caritas, denunciano una situazione di sovraffollamento diventata intollerabile perché ha portato in cella la povertà ed ha azzerato i livelli minimi di dignità che dovrebbero essere garantiti ad ogni essere umano.

Ed ora avanzano alcune proposte come il ricorso a misure alternative e la revisione della legge sulla droga, che ha riempito le carceri di tossicodipendenti. Oltre a quella sulla clandestinità che le ha inondate di immigrati.

“Aumentano i detenuti e diminuisce il personale”, afferma Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone che aggiunge: “non si può insistere a mettere in carcere le persone solo per propaganda, noi puntiamo sulla sicurezza e non sulla propaganda”.


In carcere non soffrono solo i detenuti, fuori da Montecitorio un sit in di protesta degli agenti di polizia penitenziaria. “Un sistema alla deriva che trasforma la pena in supplizio e il lavoro in una tortura”, dice Eugenio Sarno, segretario nazionale della Uil Penitenziari.
12 gennaio 2010
Vita di Donna - Community

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Già 40 istituti già costruiti negli ultimi anni, spesso abbandonati


Carceri: 40 gli istituti penitenziari già costruiti, spesso ultimati, a volte anche arredati e vigilati, che però sono inutilizzati e versano in uno stato di abbandono totale.
Ma l'Italia stanzia 500 milioni in finanziaria per costruirne di nuovi e chiede ulteriori fondi all'Unione Europea.

Roma, 12 gennaio

Sembra incredibile ma in Italia dove il problema del sovraffollamento delle carceri è diventato un'emergenza nazionale, vi sono 40 istituti penitenziari già costruiti, spesso ultimati, a volte anche arredati e vigilati, che però sono inutilizzati versano in uno stato d’abbandono totale. A stilare la scandalosa lista dello spreco di denaro pubblico è stato il partito per gli Operatori della Sicurezza e della Difesa (PSD) i cui iscritti hanno passato al setaccio la situazione delle carceri italiane portando a galla la situazione reale:
- l’istituto carcerario di Morcone (Benevento), per esempio, è stato costruito, abbandonato, ristrutturato, arredato e nuovamente abbandonato dopo un periodo di costante vigilanza armata ad opera di personale preposto;
- l’istituto carcerario di Arghillà (Reggio Calabria), parimenti inutilizzato, è mancante della sola strada d’accesso, delle fogne e dell’allacciamento idrico, ma è per il resto ultimato e dotato di accorgimenti tecnici d’avanguardia;
- vi sono intere ed impervie regioni nelle quali il problema delle strutture inutilizzate si sovrappone alla frammentazione ed alla sporadicità di quelle esistenti che costringono i preposti Nuclei traduzioni e piantonamenti a frequenti e rischiosi viaggi diversamente non necessari; è il caso della Sardegna dove sono state frettolosamente dismesse ben otto case mandamentali (Ales, Bono, Carbonia, Ghilarza, Sanluri, Santavi, Terralba e soprattutto, per l’eccezionale spreco,Busachi, che, dopo essere costata 5 miliardi di lire, non è stata mai inaugurata), oppure regioni nelle quali a causa della mancata programmazione in funzione dell’estensione, si è costretti allo stesso andirivieni da e per istituti posti al limite provinciale come per Lecce Nuovo Complesso, sorto nel nord di una provincia che si estende per oltre 70 chilometri, quotidianamente percorsi da tutte le Forze dell’ordine provinciali che, ad esempio, potrebbero utilizzare (con semplici adeguamenti tecnici) la casa mandamentale di Maglie solo parzialmente utilizzata per ospitare detenuti semiliberi; ancora maggiore è lo spreco nella stessa provincia, nel comune di Galatina, dove l’istituto penitenziario è del tutto inutilizzato malgrado la posizione strategica;
- ad Udine, si registra la chiusura della sezione femminile del penitenziario a fronte di situazioni “sature” in altri istituti, ormai al collasso;
- a Gorizia risulta inagibile un intero piano dell’istituto carcerario e non sono stati programmati i necessari lavori, così come a Venezia e a Vicenza, dove la capacità ricettiva è ridotta a 50 unità;
- a Pinerolo (Torino), il carcere è chiuso da dieci anni ma è stata individuata l’area ove costruirne uno nuovo;
- a Revere (Mantova), dopo 17 anni dall’inizio dei lavori di costruzione, il carcere con capienza da 90 detenuti (costo stimato: 5 miliardi di lire) è ancora incompleto. Non solo, i lavori sono fermi dal 2000 e i locali, costati più di 2,5 milioni di euro, sono già stati saccheggiati;
- l’istituto carcerario di Codigoro (Ferrara) che, nel 2001, dopo lunghi lavori, sembrava pronto all'uso, è ad oggi ancora chiuso;
- a Pescia (Pistoia), il Ministero ha soppresso la casa mandamentale;
- a Pontremoli (Massa-Carrara), il locale istituto femminile, inaugurato nel 1993, con capienza pari a 30 detenute, è attualmente chiuso;
- ad Ancona Barcaglione, il penitenziario da 180 posti inaugurato nel 2005, nonostante le spese di mantenimento della struttura vuota ammontassero a mezzo milione di euro all'anno, gli ospiti non sono mai stati più di 20 e i dipendenti 50;
- in Abruzzo, nel penitenziario di San Valentino (Pescara), costruito da 15 anni, non ha alloggiato nessun detenuto. Nella struttura vagano solo cani, pecore e mucche;
- in Campania, l’istituto di Gragnano (Napoli) è stato inaugurato e chiuso a causa di una semplice frana; lo stesso è accaduto a Frigento (Benevento);
- in Puglia, oltre a Minervino Murge (Bari), struttura mai entrata in funzione, c'è il caso di Casamassima (Bari), carcere mandamentale condannato all'oblio da un decreto del Dipartimento;
- a Monopoli (Bari), nell'ex carcere mai inaugurato, non ci sono detenuti ma sfrattati che hanno occupato abusivamente le celle abbandonate da 30 anni;
- ad Altamura (Bari), si aspetta ancora l'inaugurazione di una delle tre sezioni dell’istituto;
- non sono state mai aperte le strutture mandamentali di Volturara Appula (Foggia), 45 posti, incompiuto, e Castelnuovo della Daunia (Foggia), arredato da 15 anni;
- Accadia (Foggia), penitenziario consegnato nel 1993, ora del Comune, è inutilizzato;
- a Bovino, è presente una struttura da 120 posti, già pronta, chiusa da sempre come ad Orsara, nella stessa provincia di Foggia;
- l’istituto di Irsina (Matera), costato 3,5 miliardi di lire negli anni '80, ha funzionato soltanto un anno ed oggi è un deposito del Comune;
- gli istituti di Mileto (Vibo Valentia) e di Squillace (Catanzaro) sono stati ristrutturati e poi chiusi. In quello di Cropani (Catanzaro), abita solo un custode comunale. Gli istituti di Arena (Vibo Valentia), Soriano Calabro (Vibo Valentia), Petilia Policastro (Crotone) e Cropalati (Cosenza) sono stati soppressi;
- a Gela (Caltanissetta) esiste un penitenziario enorme, nuovissimo e mai aperto;
- a Villalba (Caltanissetta), 20 anni fa è stato inaugurato un istituto per 140 detenuti, costato all'epoca 8 miliardi di lire, e che dal 1990 è stato chiuso e recentemente tramutato in centro polifunzionale;
- il carcere di Licata (Agrigento) è completato, ma non essendo stato collaudato è ad oggi inutilizzato;
- ad Agrigento, sei sole detenute occupano i 100 posti della sezione femminile.
Ciò malgrado il Governo progetta la costruzione di nuovi istituti penitenziari stanziando addirittura 500 milioni di euro con la "finanziaria 2010" chiedendo ulteriori fondi all'Unione Europea con apposita proposta divenuta anche oggetto di una risoluzione dell’Europarlamento.Tale disastrosa situazione è stata denunciata più volte dal sindacato della Polizia penitenziaria .La semplice e, soprattutto, notevolmente meno onerosa ristrutturazione degli edifici già presenti sul territorio risulterebbe attuabile sicuramente in tempi brevissimi se confrontati con quelli necessari alla costruzione ex novo di carceri, contribuendo così alla realizzazione della tanto perseguita razionalizzazione del sistema penitenziario, punto programmatico di Governo.

