lunedì, marzo 15, 2010

"Niente sbarre per i detenuti matti" L'esperimento segreto dell'Emilia

Castrocaro, da manicomio criminale a comunità aperta. L'annuncio dopo 2 anni di "prova". L'annuncio dopo 2 anni di "prova". L'applauso della Lega. Francesco Billi: "Siamo orgogliosi di questa comunità". "Non ne abbiamo parlato per paura. Pensavamo che chi abita qui non avrebbe capito". "I risultati? Abbiamo avuto 27 ospiti, sedici sono qui oggi. Mai nessuna fuga"

di Jenner Meletti
SADURANO (Castrocaro) - Mario dice che verso sera, nel prato di fronte alla casa gialla, si vedono i caprioli. «All'alba arrivano anche i cinghiali». Stefano racconta che gli faceva impressione, le prime volte, aprire la porta della camera da letto, andare nella sala per la colazione, uscire in cortile. «Non c'ero più abituato». Una volta la vita era tutta dentro una cella di un carcere che era anche manicomio e di un manicomio che era pure carcere. «Manicomio criminale», c'era scritto sul portone. Poi fu corretto in «Ospedale psichiatrico giudiziario». Mario e Stefano sono due dei sedici ospiti di una casa gialla sulle colline di Castrocaro che fino ad oggi è stata tenuta segreta. «Non ne abbiamo mai parlato - dice Gianluca Borghi, che quindici anni fa era assessore ed ebbe l'idea di costruire questa casa - perché avevamo paura. Abbiamo fatto una cosa importante: per la prima volta in Italia siamo riusciti ad aprire una breccia nel manicomio giudiziario. Abbiamo liberato persone con addosso un marchio pesantissimo: matto, galeotto, assassino? Pensavamo che chi abita qui attorno si spaventasse e che la sua paura ci costringesse a riportare i malati in una cella. Per fortuna ci siamo sbagliati».

Casa Zacchera, si chiama la casa gialla, dal nome di un antico podere. La neve ha gelato le mimose già fiorite. Oggi, nella sala delle colazioni, c'è una riunione importante. Dirigenti delle Asl e della coop Sadurano (gestisce l'assistenza a questi «internati in licenza di esperimento»), assieme all'assessore regionale Giovanni Bissoni annunciano a chi vive su queste colline che quelle persone viste in paese o nei sentieri dei boschi sono uomini la cui vita era stata cancellata e che ora hanno avuto un'altra occasione. «Parliamo oggi - dice l'assessore - perché possiamo annunciare i primi risultati. La comunità è stata aperta il 16 ottobre 2007 ed ha già contato 27 ospiti. Sedici sono qui oggi. Degli altri, due sono tornati all'Opg perché, forse stroncati da troppi anni di cella, non sono riusciti ad affrontare questa nuova realtà. Gli altri sono tornati nelle loro famiglie, o in piccoli appartamenti protetti, nei loro paesi».

Si pronunciano parole che sembravano dimenticate: sogno, solidarietà, utopia? «La legge Basaglia - dice Gianluca Borghi - ha dimenticato gli ospedali psichiatrici giudiziari. Lì si continua a vivere senza diritti, come nei manicomi di un tempo. Avevamo un debito, con queste persone. Abbiamo cominciato a pagarlo». Casa Zacchera non è stata scelta a caso. Qui, in località Sadurano, sorge da più di vent'anni la comunità di un sacerdote, don Dario Ciani, che ha sempre accolto i deboli e i disperati: tossicodipendenti, alcolisti, ex ospiti dei manicomi? Dalla prima comunità sono nate le cooperative, vere e proprie imprese sociali. «Noi gestiamo casa Zacchera - raccontano il presidente Stefano Rambelli e l'organizzatore Matteo Montanari - ma non vogliamo vivere sulle disgrazie delle persone. Il nostro obiettivo è quello di fare tornare questi ospiti a casa loro. Con un costo che è la metà di quello di un ospedale giudiziario, per 16 persone mettiamo a disposizione venti operatori. Ogni settimana garantiamo 50 ore di aiuto psicologico, 84 ore di infermeria, 25 di psichiatria? Non ci sono reti, cancelli e sbarre, qui da noi, e ospitiamo anche chi ha commesso omicidi. La nostra custodia è capacità relazionale, è assistenza sanitaria. In questi due anni e mezzo non c'è stata nessuna fuga, non c'è stato nessun incidente».

Qualcuno sapeva, di questa casa gialla. «Abbiamo avvertito - dicono Gianluca Borghi e Giovanni Bissoni - il sindaco di Castrocaro, la giunta comunale e il comandante dei carabinieri. Ma nemmeno il consiglio comunale era informato. Proprio quando la casa stava per aprire, ci sono state le elezioni comunali e la maggioranza è passata dal centro sinistra al centro destra. E qui c'è stata la sorpresa: anche la nuova amministrazione si è comportata in modo splendido». Davvero strana, la terra di Romagna. Parli con l'assessore al welfare e cultura, Francesco Billi della Lega Nord, e anche a nome del sindaco Francesca Metri, vicina a Bossi, lui dichiara subito che «alla casa Zacchera hanno fatto la cosa giusta». «Sapevamo bene che lì c'erano gli ex ospiti Opg e abbiamo capito che almeno per un certo tempo c'era bisogno di riservatezza. Il nostro parere? Noi siamo orgogliosi di avere qui una comunità come quella. Sadurano la conosciamo da sempre. Don Dario Ciani, il fondatore, è una grande persona che è riuscita a circondarsi di persone brave e capaci».

In altri luoghi, sulla paura e sulla voglia di sicurezza sono state montate campagne e fortune elettorali. «Noi stiamo con Sadurano - dice l'assessore - perché non è un'enclave ma un luogo aperto a tutti. I ragazzi, gli uomini e le donne che sono lì sono persone che cercano di uscire da un passato pesante. Certo, oggi tutti sapranno che ci sono anche gli ex internati in manicomio giudiziario, ma non credo che ci saranno problemi. Tutti noi, attorno a Sadurano, abbiamo steso non un assurdo cordone sanitario ma un cordone di solidarietà. Quando arrivano turisti, noi li mandiamo a Sadurano. Hanno un ristorante biologico con i prodotti del territorio, organizzano concerti e spettacoli di comici? È giusto che tanti vengano a contatto con questa comunità di gente liberata». Dopo la colazione, tanti vanno al lavoro. Ci sono il caseificio, il ristorante, i campi da calcetto... C'è chi va a lavorare fuori, in officina e dall'elettrauto. C'è chi, appena arrivato, come un bimbo deve imparare a camminare in spazi liberi, non una cella tre per tre con letti a castello. Un chilometro e mezzo per andare al ristorante, assieme agli ospiti delle altre comunità e ai turisti. Mario e Stefano sono contenti. «Guardi là nella valle. Si vede il mare».