Partito per gli operatori della sicurezza e della difesa

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sabato, gennaio 09, 2010

CARCERI: OSAPP, SUICIDI INACCETTABILI ANCHE ALLO SPIELBERG


"Avevamo gia' detto che il 2010 sarebbe stato peggio del 2009 per il sistema penitenziario in generale e per le morti in carcere in particolare e, purtroppo, siamo stati una facile Cassandra". Ad affermarlo e' il segretario generale dell'O.S.A.P.P. Leo Beneduci che aggiunge: "4 suicidi in carcere in 8 giorni di cui l'ultimo oggi a Verona con modalita' gia' verificatesi nello stesso istituto, e ieri l'ennesimo a Sulmona, sarebbero troppi persino per un carcere ai tempi dello Spielberg di Silvio Pellico e come Polizia Penitenziaria, ovvero tutori della legalita' negli istituti penitenziari, non possiamo assolutamente accettare tutto questo in silenzio".


08 gennaio 2010
repubblica.it

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venerdì, gennaio 08, 2010

Quattro i detenuti suicidi dall'inizio dell'anno L'Osservatorio: "Adesso è davvero emergenza"




L'anno scorso si sono tolti la vita nelle strutture penitenziarie 72 persone. Ieri sera a poca distanza di tempo un morto a Sulmona e uno a Verona.


Nella struttura abruzzese nella stessa giornata un uomo ha tentato prima di tagliarsi le vene e poi d'impiccarsi.




SULMONA - Due detenuti si sono tolti la vita ieri a distanza di poche ore l'uno dall'altro: uno a Sulmona e un altro a Verona. Sale così a 4 il numero dei suicidi in carcere nella prima settimana dell'anno. C'è poi un altro detenuto che, sempre a Sulmona, ha tentato due volte di farla finita, prima con una lametta, con la quale ha cercato di tagliarsi le vene, poi tentando di impiccarsi. "Adesso è davvero emergenza", denuncia l'Osservatorio permanente sulle morti in carcere, che ricorda come l'anno scorso i suicidi in carcere siano stati "ben 72, segnando il 'massimo storico' di tutti i tempi: ma la morte (per suicidio) di due detenuti in uno stesso giorno è avvenuta solo in 4 occasioni".

Tutti gli episodi. Il primo ad essersi suicidato nella serata di ieri è stato un detenuto del supercarcere di Sulmona, in provincia dell'Aquila. Si chiamava Antonio Tammaro, aveva 28 anni ed era originario di Villa Literno, in provincia di Caserta. Il cadavere è stato scoperto in serata dagli agenti di custodia. L'uomo era sottoposto alla misura restrittiva della libertà personale per accertata pericolosità sociale.

Tammaro, che occupava una cella da solo, era tornato in carcere mercoledì dopo un permesso premio. Si è impiccato, legando le lenzuola alla grata della sua cella. Sulla vicenda il sostituto procuratore della Repubblica di Sulmona, De Siervo, ha avviato un'inchiesta. Il detenuto è stato soccorso dagli agenti di polizia penitenziaria, che lo hanno portato all'infermeria del carcere dove poco dopo sono arrivati i sanitari del 118, ma ormai l'uomo era già morto. Oggi verrà compiuta l'autopsia.
Ma nella stessa serata ha tentato il suicidio, senza riuscirci, anche un altro detenuto, che ha prima cercato di tagliarsi le vene con una lametta, poi si è appeso con un lenzuolo al collo alla grata della cella tentando di impiccarsi. Lo hanno salvato gli agenti di polizia penitenziaria e il medico in servizio in quel momento. L'uomo infatti è stato subito soccorso e rianimato.

L'altro detenuto a suicidarsi ieri sera in carcere è Giacomo Attolini, 48 anni, pizzaiolo di origini siciliane residente a Villafranca di Verona. Attolini era in carcere dal 29 marzo scorso dopo avere sparato e ucciso a Mozzecane (Verona) Andrea Sutik, 25 anni, romena, e ferito il marito Tiberio, 23. L'uomo era stato denunciato dieci giorni prima per violenza sessuale ai carabinieri dalla giovane donna, che aveva lavorato nella sua pizzeria a Villafranca. L'uomo, ha raccontato il suo avvocato, aveva già tentato il suicidio.

La frequenza in carcere 20 volte più alta. Nel nostro paese il suicidio tra i detenuti "ha una frequenza 20 volte maggiore rispetto a quella nella cittadinanza italiana. Non dappertutto è così: anche in alcuni paesi che riteniamo meno 'democratici' e 'civili' rispetto all'Italia i suicidi tra i detenuti sono meno frequenti. In Romania, ad esempio, ci sono 40mila detenuti circa e avvengono di media 5 suicidi l'anno. In Polonia ci sono oltre 80mila detenuti e si registra un numero di suicidi che è la metà rispetto a quello dell'Italia. Negli Stati Uniti in 25 anni il numero dei detenuti suicidi si è ridotto del 70%, anche grazie al lavoro di una sezione 'ad hoc' per le carceri all'interno del Dipartimento federale per la prevenzione del suicidio".

Il tragico "record" di Sulmona. Il supercarcere di Sulmona - oltre 500 detenuti - è tragicamente conosciuto come "il carcere dei suicidi": dieci, in quidici anni. Fra i quali anche quello della direttrice del penitenziario Armida Miserere, che si tolse la vita il 19 aprile del 2003 sparandosi un colpo di pistola alla testa, e quello del sindaco di Roccaraso, Camillo Valentini, trovato nella sua cella il 16 agosto del 2004 soffocato da un sacchetto di plastica stretto alla gola da lacci per le scarpe. In tutti gli altri casi, i detenuti sono morti impiccati, come il giovane di Villa Literno.

Il sindacato degli agenti di custodia. Secondo il segretario del sindacato di Polizia Penitenziaria Sappe, Donato Capece, i troppi suicidi in carcere sono "il frutto del sovraffollamento e delle tensioni interne. Un carcere così non esiste, è superato. Va rivista l'istituzione, creando le opportunità di recupero e potenziando la Polizia Penitenziaria, che è l'unica garante dell'incolumità fisica dei reclusi".

"Il 2010, evidentemente, comincia peggio di come è finito il 2009 - dice Eugenio Sarno della Uil penitenziari - quattro suicidi in 8 giorni sono la prova provata di un sistema non solo incapace di garantire diritti, dignità e civiltà al personale e ai detenuti ma persino incapace di tutelare la stessa vita umana". Il sindacato - che per martedì prossimo ha organizzano un sit-in di protesta di agenti davanti a Montecitorio - ritiene che la discussione delle mozioni alla Camera, tra l'11 e il 12 gennaio, sull'emergenza carceraria "potrebbe rappresentare un momento di svolta per il mondo penitenziario sempre che la politica voglia concretamente mettere mano alle criticità del sistema".

Leo Benucci, dell'Osapp - un altro importante sindacato degli agentipenitenziari - ha detto: "Avevamo già detto che il 2010 sarebbe stato peggio del 2009 per il sistema penitenziario in generale e per le morti in carcere in particolare e, purtroppo, siamo stati una facile Cassandra. Quattro suicidi in 8 giorni, di cui l'ultimo oggi a Verona con modalità già verificatesi nello stesso istituto, e ieri l'ennesimo a Sulmona, sarebbero troppi persino per un carcere ai tempi dello Spielberg di Silvio Pellico e, come Polizia Penitenziaria, non possiamo accettare tutto questo in silenzio".
08 gennaio 2010

La Repubblica

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giovedì, dicembre 24, 2009

Altri due suicidi in carcere. Oggi si sono tolti la vita un ex assessore di un paese del Vicentino

VICENZA - Si allunga la lista di coloro che si tolgono la vita dietro le sbarre. Oggi si sono uccisi Plinio Toniolo, ex assessore di un paese del Vicentino, e Ciro Giovanni Spirito, collaboratore di giustizia rinchiuso a Rebibbia. "Sono 70 dall'inizio dell'anno" dice l'osservatorio permanente sulle morti in carcere. Poco dopo la tragica conta aumenterà con l'impiccagione di Spirito.