La Repubblica, 13 marzo 2010



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Chi ha paura di una detenuta incinta?

03 marzo 2010

Una storia d’amore tra persone recluse non dovrebbe suscitare alcun scandalo, ma l’immagine del “carcere a luci rosse” solletica sempre le coscienze… e le pruderie. È paradossale che faccia più notizia e scandalo una nuova vita concepita in un carcere che tante morti che vi avvengono per suicidio, malasanità, cause “oscure”.

Nella Casa di reclusione di Bollate, che ha, fra gli altri, il grande merito di garantire una equità di trattamento alle donne consentendo loro anche di frequentare corsi di scuola superiore, il clima è così umano che, proprio a scuola, può succedere qualcosa di straordinario come una storia d’amore tra detenuti.

Ora è caccia alle responsabilità, e quella storia d’amore è diventata una cosa sporca e pericolosa, che pare abbia messo in crisi l’intero sistema di sicurezza. Eppure stiamo parlando di due persone adulte, anche se in carcere, ritenute capaci di intendere e di volere, malgrado la colpa, e quindi di scegliere, oltre la pena. Ma il fatto è che in carcere si comprime in tutti i modi il diritto alle emozioni, alla sessualità e all’affettività.

Questa “caccia alle streghe sessuali” è la riprova, se mai ne avessimo avuto bisogno, che la pena detentiva è una pena corporale e ciò che si vuole controllare è solo il corpo del recluso. Se poi è una donna si deve negare ancor di più il suo diritto alla maternità, perché è questo diritto fondamentale che si vuole sminuire, facendolo passare come “atto strumentale”, per cercare di ottenere l’uscita dalla galera.

E così si preferisce alimentare il volgare stereotipo del carcere “a luci rosse”, come titolano alcuni quotidiani oggi, e titolavano identici anche nel maggio del 2009, quando a Genova una detenuta marocchina abortì, dopo essere rimasta incinta sembra a seguito di rapporti sessuali con operatori penitenziari… “luci rosse” che smuovono sempre le coscienze delle persone troppo “perbene”.

Ha fatto meno scalpore la recente “ricerca” di Everyone secondo la quale si “verificano nelle Case Circondariali italiane almeno 3 mila casi di stupro e riduzione alla schiavitù sessuale ogni anno” (Ansa, 28 febbraio 2010) e che l’incidenza degli stupri e degli abusi sessuali è causa dei suicidi dei detenuti. Conclusione che è tutt’altro che credibile, oltre a non essere verificabile per quanto riguarda l’attendibilità dei dati sostenuti, ma che avrebbe dovuto, questa sì, sollevare uno scandalo…

Una riflessione va fatta, riguardo alla tutela della dignità e dell’umanità della persona: la restrizione dell’affettività, della genitorialità, della maternità sono giustificabili con le esigenze della pena? Oppure solo con la gestione della pena stessa?

Gli “affetti” sono un’ancora di salvezza per chi sta dentro il carcere e anche la garanzia della presenza di una rete sociale all’uscita, ma nessuno ha il coraggio di spiegare che una legge sugli affetti, oltre a costituire un atto di civiltà e di umanità, forse consentirebbe anche un abbassamento del tasso di suicidi e di autolesionismo: il legame con la famiglia e con le persone amate è infatti il più grande “controllo sociale” che un detenuto possa volere e desiderare!

In Spagna, Svizzera, Russia, e tanti altri Paesi, l’incontro intimo è previsto per legge, solo una mancanza di attenzione e di rispetto da parte della politica per le famiglie delle persone detenute non permette che questo avvenga in Italia, malgrado la proposta di legge presentata il 12 luglio 2002 (Pdl 3020: “Modifica della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di affettività in carcere”) poi sparita perché le famiglie dei detenuti sono ritenute famiglie di serie B.

Ma noi “Vogliamo tenere assieme cose che possono apparire impossibili, ma non devono esserlo, cioè un carcere vivibile in cui la pena non abbia nulla di afflittivo oltre la perdita della libertà”, così come disse Alessandro Margara, allora Direttore Generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nell’audizione alla II Commissione della Camera dei deputati in ordine al nuovo regolamento di attuazione dell’Ordinamento penitenziario (11 marzo del 1999).

E il grandissimo rischio è che si prenda spunto da questo non-problema della detenuta incinta, o che lo si manipoli, per bloccare progetti di rieducazione, di formazione e socializzazione importanti come quelli di Bollate, riportando le carceri ad una modalità di trattamento obsoleta e inutile. Perché Bollate è purtroppo un carcere, nella sua innovatività e libertà, scomodo.

Laura Baccaro

Psicologa e criminologa, collabora con Ristretti Orizzonti

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martedì, febbraio 16, 2010

Giustizia: 66.161 detenuti nelle carceri italiane, nuovo record

12 febbraio 2010

In cella 66.161 persone, il 40% (30.111) in attesa di giudizio. Ristretti Orizzonti commenta i dati del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria. "In 15 mesi aumentati di 10 mila unità". Manconi (A Buon diritto): "Record nazionale".
Il numero di persone detenute nelle carceri italiane ha superato quota 66 mila. Per la precisione siamo arrivati a 66.161 persone delle quali circa il 40% (30.111 persone) è ancora in attesa di giudizio. Un tasso di sovraffollamento che sfora di ben 23 mila unità il limite consentito (fissato in 44.327 unità) e anche la soglia "tollerabile" di 64 mila unità. Sono i dati diffusi oggi dal Centro studi Ristretti Orizzonti del carcere di Padova su dati del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria. "In 15 mesi i detenuti sono aumentati di 10mila unità", commentano i ricercatori del Due Palazzi.
"Oggi è record nazionale - attacca Luigi Manconi, presidente dell’associazione A buon diritto e già sottosegretario alla Giustizia. E ciò si deve all’attività indefessa e allo spirito di abnegazione di Alfano e Ionta, ai quali va il pensiero grato dei detenuti, degli agenti di polizia penitenziaria e di tutto il personale che il sovraffollamento costringe a condizioni di vita e di lavoro intollerabili".
Un’impennata che, di fatto, annulla buona parte dei benefici che verrebbero portati dal "Piano straordinario per l’edilizia penitenziaria" che prevede la costruzione di nuove carceri e l’ampliamento di quelle esistenti. Quando, nel novembre 2008, si iniziò a parlarne, i detenuti presenti erano circa 56mila; il Piano carcere, con la creazione di 20 mila nuovi posti, avrebbe consentito di ritornare a un indice di affollamento in regola con le normative vigenti portando la capienza regolamentare a circa 64 mila unità.
Un progetto che, di fatto, è stato vanificato dal sovraffollamento. "In soli dodici mesi -contestano da Ristretti Orizzonti - metà del lavoro previsto dal Piano carcere, 750 milioni di euro, risulterebbe praticamente spesa per non risolvere affatto la situazione". E se i tassi di crescita della popolazione detenuta non cambieranno, tra un anno l’intero progetto sarà annullato.
"Un miliardo e 500 milioni di euro sborsati per ritrovarci al punto di partenza", denunciano da Ristretti. Che rilancia: meglio ricorrere a pene alternative alla detenzione per le condanne fino a 3 anni (sono quasi 20.000 i detenuti con pene inferiori a 3 anni, ndr) e limitare i casi per i quali è prevista la custodia cautelare in carcere. Degli oltre 30mila detenuti in attesa di giudizio, infatti, oltre 2/3 è accusato di reati "minori" e il 40% è destinato (dicono le statistiche) a essere assolto.

Redattore Sociale

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mercoledì, gennaio 13, 2010

Alfano: "Chiederò lo stato di emergenza sulle carceri al Consiglio dei ministri

L'intervento del Guardasigilli in Aula alla Camera
Roma - (Adnkronos) - Annuncio del ministro della Giustizia. Nel 'Piano Carceri'che presenterà previsto un programma edilizio con 80.000 posti. E l'assunzione di 2000 nuovi agenti penitenziari. Da inizio 2009 morti 160 detenuti, 66 i suicidi. Monza,prigioniero appicca il fuoco in cella: feriti dieci agenti della polizia penitenziaria."Domani in Consiglio dei Ministri chiedero' la dichiarazione dello stato di emergenza per la situazione nelle carceri". Lo ha annunciato il ministro della Giustizia Angelino Alfano, intervenendo alla Camera durante la discussione delle mozioni sulla situazione del sistema carcerario.
"Domani in Consiglio dei Ministri chiedero' la dichiarazione dello stato di emergenza per la situazione nelle carceri". Lo ha annunciato il ministro della Giustizia Angelino Alfano, intervenendo alla Camera durante la discussione delle mozioni sulla situazione del sistema carcerario.
Il ministro ha aggiunto che domani in Cdm presenterà, inoltre, un Piano Carceri che contiene un programma "di edilizia carceraria" adeguata al livello delle "esigenze di capienza dei nostri istituti" per un numero complessivo di 80 mila posti.
Ci sarà, quindi, "una norma di accompagnamento che attenui il sistema sanzionatorio per chi deve scontare piccolissimi residui di pena". Alfano ha annunciato, infine, che il "terzo pilastro" degli interventi è la previsione dell'assunzione di 2000 agenti di polizia penitenziaria "per migliorare le condizioni di lavoro e la situazione generale delle carceri"Il ministro ha aggiunto che domani in Cdm presenterà, inoltre, un Piano Carceriche contiene un programma "di edilizia carceraria" adeguata al livello delle "esigenze di capienza dei nostri istituti" per un numero complessivo di 80 mila posti.
12 gennaio 2010
Adnkronos
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martedì, gennaio 12, 2010

Carceri: altri quattro suicidi. Alfano: "È emergenza!"




Nelle carceri ormai è vera emergenza e il ministro della Giustizia Angelino Alfano porterà in Consiglio dei ministri il più volte annunciato piano che prevede, tra l’altro, di allargare la capienza degli istituti di pena ad 80 mila posti letto e l’assunzione di 2 mila agenti penitenziari.

Quattro suicidi e quattro tentativi nel nuovo anno, 175 decessi nel 2009. Di carcere si muore sempre di più. Il grido di allarme arriva ancora una volta dalle associazioni che ogni giorno prestano la loro assistenza ai detenuti.

Antigone, Arci, Caritas, denunciano una situazione di sovraffollamento diventata intollerabile perché ha portato in cella la povertà ed ha azzerato i livelli minimi di dignità che dovrebbero essere garantiti ad ogni essere umano.

Ed ora avanzano alcune proposte come il ricorso a misure alternative e la revisione della legge sulla droga, che ha riempito le carceri di tossicodipendenti. Oltre a quella sulla clandestinità che le ha inondate di immigrati.

“Aumentano i detenuti e diminuisce il personale”, afferma Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone che aggiunge: “non si può insistere a mettere in carcere le persone solo per propaganda, noi puntiamo sulla sicurezza e non sulla propaganda”.


In carcere non soffrono solo i detenuti, fuori da Montecitorio un sit in di protesta degli agenti di polizia penitenziaria. “Un sistema alla deriva che trasforma la pena in supplizio e il lavoro in una tortura”, dice Eugenio Sarno, segretario nazionale della Uil Penitenziari.
12 gennaio 2010
Vita di Donna - Community

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Già 40 istituti già costruiti negli ultimi anni, spesso abbandonati


Carceri: 40 gli istituti penitenziari già costruiti, spesso ultimati, a volte anche arredati e vigilati, che però sono inutilizzati e versano in uno stato di abbandono totale.
Ma l'Italia stanzia 500 milioni in finanziaria per costruirne di nuovi e chiede ulteriori fondi all'Unione Europea.