Toniolo aveva 55 anni, faceva l'artigiano ed era stato assessore del Comune di Nove (Vicenza). L'uomo, spiega l'Osservatorio permanente delle morti in carcere, è il quarto detenuto che muore suicida nella casa circondariale di Vicenza negli ultimi quattro anni. "Era stato arrestato domenica per un mandato di cattura europeo. Le autorità tedesche lo accusavano di fatti molti gravi: atti sessuali su minorenne - dice l'Osservatorio - Ieri, dopo l'interrogatorio di garanzia, nel quale ha cercato strenuamente di spiegare che quelle accuse erano folli, perché lui di mani addosso a bambini e bambine non ne ha mai messe né aveva mai pensato di metterle, è rientrato in cella. E si è tolto la vita. Il corpo è stato scoperto intorno alle 16.30. Le guardie penitenziarie hanno dato l'allarme al 118, ma i medici, una volta arrivati, non hanno potuto far nulla. Toniolo era già morto per soffocamento".

Ciro Giovanni Spirito si è impiccato nella sua cella in un settore del carcere di Rebibbia che ospita i collaboratori di giustizia. Secondo indiscrezioni, nei giorni scorsi, nel corso di un colloquio con la moglie, aveva appreso che la donna voleva chiedere la separazione. Spirito era un pentito di camorra. Aveva fatto parte del clan Mazzarella, era un killer. Lui stesso aveva raccontato agli inquirenti di aver fatto parte del commando che nel marzo 1996 uccise Vincenzo Rinaldi nell'ambito della guerra per il controllo dei traffici illeciti a San Giovanni a Teduccio. Era stato il primo sicario del clan a pentirsi. Era in carcere dal gennaio 2005.
Le morti in cella, sempre secondo i dati forniti dall'Osservatorio, "sono più frequenti tra i carcerati in attesa di giudizio, rispetto ai condannati, in rapporto di circa 60/40: mediamente, ogni anno in carcere muoiono 90 persone ancora da giudicare con sentenza definitiva e le statistiche degli ultimi 20 anni - conclude la nota - ci dicono che quattro su dieci sarebbero stati destinati a un'assoluzione, se fossero sopravvissuti".

La Repubblica, 23.12.2009



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lunedì, dicembre 21, 2009

Nuovo suicidio in carcere: eguagliato il record nella storia della Repubblica


Ancora una vittima nelle prigioni italiane abbandonate a se stesse.

Ristretti Orizzonti ha reso noto che Marco Toriello, 45 anni, tossicodipendente, gravemente ammalato, venerdì scorso si è ucciso impiccandosi nella sua cella del carcere di Salerno. Si tratta del sessantanovesimo recluso che si toglie la vita dall’inizio dell’anno. Viene così eguagliato il ‘record’ del 2001: il numero più alto di detenuti suicidi nella storia della Repubblica. Il totale dei detenuti morti nel 2009 sale così a 171.

Anche stavolta, come in altri casi recenti, i famigliari non credono al suicidio e vogliono che la magistratura intervenga, disponendo un’indagine. E se è vero che ogni nuova morte in carcere si presta ad alimentare sospetti e polemiche ed i parenti hanno comunque il diritto di chiedere e ottenere una verità certa, l’attenzione alla singola vicenda non deve far dimenticare che le “morti di carcere” rappresentano sempre una sconfitta per la società civile.

Negli ultimi 10 anni nelle carceri italiane sono morte 1.560 persone, di queste 558 si sono suicidate. Per la maggior parte si trattava di persone giovani, spesso con problemi di salute fisica e psichica, spesso tossicodipendenti.

Le morti nei peitenziari sono una ogni due giorni e questo è inaccettabile. I decessi sarebbero molti meno se nel carcere non fossero rinchiuse decine di migliaia di persone che, ben lontane dall’essere “criminali professionali”, provengono piuttosto da realtà di emarginazione sociale, da storie decennali di tossicodipendenza, spesso affette da malattie mentali e fisiche gravi, spesso poverissime. Oggi il carcere è affollato da cittadini che hanno commesso reati di scarsa gravità ed in attesa di giudizio e il numero elevatissimo di morti è la conseguenza diretta di provvedimenti di legge solo repressivi: negli anni 60, i suicidi in carcere erano 3 volte meno frequenti di oggi, i tentativi di suicidio addirittura 15 volte meno frequenti e non certamente perché a quell’epoca i detenuti vivessero meglio.

Oggi il 30 per cento dei detenuti è tossicodipendente, il 10 ha una malattia mentale, il 5 è sieropositivo hiv, il 60 una qualche forma di epatite, in carcere ci sono paraplegici e mutilati, a Parma c’è addirittura una sezione detentiva per ‘minorati fisici’. Le misure alternative alla detenzione vengono concesse con il contagocce: prima dell’indulto del 2006 c’erano 60mila detenuti e 50mila condannati in misura alternativa, mentre oggi ci sono 66mila detenuti e soltanto 12mila persone in misura alternativa. Più della metà dei detenuti sono in attesa di giudizio, mentre 30.500 stanno scontando una condanna: di questi quasi 10mila hanno un residuo pena inferiore a 1 anno e altri 10mila compreso tra 1 e 3 anni. Molti di loro potrebbero essere affidati ai Servizi Sociali, ma non accade.

La politica ‘forcaiola’ e propagandistica voluta dal centro destra senza risolvere alcun problema ha peggiorato la situazione e promosso l’idea che chi sbaglia debba essere rinchiuso e lasciato in carcere. In vaste aree del Paese è financo diffusa l’idea che ’si debbono buttar via le chiavi’. La civiltà giuridica, che vorebbe la pena come mezzo per recuperare i responsabili di reati in Italia è in crisi e la passività nei confronti del problema dei morti in carcere è la testimonianza ulteriore di un imbarbarimento diffuso della società nazionale.

21 dicembre 2009

l'inviato speciale.com

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lunedì, novembre 23, 2009



LUCCA, 22 novembre - Il Sappe (Sindacato autonomo polizia penitenziaria) riferisce di una protesta dei detenuti avvenuta la scorsa notte nel carcere San Giorgio. "Per circa un'ora - ha dichiarato il segretario del sindacato Donato Capece - hanno battuto le suppellettili contro inferriate e porte, per richiamare l'attenzione dell'amministrazione penitenziaria sul problema del sovraffollamento".

Una protesta analoga protesta si è verificata anche nel carcere di Genova. Secondo Capece, infatti "quelli di Genova Marassi e Lucca sono penitenziari con molte criticità, nonostante l'encomiabile lavoro che ogni giorno svolge il personale di polizia penitenziaria. Lucca, con una capienza regolamentare di 82 posti, ospita più di 200 detenuti e Marassi, con 430 posti letto, ne ha 780. A Lucca, poi, mancano 40 agenti rispetto all'organico previsto e a Marassi ben 165! E' ovvio che in questo contesto di sovraffollamento, qualsiasi cosa può essere foriera di problemi, soprattutto di sicurezza per chi nelle sezioni detentive lavora come i poliziotti penitenziari".

Lo schermo.it, 22.11.2009

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Scoppia la protesta in carcere: coinvolto anche il penitenziario lucchese




ROMA - Genova, Pescara e Lucca: scoppia qui la protesta, quasi simultanea, dei detenuti contro le cattive condizioni delle carceri. A San Donato, il penitenziario di Pescara, nel pomeriggio i detenuti hanno protestato contro il sovraffollamento della struttura battendo con oggetti, probabilmente pentole e scope, contro le inferriate che proteggevano le finestre delle celle. Le loro grida, soprattutto la parola "sovraffollamento", si sono sentite fino a via Alento, una delle strade che costeggiano il penitenziario. Alcuni hanno bruciato stracci, da una finestra si è vista una fiamma che è stata spenta quasi subito.

Ieri sera, fino alle 22,30 circa, una protesta molto simile c'era stata anche tra i carcerati della Casa circondariale di Lucca. "Per circa un'ora - ha raccontato il segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe), Donato Capece - hanno battuto suppellettili contro inferriate e porte, per richiamare l'attenzione dell'amministrazione penitenziaria sul problema del sovraffollamento". E un'analoga protesta è nata anche nel carcere di Marassi, a Genova, dove durante la notte è stato sventato un tentativo di suicidio. Un detenuto del circuito di Alta sicurezza è stato trovato svenuto a terra, con una busta di plastica che gli avvolgeva la testa e una bomboletta di gas per fornellini accanto. Secondo quanto scrive il segretario regionale Uil Penitenziari Liguria, Fabio Pagani, una volta ripresi i sensi ha motivato il gesto come un atto di protesta contro "le critiche condizioni detentive". A Genova le proteste erano cominciate già venerdì sera.