Roma, 12 gennaio

Sembra incredibile ma in Italia dove il problema del sovraffollamento delle carceri è diventato un'emergenza nazionale, vi sono 40 istituti penitenziari già costruiti, spesso ultimati, a volte anche arredati e vigilati, che però sono inutilizzati versano in uno stato d’abbandono totale. A stilare la scandalosa lista dello spreco di denaro pubblico è stato il partito per gli Operatori della Sicurezza e della Difesa (PSD) i cui iscritti hanno passato al setaccio la situazione delle carceri italiane portando a galla la situazione reale:
- l’istituto carcerario di Morcone (Benevento), per esempio, è stato costruito, abbandonato, ristrutturato, arredato e nuovamente abbandonato dopo un periodo di costante vigilanza armata ad opera di personale preposto;
- l’istituto carcerario di Arghillà (Reggio Calabria), parimenti inutilizzato, è mancante della sola strada d’accesso, delle fogne e dell’allacciamento idrico, ma è per il resto ultimato e dotato di accorgimenti tecnici d’avanguardia;
- vi sono intere ed impervie regioni nelle quali il problema delle strutture inutilizzate si sovrappone alla frammentazione ed alla sporadicità di quelle esistenti che costringono i preposti Nuclei traduzioni e piantonamenti a frequenti e rischiosi viaggi diversamente non necessari; è il caso della Sardegna dove sono state frettolosamente dismesse ben otto case mandamentali (Ales, Bono, Carbonia, Ghilarza, Sanluri, Santavi, Terralba e soprattutto, per l’eccezionale spreco,Busachi, che, dopo essere costata 5 miliardi di lire, non è stata mai inaugurata), oppure regioni nelle quali a causa della mancata programmazione in funzione dell’estensione, si è costretti allo stesso andirivieni da e per istituti posti al limite provinciale come per Lecce Nuovo Complesso, sorto nel nord di una provincia che si estende per oltre 70 chilometri, quotidianamente percorsi da tutte le Forze dell’ordine provinciali che, ad esempio, potrebbero utilizzare (con semplici adeguamenti tecnici) la casa mandamentale di Maglie solo parzialmente utilizzata per ospitare detenuti semiliberi; ancora maggiore è lo spreco nella stessa provincia, nel comune di Galatina, dove l’istituto penitenziario è del tutto inutilizzato malgrado la posizione strategica;
- ad Udine, si registra la chiusura della sezione femminile del penitenziario a fronte di situazioni “sature” in altri istituti, ormai al collasso;
- a Gorizia risulta inagibile un intero piano dell’istituto carcerario e non sono stati programmati i necessari lavori, così come a Venezia e a Vicenza, dove la capacità ricettiva è ridotta a 50 unità;
- a Pinerolo (Torino), il carcere è chiuso da dieci anni ma è stata individuata l’area ove costruirne uno nuovo;
- a Revere (Mantova), dopo 17 anni dall’inizio dei lavori di costruzione, il carcere con capienza da 90 detenuti (costo stimato: 5 miliardi di lire) è ancora incompleto. Non solo, i lavori sono fermi dal 2000 e i locali, costati più di 2,5 milioni di euro, sono già stati saccheggiati;
- l’istituto carcerario di Codigoro (Ferrara) che, nel 2001, dopo lunghi lavori, sembrava pronto all'uso, è ad oggi ancora chiuso;
- a Pescia (Pistoia), il Ministero ha soppresso la casa mandamentale;
- a Pontremoli (Massa-Carrara), il locale istituto femminile, inaugurato nel 1993, con capienza pari a 30 detenute, è attualmente chiuso;
- ad Ancona Barcaglione, il penitenziario da 180 posti inaugurato nel 2005, nonostante le spese di mantenimento della struttura vuota ammontassero a mezzo milione di euro all'anno, gli ospiti non sono mai stati più di 20 e i dipendenti 50;
- in Abruzzo, nel penitenziario di San Valentino (Pescara), costruito da 15 anni, non ha alloggiato nessun detenuto. Nella struttura vagano solo cani, pecore e mucche;
- in Campania, l’istituto di Gragnano (Napoli) è stato inaugurato e chiuso a causa di una semplice frana; lo stesso è accaduto a Frigento (Benevento);
- in Puglia, oltre a Minervino Murge (Bari), struttura mai entrata in funzione, c'è il caso di Casamassima (Bari), carcere mandamentale condannato all'oblio da un decreto del Dipartimento;
- a Monopoli (Bari), nell'ex carcere mai inaugurato, non ci sono detenuti ma sfrattati che hanno occupato abusivamente le celle abbandonate da 30 anni;
- ad Altamura (Bari), si aspetta ancora l'inaugurazione di una delle tre sezioni dell’istituto;
- non sono state mai aperte le strutture mandamentali di Volturara Appula (Foggia), 45 posti, incompiuto, e Castelnuovo della Daunia (Foggia), arredato da 15 anni;
- Accadia (Foggia), penitenziario consegnato nel 1993, ora del Comune, è inutilizzato;
- a Bovino, è presente una struttura da 120 posti, già pronta, chiusa da sempre come ad Orsara, nella stessa provincia di Foggia;
- l’istituto di Irsina (Matera), costato 3,5 miliardi di lire negli anni '80, ha funzionato soltanto un anno ed oggi è un deposito del Comune;
- gli istituti di Mileto (Vibo Valentia) e di Squillace (Catanzaro) sono stati ristrutturati e poi chiusi. In quello di Cropani (Catanzaro), abita solo un custode comunale. Gli istituti di Arena (Vibo Valentia), Soriano Calabro (Vibo Valentia), Petilia Policastro (Crotone) e Cropalati (Cosenza) sono stati soppressi;
- a Gela (Caltanissetta) esiste un penitenziario enorme, nuovissimo e mai aperto;
- a Villalba (Caltanissetta), 20 anni fa è stato inaugurato un istituto per 140 detenuti, costato all'epoca 8 miliardi di lire, e che dal 1990 è stato chiuso e recentemente tramutato in centro polifunzionale;
- il carcere di Licata (Agrigento) è completato, ma non essendo stato collaudato è ad oggi inutilizzato;
- ad Agrigento, sei sole detenute occupano i 100 posti della sezione femminile.
Ciò malgrado il Governo progetta la costruzione di nuovi istituti penitenziari stanziando addirittura 500 milioni di euro con la "finanziaria 2010" chiedendo ulteriori fondi all'Unione Europea con apposita proposta divenuta anche oggetto di una risoluzione dell’Europarlamento.Tale disastrosa situazione è stata denunciata più volte dal sindacato della Polizia penitenziaria .La semplice e, soprattutto, notevolmente meno onerosa ristrutturazione degli edifici già presenti sul territorio risulterebbe attuabile sicuramente in tempi brevissimi se confrontati con quelli necessari alla costruzione ex novo di carceri, contribuendo così alla realizzazione della tanto perseguita razionalizzazione del sistema penitenziario, punto programmatico di Governo.

Partito per gli operatori della sicurezza e della difesa

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sabato, gennaio 09, 2010

CARCERI: OSAPP, SUICIDI INACCETTABILI ANCHE ALLO SPIELBERG


"Avevamo gia' detto che il 2010 sarebbe stato peggio del 2009 per il sistema penitenziario in generale e per le morti in carcere in particolare e, purtroppo, siamo stati una facile Cassandra". Ad affermarlo e' il segretario generale dell'O.S.A.P.P. Leo Beneduci che aggiunge: "4 suicidi in carcere in 8 giorni di cui l'ultimo oggi a Verona con modalita' gia' verificatesi nello stesso istituto, e ieri l'ennesimo a Sulmona, sarebbero troppi persino per un carcere ai tempi dello Spielberg di Silvio Pellico e come Polizia Penitenziaria, ovvero tutori della legalita' negli istituti penitenziari, non possiamo assolutamente accettare tutto questo in silenzio".


08 gennaio 2010
repubblica.it

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venerdì, gennaio 08, 2010

Quattro i detenuti suicidi dall'inizio dell'anno L'Osservatorio: "Adesso è davvero emergenza"




L'anno scorso si sono tolti la vita nelle strutture penitenziarie 72 persone. Ieri sera a poca distanza di tempo un morto a Sulmona e uno a Verona.


Nella struttura abruzzese nella stessa giornata un uomo ha tentato prima di tagliarsi le vene e poi d'impiccarsi.




SULMONA - Due detenuti si sono tolti la vita ieri a distanza di poche ore l'uno dall'altro: uno a Sulmona e un altro a Verona. Sale così a 4 il numero dei suicidi in carcere nella prima settimana dell'anno. C'è poi un altro detenuto che, sempre a Sulmona, ha tentato due volte di farla finita, prima con una lametta, con la quale ha cercato di tagliarsi le vene, poi tentando di impiccarsi. "Adesso è davvero emergenza", denuncia l'Osservatorio permanente sulle morti in carcere, che ricorda come l'anno scorso i suicidi in carcere siano stati "ben 72, segnando il 'massimo storico' di tutti i tempi: ma la morte (per suicidio) di due detenuti in uno stesso giorno è avvenuta solo in 4 occasioni".

Tutti gli episodi. Il primo ad essersi suicidato nella serata di ieri è stato un detenuto del supercarcere di Sulmona, in provincia dell'Aquila. Si chiamava Antonio Tammaro, aveva 28 anni ed era originario di Villa Literno, in provincia di Caserta. Il cadavere è stato scoperto in serata dagli agenti di custodia. L'uomo era sottoposto alla misura restrittiva della libertà personale per accertata pericolosità sociale.

Tammaro, che occupava una cella da solo, era tornato in carcere mercoledì dopo un permesso premio. Si è impiccato, legando le lenzuola alla grata della sua cella. Sulla vicenda il sostituto procuratore della Repubblica di Sulmona, De Siervo, ha avviato un'inchiesta. Il detenuto è stato soccorso dagli agenti di polizia penitenziaria, che lo hanno portato all'infermeria del carcere dove poco dopo sono arrivati i sanitari del 118, ma ormai l'uomo era già morto. Oggi verrà compiuta l'autopsia.
Ma nella stessa serata ha tentato il suicidio, senza riuscirci, anche un altro detenuto, che ha prima cercato di tagliarsi le vene con una lametta, poi si è appeso con un lenzuolo al collo alla grata della cella tentando di impiccarsi. Lo hanno salvato gli agenti di polizia penitenziaria e il medico in servizio in quel momento. L'uomo infatti è stato subito soccorso e rianimato.

L'altro detenuto a suicidarsi ieri sera in carcere è Giacomo Attolini, 48 anni, pizzaiolo di origini siciliane residente a Villafranca di Verona. Attolini era in carcere dal 29 marzo scorso dopo avere sparato e ucciso a Mozzecane (Verona) Andrea Sutik, 25 anni, romena, e ferito il marito Tiberio, 23. L'uomo era stato denunciato dieci giorni prima per violenza sessuale ai carabinieri dalla giovane donna, che aveva lavorato nella sua pizzeria a Villafranca. L'uomo, ha raccontato il suo avvocato, aveva già tentato il suicidio.

La frequenza in carcere 20 volte più alta. Nel nostro paese il suicidio tra i detenuti "ha una frequenza 20 volte maggiore rispetto a quella nella cittadinanza italiana. Non dappertutto è così: anche in alcuni paesi che riteniamo meno 'democratici' e 'civili' rispetto all'Italia i suicidi tra i detenuti sono meno frequenti. In Romania, ad esempio, ci sono 40mila detenuti circa e avvengono di media 5 suicidi l'anno. In Polonia ci sono oltre 80mila detenuti e si registra un numero di suicidi che è la metà rispetto a quello dell'Italia. Negli Stati Uniti in 25 anni il numero dei detenuti suicidi si è ridotto del 70%, anche grazie al lavoro di una sezione 'ad hoc' per le carceri all'interno del Dipartimento federale per la prevenzione del suicidio".

Il tragico "record" di Sulmona. Il supercarcere di Sulmona - oltre 500 detenuti - è tragicamente conosciuto come "il carcere dei suicidi": dieci, in quidici anni. Fra i quali anche quello della direttrice del penitenziario Armida Miserere, che si tolse la vita il 19 aprile del 2003 sparandosi un colpo di pistola alla testa, e quello del sindaco di Roccaraso, Camillo Valentini, trovato nella sua cella il 16 agosto del 2004 soffocato da un sacchetto di plastica stretto alla gola da lacci per le scarpe. In tutti gli altri casi, i detenuti sono morti impiccati, come il giovane di Villa Literno.

Il sindacato degli agenti di custodia. Secondo il segretario del sindacato di Polizia Penitenziaria Sappe, Donato Capece, i troppi suicidi in carcere sono "il frutto del sovraffollamento e delle tensioni interne. Un carcere così non esiste, è superato. Va rivista l'istituzione, creando le opportunità di recupero e potenziando la Polizia Penitenziaria, che è l'unica garante dell'incolumità fisica dei reclusi".

"Il 2010, evidentemente, comincia peggio di come è finito il 2009 - dice Eugenio Sarno della Uil penitenziari - quattro suicidi in 8 giorni sono la prova provata di un sistema non solo incapace di garantire diritti, dignità e civiltà al personale e ai detenuti ma persino incapace di tutelare la stessa vita umana". Il sindacato - che per martedì prossimo ha organizzano un sit-in di protesta di agenti davanti a Montecitorio - ritiene che la discussione delle mozioni alla Camera, tra l'11 e il 12 gennaio, sull'emergenza carceraria "potrebbe rappresentare un momento di svolta per il mondo penitenziario sempre che la politica voglia concretamente mettere mano alle criticità del sistema".

Leo Benucci, dell'Osapp - un altro importante sindacato degli agentipenitenziari - ha detto: "Avevamo già detto che il 2010 sarebbe stato peggio del 2009 per il sistema penitenziario in generale e per le morti in carcere in particolare e, purtroppo, siamo stati una facile Cassandra. Quattro suicidi in 8 giorni, di cui l'ultimo oggi a Verona con modalità già verificatesi nello stesso istituto, e ieri l'ennesimo a Sulmona, sarebbero troppi persino per un carcere ai tempi dello Spielberg di Silvio Pellico e, come Polizia Penitenziaria, non possiamo accettare tutto questo in silenzio".
08 gennaio 2010

La Repubblica

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giovedì, dicembre 24, 2009

Altri due suicidi in carcere. Oggi si sono tolti la vita un ex assessore di un paese del Vicentino

VICENZA - Si allunga la lista di coloro che si tolgono la vita dietro le sbarre. Oggi si sono uccisi Plinio Toniolo, ex assessore di un paese del Vicentino, e Ciro Giovanni Spirito, collaboratore di giustizia rinchiuso a Rebibbia. "Sono 70 dall'inizio dell'anno" dice l'osservatorio permanente sulle morti in carcere. Poco dopo la tragica conta aumenterà con l'impiccagione di Spirito.