"Quelli di Genova Marassi e Lucca - ha detto Donato Capece (Sappe) in una nota - sono penitenziari con molte criticità. Lucca, con una capienza regolamentare di 82 posti, ospita più di 200 detenuti e Marassi, con 430 posti letto, ne ha 780. A Lucca poi mancano 40 agenti rispetto all'organico previsto e a Marassi ben 165. E' ovvio che in questo contesto di sovraffollamento, qualsiasi cosa può generare problemi, soprattutto di sicurezza a chi lavora come i poliziotti penitenziari".

Donato Capece ha quindi chiesto ufficialmente un incontro al ministro della Giustizia Angelino Alfano. "L'auspicio - scrive Capece - è che il ministro incontri a breve il Sappe e le altre organizzazioni sindacali per alcune proposte da inserire nell'annunciato Piano Carceri, il cui esame è dato per imminente al Consiglio dei Ministri. La situazione - continua la nota di Capece - è sempre più incandescente, con quasi 66mila detenuti a fronte dei 42mila posti regolamentari, e gli agenti costretti a turni pesanti in termini di stress e sicurezza. Per questo diciamo al ministro: incontriamoci per trovare soluzioni condivise".

Tra le proposte del sindacato c'è l'assunzione urgente di 5mila unità di polizia penitenziaria, "la realizzazione di carceri 'leggere'", anche in quelle strutture destinate ai Centri di identificazione ed espulsione che non sono ancora operative, "la possibilità di recupero di spazi" e l'ipotesi "di riutilizzare le strutture per la custodia attenuata". Da rivalutare anche "le misure alternative, come l'utilizzo del braccialetto elettronico", e "un ragionamento sulla depenalizzazione di alcuni reati minori".

La Repubblica, 22.11.09

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mercoledì, novembre 04, 2009

Carceri ipocrisia bipartisan

di Luca Ricolfi (con la collaborazione di Tania Parisi)

Nei giorni scorsi l’opinione pubblica era turbata dal caso di Stefano Cucchi, il giovane morto in circostanze tuttora non chiarite dopo un’allucinante odissea nelle istituzioni (caserma, tribunale, carcere, ospedale). Ieri la notizia del suicidio in carcere della brigatista rossa Diana Blefari, pochi giorni dopo la conferma della condanna all’ergastolo per la sua partecipazione all’assassinio di Marco Biagi, ha riportato drammaticamente l’attenzione sul problema delle carceri. E naturalmente è partito il solito copione: i parenti accusano le istituzioni, le istituzioni si difendono ma assicurano che faranno «piena luce», la sinistra si infiamma, la destra si barcamena. E’ facile prevedere che fra una settimana non se ne parlerà più, fino al prossimo caso dotato di sufficiente interesse mediatico.
E invece sarebbe utile provare a parlarne al di là dei casi singoli. Perché il problema delle carceri ha due facce entrambe drammatiche, ma in qualche modo connesse. La prima faccia è quella della sicurezza.
Non da ieri, bensì da molti anni, i posti non bastano per contenere l’enorme flusso di detenuti (spesso semplicemente in attesa di giudizio) che transitano ogni anno nelle carceri italiane. Da oltre un decennio i posti sono fermi a quota 42-43 mila, mentre i detenuti sono arrivati a quota 65 mila e aumentano a un ritmo di 700 al mese. Vuol dire che nel 2013, a fine legislatura, saranno 90-100 mila.
La seconda faccia, non meno importante della prima in un Paese civile, è quella della dignità dei detenuti, un valore tutelato dalla Costituzione (art. 27). Con 43 mila posti in strutture carcerarie sovente fatiscenti non si possono tenere in carcere 65 mila persone senza provocare gravissimi problemi di convivenza, malattia e degrado, fino al dramma dei suicidi (a quanto pare in aumento, per quel che si può desumere dalle informazioni disponibili, scarse e di bassa qualità). Un problema, quello dello scarso spazio in carcere, che ci è già costato una condanna dell’Unione Europea, e che pare appassionare ben poco le forze politiche (con l’importante eccezione dei radicali, da anni costantemente impegnati su questo fronte). Il sovraffollamento è un problema anche in altri Paesi europei, ma nessuno (salvo forse la Grecia) ha un eccesso di detenuti paragonabile al nostro. Anzi la maggior parte dei Paesi dell’Europa occidentale possiede semmai un eccesso di capacità: in Svezia e Germania la quota di posti liberi è intorno al 3%, in Inghilterra e Galles al 4%, in Portogallo al 7%, in Irlanda all’8%, in Danimarca al 10%, in Olanda al 19% (dati 2007, gli ultimi disponibili)
Di fronte a questi due enormi problemi destra e sinistra hanno approcci opposti, ma comportamenti sostanzialmente indistinguibili. La destra fa la faccia feroce e vorrebbe più severità, la sinistra pensa di alleggerire le carceri essenzialmente con le pene alternative (ad esempio gli arresti domiciliari) e la depenalizzazione dei reati minori. Rispondendo alle domande della Stampa ai tre candidati del Pd, solo Franceschini (lo sconfitto) ha avuto il coraggio di dire - contro il politicamente corretto di sinistra - che per combattere la criminalità punterebbe soprattutto su «un piano straordinario di edilizia carceraria, adeguando la capienza delle carceri all’aumento dei detenuti».
Quel che è veramente interessante, però, sono i comportamenti. Nella Seconda Repubblica destra e sinistra sono state al governo sette anni ciascuna ma, se andiamo al sodo, le loro politiche sulla sicurezza sono state estremamente simili. Non siete convinti? E allora ricapitoliamo i fatti, lasciando perdere annunci e dichiarazioni.
Capienza delle carceri. E’ la stessa da 15 anni, nessuno ha messo in atto alcun piano di edilizia carceraria di qualche impatto, e questo nonostante i detenuti siano più dei posti almeno dal 1992.
Sanatorie e regolarizzazioni. Nella Seconda Repubblica ce ne sono state tre, le più importanti sono quella del 1998 (legge Turco-Napolitano) e del 2002 (legge Bossi-Fini), la prima varata dal governo Prodi, la seconda dal governo Berlusconi.
Indulti. Anche qui uno a testa, nel 2003 il cosiddetto indultino di Berlusconi, nel 2006 l’indultone di Prodi, peraltro sostenuto anche da Forza Italia.
Sbarchi. Sia i governi di destra sia quelli di sinistra hanno tentato accordi con i governi dei Paesi di partenza, entrambi sono incappati in drammatici episodi di respingimento, con morti e dispersi: sotto Prodi (1997) una corvetta italiana affondò un barcone albanese in acque internazionali, sotto Berlusconi - quest’anno - varie navi di disperati in fuga dall’Africa sono state ricondotte forzosamente in Libia, suscitando un vespaio di proteste (Europa, Chiesa, Onu).
Se lasciamo perdere le parole, gli appelli, le «differenti sensibilità», la realtà nuda e cruda è che sia la destra sia la sinistra sono paralizzate dalla mancanza di soldi, di idee e di coraggio. Berlusconi in campagna elettorale ha promesso più posti in carcere ma per ora, a un anno e mezzo dalla vittoria elettorale, ha partorito solo un piano (di nuovo parole!) che, se anche dovesse effettivamente partire e miracolosamente rispettare i tempi previsti (2012), non coprirebbe nemmeno l’incremento di detenuti prevedibile fra oggi e allora: si è parlato di 12, 17, 18 mila posti aggiuntivi, ma i nuovi detenuti saranno 25-30 mila. Quanto alla sinistra, aborre l’idea di spendere miliardi per nuove carceri, ma non ha il coraggio di seguire la via dei Radicali e delle sue componenti più laiche e libertarie: indulti, pene alternative, depenalizzazioni. Teme che l’opinione pubblica, diseducata da «questa destra» razzista e forcaiola, non capirebbe.
Io dico solo questo. Un Paese civile non può tenere le persone in carcere nelle condizioni in cui da anni le tiene l’Italia, indipendentemente dal colore dei governi. Riportare in equilibrio il numero dei posti e il numero dei detenuti è un fatto di civiltà, ed è la pre-condizione minima per contenere il dramma umano dei suicidi e della violenza. Lo si può fare aumentando i posti, diminuendo i detenuti, o con un mix delle due misure. Se si pensa che la via maestra siano nuove carceri le si costruisca: per tener dietro all’aumento della criminalità il minimo è raddoppiare la capienza attuale, e il costo è di circa 4 miliardi. E se si pensa che la via maestra siano indulti, depenalizzazioni e pene alternative al carcere si abbia il coraggio - come i Radicali - di gridarlo in faccia all’opinione pubblica. Il resto è ipocrisia.