Toniolo aveva 55 anni, faceva l'artigiano ed era stato assessore del Comune di Nove (Vicenza). L'uomo, spiega l'Osservatorio permanente delle morti in carcere, è il quarto detenuto che muore suicida nella casa circondariale di Vicenza negli ultimi quattro anni. "Era stato arrestato domenica per un mandato di cattura europeo. Le autorità tedesche lo accusavano di fatti molti gravi: atti sessuali su minorenne - dice l'Osservatorio - Ieri, dopo l'interrogatorio di garanzia, nel quale ha cercato strenuamente di spiegare che quelle accuse erano folli, perché lui di mani addosso a bambini e bambine non ne ha mai messe né aveva mai pensato di metterle, è rientrato in cella. E si è tolto la vita. Il corpo è stato scoperto intorno alle 16.30. Le guardie penitenziarie hanno dato l'allarme al 118, ma i medici, una volta arrivati, non hanno potuto far nulla. Toniolo era già morto per soffocamento".

Ciro Giovanni Spirito si è impiccato nella sua cella in un settore del carcere di Rebibbia che ospita i collaboratori di giustizia. Secondo indiscrezioni, nei giorni scorsi, nel corso di un colloquio con la moglie, aveva appreso che la donna voleva chiedere la separazione. Spirito era un pentito di camorra. Aveva fatto parte del clan Mazzarella, era un killer. Lui stesso aveva raccontato agli inquirenti di aver fatto parte del commando che nel marzo 1996 uccise Vincenzo Rinaldi nell'ambito della guerra per il controllo dei traffici illeciti a San Giovanni a Teduccio. Era stato il primo sicario del clan a pentirsi. Era in carcere dal gennaio 2005.
Le morti in cella, sempre secondo i dati forniti dall'Osservatorio, "sono più frequenti tra i carcerati in attesa di giudizio, rispetto ai condannati, in rapporto di circa 60/40: mediamente, ogni anno in carcere muoiono 90 persone ancora da giudicare con sentenza definitiva e le statistiche degli ultimi 20 anni - conclude la nota - ci dicono che quattro su dieci sarebbero stati destinati a un'assoluzione, se fossero sopravvissuti".

La Repubblica, 23.12.2009



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lunedì, dicembre 21, 2009

Nuovo suicidio in carcere: eguagliato il record nella storia della Repubblica


Ancora una vittima nelle prigioni italiane abbandonate a se stesse.

Ristretti Orizzonti ha reso noto che Marco Toriello, 45 anni, tossicodipendente, gravemente ammalato, venerdì scorso si è ucciso impiccandosi nella sua cella del carcere di Salerno. Si tratta del sessantanovesimo recluso che si toglie la vita dall’inizio dell’anno. Viene così eguagliato il ‘record’ del 2001: il numero più alto di detenuti suicidi nella storia della Repubblica. Il totale dei detenuti morti nel 2009 sale così a 171.

Anche stavolta, come in altri casi recenti, i famigliari non credono al suicidio e vogliono che la magistratura intervenga, disponendo un’indagine. E se è vero che ogni nuova morte in carcere si presta ad alimentare sospetti e polemiche ed i parenti hanno comunque il diritto di chiedere e ottenere una verità certa, l’attenzione alla singola vicenda non deve far dimenticare che le “morti di carcere” rappresentano sempre una sconfitta per la società civile.

Negli ultimi 10 anni nelle carceri italiane sono morte 1.560 persone, di queste 558 si sono suicidate. Per la maggior parte si trattava di persone giovani, spesso con problemi di salute fisica e psichica, spesso tossicodipendenti.

Le morti nei peitenziari sono una ogni due giorni e questo è inaccettabile. I decessi sarebbero molti meno se nel carcere non fossero rinchiuse decine di migliaia di persone che, ben lontane dall’essere “criminali professionali”, provengono piuttosto da realtà di emarginazione sociale, da storie decennali di tossicodipendenza, spesso affette da malattie mentali e fisiche gravi, spesso poverissime. Oggi il carcere è affollato da cittadini che hanno commesso reati di scarsa gravità ed in attesa di giudizio e il numero elevatissimo di morti è la conseguenza diretta di provvedimenti di legge solo repressivi: negli anni 60, i suicidi in carcere erano 3 volte meno frequenti di oggi, i tentativi di suicidio addirittura 15 volte meno frequenti e non certamente perché a quell’epoca i detenuti vivessero meglio.

Oggi il 30 per cento dei detenuti è tossicodipendente, il 10 ha una malattia mentale, il 5 è sieropositivo hiv, il 60 una qualche forma di epatite, in carcere ci sono paraplegici e mutilati, a Parma c’è addirittura una sezione detentiva per ‘minorati fisici’. Le misure alternative alla detenzione vengono concesse con il contagocce: prima dell’indulto del 2006 c’erano 60mila detenuti e 50mila condannati in misura alternativa, mentre oggi ci sono 66mila detenuti e soltanto 12mila persone in misura alternativa. Più della metà dei detenuti sono in attesa di giudizio, mentre 30.500 stanno scontando una condanna: di questi quasi 10mila hanno un residuo pena inferiore a 1 anno e altri 10mila compreso tra 1 e 3 anni. Molti di loro potrebbero essere affidati ai Servizi Sociali, ma non accade.

La politica ‘forcaiola’ e propagandistica voluta dal centro destra senza risolvere alcun problema ha peggiorato la situazione e promosso l’idea che chi sbaglia debba essere rinchiuso e lasciato in carcere. In vaste aree del Paese è financo diffusa l’idea che ’si debbono buttar via le chiavi’. La civiltà giuridica, che vorebbe la pena come mezzo per recuperare i responsabili di reati in Italia è in crisi e la passività nei confronti del problema dei morti in carcere è la testimonianza ulteriore di un imbarbarimento diffuso della società nazionale.

21 dicembre 2009

l'inviato speciale.com

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lunedì, novembre 23, 2009



LUCCA, 22 novembre - Il Sappe (Sindacato autonomo polizia penitenziaria) riferisce di una protesta dei detenuti avvenuta la scorsa notte nel carcere San Giorgio. "Per circa un'ora - ha dichiarato il segretario del sindacato Donato Capece - hanno battuto le suppellettili contro inferriate e porte, per richiamare l'attenzione dell'amministrazione penitenziaria sul problema del sovraffollamento".