La Stampa, 03 novembre 2009

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lunedì, maggio 18, 2009

Innocenti Evasioni


Riceviamo e pubblichiamo volentieri una breve recensione del libro "Innocenti evasioni" a cura di Paola Rauzi e Rosanna Tognon.

Le due autrici sono volontarie dell’Associazione Gruppo Carcere Mario Cuminetti, nata nel 1985 per svolgere attività culturale fra i detenuti e creare un ponte fra carcere e città. Sono responsabili della biblioteca del V Raggio nel carcere di San Vittore di Milano, hanno curato e seguito questo progetto dall'ideazione alla realizzazione.

Questo libro per me è un racconto a episodi della possibilità e della capacità di sfuggire ai binari convenzionali, di affrontare problemi e situazioni con un approccio imprevisto, laterale. Ecco, il termine giusto è proprio questo: approccio laterale – e la lateralità, per me ha sempre rappresentato una metafora del cambiamento e della speranza. (Gianrico Carofiglio)

Come sopravvivere all’interno di un carcere? Con consapevole ironia le responsabili della Biblioteca del V raggio a San Vittore, Paola Rauzi e Rosanna Tognon hanno raccolto le testimonianze dei detenuti sulle loro ingegnose (e spesso segrete, o sequestrate) invenzioni carcerarie.

Dallo stendino portatile alla macchinetta per tatuaggi, dal fornello a olio all’orto in bottiglia, il manuale illustra le più sorprendenti tecniche di sopravvivenza in cella - e i migliori modi per sfruttare i piccoli spazi con risparmio e attenzione all'ambiente.

Un libro che è un modo per riflettere, senza giudizi morali né accomodanti buonismi, sulla vita e sulla capacità di adattamento dell’uomo nelle condizioni di privazioni più estreme. Perché l’acutezza e la fantasia non hanno bisogno di grandi spazi per liberarsi.


Comunicato Stampa INNOCENTI EVASIONI.doc

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domenica, maggio 17, 2009

CARCERE – Allarme sovraffollamento negli Opg; Corleone: “Vanno chiusi entro tre anni”

E’ allarme sovraffollamento e fatiscenza negli Opg (Ospedali Psichiatrico Giudiziari) italiani. A lanciare l’allarme è Franco Corleone, garante dei diritti dei detenuti del Comune di Firenze, che ricorda che gli internati di questi centri sono passati da 1200 a 1600 nel giro degli ultimi due mesi
“Nelle condizioni attuali – ha dichiarato Corloene – gli Opg ricordano i vecchi manicomi e devono essere assolutamente chiusi. I detenuti di questi istituti dovrebbero essere indirizzati negli appositi servizi psichiatrici territoriali”.

Secondo Corloene, la situazione più drammatica ed esplosiva è quella dell’Opg di Reggio Emilia, dove gli internati sono passati in poco tempo da 180 a 280. Molto critica è anche la condizione del centro di Montelupo Fiorentino, dove si trovano 169 internati.

Franco Corleone lancia un appello ad Enrico Rossi, assessore alla sanità della Regione Toscana, affinchè si impegni ad attivare un tavolo di confronto con il governo grazie al quale, nell’arco di due o tre anni, si possa arrivare alla chiusura definitiva degli Opg.
Redattore Sociale, 15 maggio 2009

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sabato, maggio 16, 2009

CARCERE - Sollicciano esplode, Corleone annuncia lo sciopero della fame



Il carcere fiorentino contiene quasi il doppio dei detenuti previsti dalla capienza regolamentare. Il garante dei detenuti del Comune di Firenze lancia una forte protesta nei confronti delle politiche governative
“Se il carcere fiorentino di Sollicciano raggiungerà quota mille detenuti comincerò lo sciopero della fame”. Ad annunciarlo è Franco Corleone, garante dei detenuti del Comune di Firenze, in segno di protesta contro le politiche penitenziarie del Governo.
“L’istituto penitenziario di Firenze ha una capienza di 483 detenuti ma al momento ve ne sono quasi il doppio, 953 – chiarisce Corleone che, in riferimento alle condizioni degli istituti penitenziari toscani e italiani, parla di “un quadro allarmante che ha superato abbondantemente i livelli di guardia dei carcerati” e invita la Regione Toscana ad assumersi le proprie responsabilità “per richiamare il Governo a politiche diverse e non repressive”.
In Toscana il numero complessivo dei detenuti ammonta a 4085, di cui 3914 uomini e 171 donne. La capienza regolamentare, pari a 3279, è però ben al di sotto di questa cifra. “E’ opportuno essere consapevoli – aggiunge Corleone - che il sovraffollamento produce soltanto incattivimento”.


Redattore Sociale, 15 maggio 2009

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domenica, febbraio 01, 2009

Giocattoli, colori e coccole Milano, prove di vita normale



Un giorno dentro l'Icam, l'unica struttura italiana per detenute con figli. L’incubo per le madri è il terzo compleanno dei bimbi e l’addio: «Cerco di non pensarci, ma non ci riesco»

di Roberto Rizzo

MILANO — Le pareti sono dipinte di giallo, gli arredamenti sono etnici, i giocattoli sparsi ovunque. In cortile, in attesa della bella stagione, sono parcheggiate alcune automobiline a pedali e in un angolo c'è un cavallo a dondolo di plastica. «Tutto è stato studiato per trasmettere ai bambini un ambiente più caldo e familiare possibile», spiega l'ispettore Stefania Conte, una bella ragazza mora che arriva dal Sud Italia. È lei che dirige l'Icam (acronimo che sta per Istituto a custodia attenuata per detenute madri) in via Macedonio Melloni a Milano, zona elegante e semicentrale nella parte est della città. Nato nell'aprile 2007 grazie a un progetto dell'Amministrazione penitenziaria della Lombardia, Provincia e Comune di Milano, l'Icam è l'unica struttura del genere in Italia. Una prigione per madri detenute che non sembra un carcere. Qui gli agenti di polizia penitenziaria (13 tra uomini e donne) vigilano discreti in borghese. Per i corridoi non ci sono sbarre, così come non ce ne sono a chiudere le camere da letto (cinque). L'unica porta che rimane chiusa è quella d'ingresso. Le protezioni sono solo alle finestre, in ferro battuto dai ghirigori tipici dei palazzi d'epoca, come si usa negli appartamenti che sono al pian terreno di un edifico. Più per proteggersi da intrusioni esterne che per impedire la fuga anche se, da aprile 2007 a oggi, un tentativo di evasione, riuscito, c'è stato. Ma dopo 24 ore la fuggitiva è rientrata spontaneamente. Al momento l'Icam ospita otto detenute e 9 bambini (la capienza massima è di 16 detenute e altrettanti piccoli. Il tempo di permanenza medio è di un anno e sei mesi). Cinque sono italiane di etnia rom, poi una tedesca, una romena e una marocchina. «Cerchiamo di fare vivere i bambini e le loro madri come se fossero in una casa normale con una vita normale, cosa che tante di loro non hanno all'esterno», dice l'ispettore Conte. Al mattino la sveglia è alle 8. Entro le 9 i bimbi devono essere pronti, bagno e colazione, per essere portati (da volontari di Telefono Azzurro e altre associazioni) all'asilo nido. «Frequentano tutti la stessa scuola e per ora non ci sono stati problemi d'inserimento. In giugno, alla festa di fine anno, due detenute hanno avuto il permesso di parteciparvi». Mentre i piccoli sono al nido, le madri si dedicano alle faccende domestiche: «Ogni donna si occupa della pulizia della propria stanza e, a turno, delle parti comuni». Che sono la sala tv, la ludoteca, la cucina, i bagni. Tutto è tirato a lucido e l'ambiente profuma di sapone come fosse una pubblicità. Per le detenute c'è anche la possibilità di seguire corsi scolastici o di pasticceria. «Alle 15.30 i bambini rientrano dall'asilo, un'ora dopo c'è la merenda, alle 18 la cena. La sera ogni mamma addormenta il suo bambino e spegne la luce quando crede. L'assistenza medica è garantita tutti i giorni, il pediatra una volta la settimana se non ci sono urgenze. «Sono detenute che si trovano in una situazione privilegiata rispetto al resto d'Italia», dice don Gianfranco, il prete che visita quotidianamente l'Icam insieme a un ministro del culto dei Testimoni di Geova. «Infatti — continua don Gianfranco —, la loro preoccupazione principale non è per i bambini che stanno con loro qui dentro, che nel complesso vivono un'esistenza serena e quasi normale, ma per gli altri figli rimasti fuori». Come Monica, una sinti di 30 anni del campo nomadi di Garbagnate (Milano), reclusa con Jessica di un anno e nove mesi. «Ma io penso agli altri tre miei bambini che ora vivono con i nonni». Monica è all'Icam da un mese, furto in abitazione. «Ma io sono innocente, lo giuro. Pago per mia sorella. Ai miei figli più grandi, che hanno 9 e 8 anni e vengono a trovarmi ogni domenica, ho detto che sono qui per lavorare». Anche se le pareti sono tinte di giallo e i mobili ricordano Paesi lontani, all'Icam la legge è uguale per tutti e lo spettro per ogni madre detenuta è lo stesso che in qualsiasi altro carcere italiano: essere separata dal proprio bambino. Succede, per legge, al compimento del terzo anno d'età del pargolo. La madre rimane dentro a scontare la pena, i piccoli vanno in affido all'esterno. Un trauma che il primo marzo vivrà Sara, in prigione per furto, il marito in carcere a San Vittore, quando festeggerà il terzo compleanno di sua figlia Monica: «Cerco di non pensarci ma ci penso sempre. Siamo qui insieme da un anno e sei mesi. Lei è serena, ma poi? Ogni tanto ho il permesso di mandarla il weekend dai nonni, ai quali verrà affidata. Deve abituarsi. Al contrario dei bimbi che hanno una vita normale, lei i nonni li conosce solo ai colloqui della domenica. Grazie a Dio io uscirò in giugno. Ho sbagliato, ho commesso un reato e sto pagando, ma la legge sa essere davvero molto crudele».
Corriere della Sera, 01.02.2009

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Bambini condannati. Al carcere



Le norme Sono scritte nel regolamento penitenziario, ma gli asili sono pochi 59 in cella con le madri detenute, 36 stanno per nascere. A 3 anni affidati ai parenti. «Legge non applicata»

di Roberto Rizzo



I più fortunati, si fa per dire, hanno qualche giocattolo, magari anche un lettino vero, invece della branda dove dormire e una parete colorata. Gli altri, i più, sono trattati come gli adulti. Stanno dentro una cella, imparano il linguaggio carcerario («Andare all'aria», «Arriva la matricola» sono frasi che presto diventano familiari), vivono secondo i tempi e i ritmi della prigione. Sono i bambini detenuti negli istituti di pena italiani. Figli di madri finite dentro per reati che sono sempre gli stessi, furto o spaccio di droga. Piccoli che vanno dalla settimana di vita fino ai 3 anni. Poi, il giorno del loro terzo compleanno, spente le candeline, vengono tolti alle mamme (lo prevede la legge) e affidati alla famiglia, se c'è, oppure a qualche comunità che li ospiterà fino a quando la madre non avrà scontato la sua pena. Il numero dei bambini detenuti, incredibile, non è certo: «Al momento dovrebbero essere 70, ma il dato è ufficioso. Quello ufficiale, fornito dal ministero della Giustizia e fermo al 30 giugno 2008, dice che sono 59», spiega Riccardo Arena, un avvocato romano che da sei anni ha abbandonato la professione per dedicarsi al mondo dei detenuti e conduttore di «Radiocarcere», programma di Radio Radicale oltre che rubrica sul quotidiano Il Riformista. «Quei bambini sono pochi per interessare davvero a qualcuno». Lo dice l'ex ministro delle Pari Opportunità Anna Finocchiaro, attuale capogruppo al Senato per il Partito Democratico, che nel 2001 fece approvare una legge a suo nome. Norma che prevede che «le condannate madri di prole di età non superiore ad anni 10, se non esiste un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti…», abbiano la possibilità di espiare la condanna in strutture che non siano il carcere. Intento lodevole, peccato che, otto anni dopo, la legge Finocchiaro non ha ancora trovato applicazione. E i bimbi rimangono in carcere. Se n'è ricordato anche il ministro della Giustizia Angelino Alfano quando, recentemente, ha promesso: «Un bambino non può stare in cella. Approveremo una riforma dell'ordinamento carcerario che consenta di far scontare la pena alle mamme in strutture dalle quali non possano scappare ma che non facciano stare in carcere il bambino». Belle parole. Peccato che in tutta Italia di queste strutture ce ne sia soltanto una, a Milano. Nell'attesa, i piccoli carcerati devono accontentarsi del Regolamento penitenziario che all'articolo 19 dice: «Presso gli istituti o sezioni dove sono ospitate madri con bambini sono organizzati, di norma, appositi reparti ostetrici e asili nido. Le camere dove sono ospitate madri con i bambini non devono essere chiuse affinché gli stessi possano spostarsi all'interno del reparto o della sezione. Sono assicurate ai bambini all'interno degli istituti attività ricreative e formative proprie della loro età». Sarà così? Non proprio. «In Italia sono solo sedici gli asili nido allestiti all'interno di istituti di pena — afferma Arena —. Ma siamo sempre dentro un carcere, tra ogni genere di detenute, urla e rumori. Non è certo l'ambiente adatto a dei bimbi, talvolta neonati». Le storie di questi piccoli prigionieri sono tutte uguali. Per esempio, quella denunciata in questi giorni da Maria Grazia Caligaris, consigliere socialista della Regione Sardegna. È la storia di Josephine, una bimba nigeriana di un anno e dieci mesi «ancora dietro alle sbarre con la madre, incinta di 7 mesi e detenuta per droga, nel carcere Buoncammino di Cagliari». «Non solo Josephine deve stare in prigione ma non ha neppure ottenuto il permesso di frequentare l'asilo», aggiunge Caligaris. «Il carcere riproduce le stesse disuguaglianze della società. I bambini restano in cella perché, nella maggior parte dei casi, sono figli di donne straniere che non hanno niente, nemmeno un avvocato che le tuteli», dice Anna Finocchiaro. Secondo l'ex ministro, la soluzione sarebbe nelle mani dei Comuni: «Basterebbe pescare nel loro patrimonio immobiliare per creare centri di accoglienza dove far scontare a queste donne la pena ma permettendo loro di vivere con i figli in ambienti più simili a una casa che a una prigione». Se per un adulto la detenzione può essere un trauma, immaginiamo quello che rappresenta per un bimbo. Lo racconta una donna italiana, trent'anni, di cui cinque trascorsi nel carcere romano di Rebibbia, uno degli istituti dotati di una sezione Nido, insieme a sua figlia Chiara: «Quando sono stata arrestata la bimba aveva solo cinque mesi. In prigione Chiara ha subito risentito dello spazio chiuso, della mancanza di un ambiente familiare. Ha smesso di sorridere e ha iniziato a piangere in continuazione. È stata male diverse volte, ricoverata in ospedale sempre da sola perché noi mamme detenute non possiamo seguire i nostri piccoli in ospedale. È rimasta muta fino a due anni e mezzo». Fino a quando non è tornata ad essere una bambina libera. In mancanza delle istituzioni, proprio a Roma, a Rebibbia, è attivo da 15 anni il progetto «Crescere e giocare insieme». A portarlo avanti è un gruppo di volontari organizzato da Leda Colombini, femminista della prima ora, ex deputato Ds. «Il giorno di Natale, quando abbiamo fatto la festa, c'erano 21 madri detenute con i loro figli: due africane, tre italiane e le altre di etnia rom. Vivono nella sezione nido, dove si è cercato di dare una condizione più attenuata del carcere, con un giardinetto e dei giochi. Ma è sempre un ambiente ristretto, sottoposto alle regole del penitenziario». L'iniziativa principale del progetto Colombini è «ogni sabato portare fuori, dal mattino alla sera, i bambini detenuti per far vivere ad ognuno di loro una giornata normale. D'estate al mare, d'inverno in montagna o in piscina. I piccoli hanno la possibilità di scatenarsi fisicamente, cosa che in carcere non è permessa. Rinunciano volentieri al sonnellino pomeridiano pur di non perdersi qualche ora di gioco». L'altra attività dei volontari consiste nel portare i bimbi di Rebibbia all'asilo esterno: «Abbiamo ottenuto un pulmino dal Comune per portarli in tre nidi della zona. Sono bambini che fanno tenerezza, molto meno capricciosi dei loro coetanei». Di loro colpisce lo sguardo: «È diverso perché è uno sguardo che sbatte sempre contro un muro e, infatti, la creatività di questi bambini è molto limitata». Leda Colombini ha presentato una proposta di legge che ha consegnato in Parlamento. Per ora nessuna risposta.