Una protesta analoga protesta si è verificata anche nel carcere di Genova. Secondo Capece, infatti "quelli di Genova Marassi e Lucca sono penitenziari con molte criticità, nonostante l'encomiabile lavoro che ogni giorno svolge il personale di polizia penitenziaria. Lucca, con una capienza regolamentare di 82 posti, ospita più di 200 detenuti e Marassi, con 430 posti letto, ne ha 780. A Lucca, poi, mancano 40 agenti rispetto all'organico previsto e a Marassi ben 165! E' ovvio che in questo contesto di sovraffollamento, qualsiasi cosa può essere foriera di problemi, soprattutto di sicurezza per chi nelle sezioni detentive lavora come i poliziotti penitenziari".

Lo schermo.it, 22.11.2009

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Scoppia la protesta in carcere: coinvolto anche il penitenziario lucchese




ROMA - Genova, Pescara e Lucca: scoppia qui la protesta, quasi simultanea, dei detenuti contro le cattive condizioni delle carceri. A San Donato, il penitenziario di Pescara, nel pomeriggio i detenuti hanno protestato contro il sovraffollamento della struttura battendo con oggetti, probabilmente pentole e scope, contro le inferriate che proteggevano le finestre delle celle. Le loro grida, soprattutto la parola "sovraffollamento", si sono sentite fino a via Alento, una delle strade che costeggiano il penitenziario. Alcuni hanno bruciato stracci, da una finestra si è vista una fiamma che è stata spenta quasi subito.

Ieri sera, fino alle 22,30 circa, una protesta molto simile c'era stata anche tra i carcerati della Casa circondariale di Lucca. "Per circa un'ora - ha raccontato il segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe), Donato Capece - hanno battuto suppellettili contro inferriate e porte, per richiamare l'attenzione dell'amministrazione penitenziaria sul problema del sovraffollamento". E un'analoga protesta è nata anche nel carcere di Marassi, a Genova, dove durante la notte è stato sventato un tentativo di suicidio. Un detenuto del circuito di Alta sicurezza è stato trovato svenuto a terra, con una busta di plastica che gli avvolgeva la testa e una bomboletta di gas per fornellini accanto. Secondo quanto scrive il segretario regionale Uil Penitenziari Liguria, Fabio Pagani, una volta ripresi i sensi ha motivato il gesto come un atto di protesta contro "le critiche condizioni detentive". A Genova le proteste erano cominciate già venerdì sera.

"Quelli di Genova Marassi e Lucca - ha detto Donato Capece (Sappe) in una nota - sono penitenziari con molte criticità. Lucca, con una capienza regolamentare di 82 posti, ospita più di 200 detenuti e Marassi, con 430 posti letto, ne ha 780. A Lucca poi mancano 40 agenti rispetto all'organico previsto e a Marassi ben 165. E' ovvio che in questo contesto di sovraffollamento, qualsiasi cosa può generare problemi, soprattutto di sicurezza a chi lavora come i poliziotti penitenziari".

Donato Capece ha quindi chiesto ufficialmente un incontro al ministro della Giustizia Angelino Alfano. "L'auspicio - scrive Capece - è che il ministro incontri a breve il Sappe e le altre organizzazioni sindacali per alcune proposte da inserire nell'annunciato Piano Carceri, il cui esame è dato per imminente al Consiglio dei Ministri. La situazione - continua la nota di Capece - è sempre più incandescente, con quasi 66mila detenuti a fronte dei 42mila posti regolamentari, e gli agenti costretti a turni pesanti in termini di stress e sicurezza. Per questo diciamo al ministro: incontriamoci per trovare soluzioni condivise".

Tra le proposte del sindacato c'è l'assunzione urgente di 5mila unità di polizia penitenziaria, "la realizzazione di carceri 'leggere'", anche in quelle strutture destinate ai Centri di identificazione ed espulsione che non sono ancora operative, "la possibilità di recupero di spazi" e l'ipotesi "di riutilizzare le strutture per la custodia attenuata". Da rivalutare anche "le misure alternative, come l'utilizzo del braccialetto elettronico", e "un ragionamento sulla depenalizzazione di alcuni reati minori".

La Repubblica, 22.11.09

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mercoledì, novembre 04, 2009

Carceri ipocrisia bipartisan

di Luca Ricolfi (con la collaborazione di Tania Parisi)