Corriere della Sera, 01.02.09


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lunedì, luglio 07, 2008

La pena certa e il collasso delle regole civili




DA BECCARIA A RUDOLPH GIULIANI, IL TRAMONTO DELLA GIUSTIZIA E IL TRIONFO DEL MITO SECURITARIO


di Sandro Margara
Un capitolo di Punire i poveri di Loïc Wacquant è dedicato ai “Miti culturali del pensiero unico securitario”. Sono pagine divertenti, di quel divertimento tragico che è il nostro pane quotidiano, che dimostrano la inconsistenza di quei miti e, quindi, di quella cultura e, quindi, di quel pensiero. Tra quei miti la “tolleranza zero”, che si è incarnata come luogo di rivelazione, nella New York di Rudolph Giuliani, che, secondo la vulgata, avrebbe debellato la criminalità in poco tempo. È falso: la diminuzione della criminalità era cominciata prima che arrivasse Giuliani, si è attuata anche là dove sono state praticate politiche opposte, dieci anni prima a New York era stata fatta la stessa politica e l’alta criminalità di quegli anni non era affatto diminuita. Altre erano state le cause della diminuzione della criminalità degli anni ’90 e Wacquant le espone nel dettaglio. La politica di Giuliani aveva solo prodotto, a costi elevatissimi, più polizia, più discriminazione e conflitto (per le aree della povertà ovviamente). Il mito culturale della “tolleranza zero” si inserisce in un altro: quello della “finestra rotta”, secondo cui sono i piccoli gesti di disordine, come una finestra rotta in una casa, che portano al manifestarsi della criminalità più grave: e allora perseguire come reati, con “tolleranza zero”, la miriade di condotte disordinate conseguenti al degrado degli ambienti di vita, serve ad evitare il peggio. Nessuna ricerca empirica ha mai dimostrato questo: si tratta di una favola costruita da un politologo ultraconservatore e da un poliziotto, entrambi con il pallino sociologico, raccontata in una rivista a grande tiratura e non in uno studio scientifico. Il risultato è che la favola è divenuta l’incubo di barboni, mendicanti, lavavetri e simili di tutto il mondo. Il richiamo alla certezza della pena è nato, sempre in ambiente Usa, nella dottrina giuridica, ma, via via che produceva danni e galera, è diventato anch’esso un mito culturale del pensiero unico securitario. Beccarla parlava di “pena certa”, ma lo faceva in un tempo in cui mancavano le regole per definire le pene, la loro durata e le modalità di esecuzione e aggiungeva che come dovevano essere certe, le pene dovevano anche essere miti. Negli ultimi decenni del ’900, si è imposta, in vari sistemi penali, una severa critica alla larga discrezionalità dei giudici nella determinazione e durata concreta delle pene. Negli Stati Uniti, in precedenza, era stato lo stesso giudice della condanna che dava una pena indicativa (da un minimo a un massimo), che i responsabili delle carceri definivano, poi, in concreto secondo la risposta dei detenuti agli interventi riabilitativi. Per le nuove teorie, il giudice doveva condannare, invece, ad una pena determinata, osservando un rigoroso prontuario corrispondente ai reati commessi. Dentro la nicchia del discorso degli esperti, poteva prosperare, così, il discorso securitario e, a rimorchio, le scelte politiche, ormai in auge nel corso degli anni ’70: si considerava l’intervento riabilitativo in carcere come privo di efficacia e produttore soltanto di un deprecabile lassismo e si rilegittimava in pieno il carcere. Se ne era detto tutto il male possibile e, invece, ora il carcere diventava la pena affidabile, l’unica che metteva fuori corso il nemico sociale. La pena doveva essere certa: e così i detenuti da 204.000 nel 1973 sono arrivati a 2.300.000 nel 2005, più di dieci volte tanto, e crescono ancora. Strada facendo, si è arrivati ad enunciare la regola che, al terzo reato, anche se poco grave, la carcerazione diventa perpetua: tre sbagli e sei fuori, ovvero dentro, in carcere. Pena certa, dunque, ma, dimenticando Beccarla, anche sproporzionata e sempre più estesa inoltre a condotte piuttosto indicative di precarietà di vita, che criminali. Da noi, la pesantezza delle pene del codice Rocco, ha determinato una serie di interventi del periodo democratico, che ha portato una forte discrezionalità del giudice della condanna. Inoltre l’Ordinamento penitenziario ha previsto modifiche della pena inflitta e delle modalità esecutive della stessa: alla rigidità della pena inflitta in sentenza è stata sostituita la flessibilità, coperta costituzionalmente dalla sentenza 204/74 della Corte costituzionale, riconfermata poi da varie sentenze successive. Ad ogni tentativo di nuovo codice penale, si cerca di ridurre la discrezionalità dei giudici, sia di quelli del processo, che di quelli di sorveglianza durante l’esecuzione, convinti che debbano recuperarsi criteri più certi nella determinazione della pena e della sua durata. Con una notevole indifferenza alla proporzionalità della pena rispetto ai fatti, volendo avere più certezza della pena, si pensa a previsioni penali sempre più numerose, sempre più detentive, sempre più severe: come negli Usa, questo è successo ovunque. La promozione a mito culturale della certezza della pena fa sì che questa venga invocata in modo frequente e approssimativo, imponendola anche come obbligo per la custodia cautelare dei giudicabili, contro il principio costituzionale secondo cui nessuno può essere considerato colpevole prima della condanna definitiva. È contestata anche la flessibilità della pena durante la esecuzione e invocata, contro le affermazioni della Corte Costituzionale, la riduzione delle misure alternative, necessarie in relazione alla finalità rieducativa/riabilitativa/risocializzante che la pena deve avere ai sensi dell’art. 27 della Costituzione. E si ricordi che ripetute ricerche confermano che le misure alternative alla detenzione riducono la recidiva tre/quattro volte più efficacemente della pena eseguita in carcere (dopo sette anni dalla conclusione della misura alternativa, la recidiva è inferiore al 20%; dopo lo stesso tempo dalla conclusione della pena in carcere, la recidiva è quasi al 70%). Dobbiamo sottostare ai miti culturali del pensiero unico securitario, tolleranza zero, finestre rotte e certezza della pena? Intanto, chiariamo che quei miti nascondono l’inconsistenza delle ragioni o, meglio, la presenza di cattive ragioni. Mettiamo in fila i punti salienti della situazione. Primo: le politiche securitarie e carcerarie sono diventate, come dimostrato nelle recenti elezioni, la questione centrale della politica generale, che pure di cose a cui pensare ne avrebbe tante altre. Secondo: il carcere cresce a dismisura e si riempie di stranieri, di tossici, di soggetti psichiatrici e socialmente abbandonati, non della criminalità più grave che gode di notevole disattenzione politica.Terzo: a un carcere pesante corrisponde uno stato leggero, anche per la necessità di spostare risorse sui sempre più estesi e costosi interventi polizieschi e carcerari: ci perdono gli interventi sociali, sostituiti dal carcere come “non risposta” ai problemi che si pongono. Quarto: se è la percezione dell’insicurezza che conta, notiamo, intanto, che essa subisce continui rilanci: fra i media e le grida politiche e legislative, quella percezione è entrata in una spirale di crescita inarrestabile, che è inevitabilmente arrivata anche ai pogrom. Quinto: ma se si continua a guardare solo alla percezione, i problemi reali non verranno mai affrontati e così puntualmente accade: repressione, carcere, espulsioni rilanciano le pulsioni antisociali e trasudano razzismo da ogni parte, ma peggiorano soltanto la situazione rendendo più gravi ed acuti i conflitti. Sesto: gli allontanamenti, gli sgomberi e le ruspe che sono l’immagine brutale ed efficace di questa politica, non suscitano reazioni, ma, invece, sempre più spesso, applausi: come dicevano le vecchie canzoni, pietà l’è morta e dietro la morte della pietà c’è il considerare l’altro come non-persona, c’è la disumanizzazione, che si coglie come “cifra” del tutto. Tento una sintesi, che non credo molto azzardata: dalla convinzione tatcheriana che non esistesse una cosa che si chiama società siamo arrivati alla fine del sociale, con i principi che lo hanno accompagnato: non è la fine della storia, ma il collasso delle regole che ci siamo dati. In questa fase, le comunità si ritrovano per fare fuori il diverso, ma superato questo momento, gli appartenenti a quelle comunità si guarderanno negli occhi dei compagni e non ci troveranno alcuna buona intenzione. Nel nostro mondo, accanto all’inquinamento ambientale, esiste un inquinamento sociale, entrambi letali.