Nei giorni scorsi l’opinione pubblica era turbata dal caso di Stefano Cucchi, il giovane morto in circostanze tuttora non chiarite dopo un’allucinante odissea nelle istituzioni (caserma, tribunale, carcere, ospedale). Ieri la notizia del suicidio in carcere della brigatista rossa Diana Blefari, pochi giorni dopo la conferma della condanna all’ergastolo per la sua partecipazione all’assassinio di Marco Biagi, ha riportato drammaticamente l’attenzione sul problema delle carceri. E naturalmente è partito il solito copione: i parenti accusano le istituzioni, le istituzioni si difendono ma assicurano che faranno «piena luce», la sinistra si infiamma, la destra si barcamena. E’ facile prevedere che fra una settimana non se ne parlerà più, fino al prossimo caso dotato di sufficiente interesse mediatico.
E invece sarebbe utile provare a parlarne al di là dei casi singoli. Perché il problema delle carceri ha due facce entrambe drammatiche, ma in qualche modo connesse. La prima faccia è quella della sicurezza.
Non da ieri, bensì da molti anni, i posti non bastano per contenere l’enorme flusso di detenuti (spesso semplicemente in attesa di giudizio) che transitano ogni anno nelle carceri italiane. Da oltre un decennio i posti sono fermi a quota 42-43 mila, mentre i detenuti sono arrivati a quota 65 mila e aumentano a un ritmo di 700 al mese. Vuol dire che nel 2013, a fine legislatura, saranno 90-100 mila.
La seconda faccia, non meno importante della prima in un Paese civile, è quella della dignità dei detenuti, un valore tutelato dalla Costituzione (art. 27). Con 43 mila posti in strutture carcerarie sovente fatiscenti non si possono tenere in carcere 65 mila persone senza provocare gravissimi problemi di convivenza, malattia e degrado, fino al dramma dei suicidi (a quanto pare in aumento, per quel che si può desumere dalle informazioni disponibili, scarse e di bassa qualità). Un problema, quello dello scarso spazio in carcere, che ci è già costato una condanna dell’Unione Europea, e che pare appassionare ben poco le forze politiche (con l’importante eccezione dei radicali, da anni costantemente impegnati su questo fronte). Il sovraffollamento è un problema anche in altri Paesi europei, ma nessuno (salvo forse la Grecia) ha un eccesso di detenuti paragonabile al nostro. Anzi la maggior parte dei Paesi dell’Europa occidentale possiede semmai un eccesso di capacità: in Svezia e Germania la quota di posti liberi è intorno al 3%, in Inghilterra e Galles al 4%, in Portogallo al 7%, in Irlanda all’8%, in Danimarca al 10%, in Olanda al 19% (dati 2007, gli ultimi disponibili)
Di fronte a questi due enormi problemi destra e sinistra hanno approcci opposti, ma comportamenti sostanzialmente indistinguibili. La destra fa la faccia feroce e vorrebbe più severità, la sinistra pensa di alleggerire le carceri essenzialmente con le pene alternative (ad esempio gli arresti domiciliari) e la depenalizzazione dei reati minori. Rispondendo alle domande della Stampa ai tre candidati del Pd, solo Franceschini (lo sconfitto) ha avuto il coraggio di dire - contro il politicamente corretto di sinistra - che per combattere la criminalità punterebbe soprattutto su «un piano straordinario di edilizia carceraria, adeguando la capienza delle carceri all’aumento dei detenuti».
Quel che è veramente interessante, però, sono i comportamenti. Nella Seconda Repubblica destra e sinistra sono state al governo sette anni ciascuna ma, se andiamo al sodo, le loro politiche sulla sicurezza sono state estremamente simili. Non siete convinti? E allora ricapitoliamo i fatti, lasciando perdere annunci e dichiarazioni.
Capienza delle carceri. E’ la stessa da 15 anni, nessuno ha messo in atto alcun piano di edilizia carceraria di qualche impatto, e questo nonostante i detenuti siano più dei posti almeno dal 1992.
Sanatorie e regolarizzazioni. Nella Seconda Repubblica ce ne sono state tre, le più importanti sono quella del 1998 (legge Turco-Napolitano) e del 2002 (legge Bossi-Fini), la prima varata dal governo Prodi, la seconda dal governo Berlusconi.
Indulti. Anche qui uno a testa, nel 2003 il cosiddetto indultino di Berlusconi, nel 2006 l’indultone di Prodi, peraltro sostenuto anche da Forza Italia.
Sbarchi. Sia i governi di destra sia quelli di sinistra hanno tentato accordi con i governi dei Paesi di partenza, entrambi sono incappati in drammatici episodi di respingimento, con morti e dispersi: sotto Prodi (1997) una corvetta italiana affondò un barcone albanese in acque internazionali, sotto Berlusconi - quest’anno - varie navi di disperati in fuga dall’Africa sono state ricondotte forzosamente in Libia, suscitando un vespaio di proteste (Europa, Chiesa, Onu).
Se lasciamo perdere le parole, gli appelli, le «differenti sensibilità», la realtà nuda e cruda è che sia la destra sia la sinistra sono paralizzate dalla mancanza di soldi, di idee e di coraggio. Berlusconi in campagna elettorale ha promesso più posti in carcere ma per ora, a un anno e mezzo dalla vittoria elettorale, ha partorito solo un piano (di nuovo parole!) che, se anche dovesse effettivamente partire e miracolosamente rispettare i tempi previsti (2012), non coprirebbe nemmeno l’incremento di detenuti prevedibile fra oggi e allora: si è parlato di 12, 17, 18 mila posti aggiuntivi, ma i nuovi detenuti saranno 25-30 mila. Quanto alla sinistra, aborre l’idea di spendere miliardi per nuove carceri, ma non ha il coraggio di seguire la via dei Radicali e delle sue componenti più laiche e libertarie: indulti, pene alternative, depenalizzazioni. Teme che l’opinione pubblica, diseducata da «questa destra» razzista e forcaiola, non capirebbe.
Io dico solo questo. Un Paese civile non può tenere le persone in carcere nelle condizioni in cui da anni le tiene l’Italia, indipendentemente dal colore dei governi. Riportare in equilibrio il numero dei posti e il numero dei detenuti è un fatto di civiltà, ed è la pre-condizione minima per contenere il dramma umano dei suicidi e della violenza. Lo si può fare aumentando i posti, diminuendo i detenuti, o con un mix delle due misure. Se si pensa che la via maestra siano nuove carceri le si costruisca: per tener dietro all’aumento della criminalità il minimo è raddoppiare la capienza attuale, e il costo è di circa 4 miliardi. E se si pensa che la via maestra siano indulti, depenalizzazioni e pene alternative al carcere si abbia il coraggio - come i Radicali - di gridarlo in faccia all’opinione pubblica. Il resto è ipocrisia.

La Stampa, 03 novembre 2009

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lunedì, maggio 18, 2009

Innocenti Evasioni


Riceviamo e pubblichiamo volentieri una breve recensione del libro "Innocenti evasioni" a cura di Paola Rauzi e Rosanna Tognon.

Le due autrici sono volontarie dell’Associazione Gruppo Carcere Mario Cuminetti, nata nel 1985 per svolgere attività culturale fra i detenuti e creare un ponte fra carcere e città. Sono responsabili della biblioteca del V Raggio nel carcere di San Vittore di Milano, hanno curato e seguito questo progetto dall'ideazione alla realizzazione.

Questo libro per me è un racconto a episodi della possibilità e della capacità di sfuggire ai binari convenzionali, di affrontare problemi e situazioni con un approccio imprevisto, laterale. Ecco, il termine giusto è proprio questo: approccio laterale – e la lateralità, per me ha sempre rappresentato una metafora del cambiamento e della speranza. (Gianrico Carofiglio)

Come sopravvivere all’interno di un carcere? Con consapevole ironia le responsabili della Biblioteca del V raggio a San Vittore, Paola Rauzi e Rosanna Tognon hanno raccolto le testimonianze dei detenuti sulle loro ingegnose (e spesso segrete, o sequestrate) invenzioni carcerarie.

Dallo stendino portatile alla macchinetta per tatuaggi, dal fornello a olio all’orto in bottiglia, il manuale illustra le più sorprendenti tecniche di sopravvivenza in cella - e i migliori modi per sfruttare i piccoli spazi con risparmio e attenzione all'ambiente.

Un libro che è un modo per riflettere, senza giudizi morali né accomodanti buonismi, sulla vita e sulla capacità di adattamento dell’uomo nelle condizioni di privazioni più estreme. Perché l’acutezza e la fantasia non hanno bisogno di grandi spazi per liberarsi.


Comunicato Stampa INNOCENTI EVASIONI.doc

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