Fuoriluogo, 25 maggio 2008

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domenica, giugno 29, 2008

Margara: lasciamoli in galera, recidiveranno 3 volte di più!




di Alessandro Margara (Presidente Fondazione Michelucci)

Il comunicato dell’Anfu (Associazione Nazionale Funzionari Polizia Penitenziaria)* è esemplare per dimostrare come chi svolge una attività importante ed essenziale dello Stato non ne conosca il funzionamento sostanziale: quali sono, cioè, le condizioni che dettano le linee e gli effetti di quel funzionamento. Prescindo, per ora, dal collegamento Gozzini-indice di criminosità e mi soffermo essenzialmente su due condizioni che influenzano quell’indice. La prima è l’ampliarsi della penalità, ovvero della normativa che prevede sanzioni penali e in particolare sanzioni detentive. Come emerge dalle statistiche, le esecuzioni penali detentive nel 1990 erano 36.300 (30.000 erano in esecuzione pena in carcere e 6.300 in misura alternativa). Negli anni che hanno preceduto il condono, le esecuzioni penali detentive erano circa 180.000: 60.000 detenuti + 50.000 misure alternative + un numero elevato di esecuzioni penali detentive in attesa di decisioni da parte dei tribunali di sorveglianza ai sensi della legge Simeone, numero che oscillava intorno alle 70.000. Sicuramente questi dati sono espressi con larga approssimazione, ma lo erano anche quelli del 1990. Se notiamo, però, che si tratta della quintuplicazione delle esecuzioni penali detentive, ci rendiamo conto che la penalità si è moltiplicata e non ci vuole molto a rilevare che ciò è accaduto con riferimento a due settori ben determinati: immigrazione e tossicodipendenza e alle norme relative, che vengono ora ancora modificate e sempre più severamente. La seconda condizione che determina il lievitare dell’indice di criminosità è che lo stesso è ricavato dalla efficacia del contrasto alle situazioni di reato. Ciò che si ricava da quell’indice è il numero accertato formalmente dei reati, che hanno un loro numero oscuro, come si dice, che non è noto. Ora il contrasto di polizia verso l’immigrazione e le dipendenze è ben noto. Quando nel comunicato dell’Anfu si nota la crescita delle denuncie, si dovrebbe verificare quanti, dei fatti denunciati riguardano tossicodipendenti e immigrati, e chiedersi se la linea di intervento di polizia non incide fortemente su queste denuncie e non sia dovuto alla intensificazione del controllo di polizia su quei fenomeni. Lo stesso dicasi per gli arresti, per i quali abbiamo come riprova, tutte le rilevazioni statistiche che dimostrano che tossicodipendenti, immigrati e anche persone in difficoltà sociali (e quindi fonte di disturbo sociale, quest’ultimo ormai sempre più contrastato) rappresentano i due terzi dei detenuti. Certamente occorrerebbe conoscere le componenti dell’indice di criminosità. Là dove sono state fatte ricerche, proprio negli Stati Uniti, è stato del tutto smentito il rapporto fra severità del trattamento penale e, cioè, alti livelli di carcerazione, e la crescita o la diminuzione del numero dei reati. Le circostanze che influiscono sulla crescita o la diminuzione dei reati sono molteplici e seguono un andamento sul quale influiscono l’andamento dell’economia, le modalità delle aggregazioni criminali, le tipologie della immigrazione (molto rilevante anche là). Sicuramente non influisce la severità penale ovvero quella che è stata chiamata tolleranza zero. Alla fine, c’è da chiedere agli autori del comunicato Anfu, che ci azzecca, come dice Di Pietro, la legge Gozzini con l’andamento dell’indice di criminosità? Come si è detto quella legge incide sulle modalità delle esecuzioni penali, ma questo è un dato a monte dell’intervento Gozzini. Se si vuole, si possono comunque aggiungere due dati. Il primo è che le revoche delle misure alternative sono minime (tra il 3,5 e il 4,5 %) e che tali revoche sono pronunciate per commissioni di nuovi reati in circa lo 0,20 % dei limitati casi indicati. Il secondo è che risulta da ricerche del Dap che la recidiva di chi espia la pena in misura alternativa, dopo 7 anni dalla conclusione della esecuzione della misura, è di 3 volte e mezzo inferiore a chi espia la pena in carcere. Quindi: lasciamoli in galera, recidiveranno 3 volte e mezzo di più.
* puoi leggere il comunicato alla pagina http://www.ristretti.it/commenti/2008/giugno/28giugno.htm#2

Lettera alla Redazione di Ristretti, 28 giugno 2008

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mercoledì, giugno 25, 2008

Lo stop alla legge Gozzini, passo indietro nella civiltà



di Alessio Carlucci e Luigi Paccione (Avvocati)

Il nuovo governo intende azzerare la legge Gozzini ma ignora (o fa finta di ignorare) che essa ha rappresentato il primo serio tentativo (seppure tardivo) di dare attuazione al principio costituzionale di rieducazione e umanizzazione della pena. Questa fu la ragione ispiratrice di una legge che, attraverso la concessione di benefici in favore di condannati con sentenza definitiva, mirava al loro recupero morale e sociale anche al fine di renderli soggetti attivi del progresso sociale, civile ed umano della società intera. Non può invocarsi il fallimento della legge perché in molti casi essa ha contribuito al reinserimento sociale dei condannati e, conseguentemente, ad un ridimensionamento della pressione criminale sulla collettività. Certo da sola non poteva allora e non può oggi risolvere il problema della sicurezza sociale perché quando entrò in vigore nel 1975 si disse da più parti che altri provvedimenti necessitavano sul piano sociale, comportamentale e lavorativo. Ricordiamo che quando la Gozzini fu varata mafia, camorra, ‘ndrangheta si erano già da tempo consolidate e i reati di terrorismo commessi successivamente avevano come protagonisti soggetti incensurati e, come tali, non ancora soggetti a tale legge. Il carcere doveva essere umanizzato nel senso che lì il condannato doveva pagare il proprio debito con la società espiando le proprie colpe ma recuperando i tratti migliori della sua personalità al fine di partecipare alla crescita della società stessa, al progresso civile e umano. Purtroppo il carcere è rimasto un luogo di emarginazione e di mortificazione dei più elementari diritti di persone come noi, molti dei quali hanno avuto la sfortuna di nascere "meno uguali" in una nazione in cui il principio di uguaglianza è e deve rimanere il primo comandamento civile. Si parla di elevare l´orario di lavoro a 60 ore settimanali e si continua ad ignorare che un detenuto ne ha meno della metà per uscire dalla cella, spesso angusta e sovraffollata e poter passeggiare in un piccolo cortile insieme a una moltitudine di compagni di reclusione. Bar, ristoranti e alberghi sono costantemente monitorati per ragioni di igiene e salute pubblica ma lo stesso non avviene per i luoghi di detenzione dove esseri umani consumano il loro pasto a ridosso dei servizi igienici. La neutralizzazione di una legge ordinaria quale la Gozzini ha quindi riflessi molto più ampi perché di fatto cancella principi costituzionali non solo relativi alle finalità rieducative di una pena il più possibile umana ma anche ai diritti fondamentali di uguaglianza, solidarietà e salute del cittadino. Lo stesso è avvenuto in occasione della recentissima creazione legislativa del reato di "immigrazione clandestina" che viola l´altro e non meno importante principio costituzionale di necessaria offensività del reato: un comportamento può essere punito solo se in concreto crea un danno o un pericolo per interessi dei singoli o della collettività. Nel caso di specie l´immigrato clandestino in quanto tale non cagiona nessun danno o pericolo per la collettività; nuoce solo se commette reati al pari dell´immigrato non clandestino, dello straniero comunitario o dello stesso cittadino italiano. Ora per la legge italiana sarà punibile solo "in quanto è" secondo un modello antico di reato che la Costituzione aveva cancellato perché usato (ed abusato) nel precedente ordinamento fascista. Ricordiamo fra tutti le leggi razziali che colpivano i cittadini italiani di origine ebraica e quelle contro i dissidenti politici, puniti duramente solo per il loro pensiero e indipendentemente da comportamenti criminosi o azioni antisociali.

La Repubblica, 24 giugno 2008

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