domenica, luglio 06, 2008
giovedì, marzo 27, 2008
Quattro priorità per una nuova giustizia penale

La percezione di insicurezza che viene sbandierata al fine di giustificare provvedimenti di natura repressiva non trova spiegazioni nella dimensione qualitativa e quantitativa del crimine. Essa va comunque tenuta in considerazione in quanto insoddisfatta è la domanda di giustizia e di tutela dei diritti. La magistratura deve assicurare efficienza attraverso processi dalla durata ragionevole. Un nuovo codice penale di ispirazione garantista, la riduzione del numero complessivo di reati, la depenalizzazione delle pratiche di consumo delle droghe e della condizione di immigrato, oltre ad avere ricadute positive sul sovraffollamento penitenziario avrebbero una immediata ripercussione positiva sul lavoro dei magistrati che così potrebbero concentrarsi solo su questioni di grave portata criminale, riducendo i tempi infiniti della giustizia. La giustizia non è al centro di questa campagna elettorale. Laddove lo è viene declinata in termini di sicurezza urbana. Non ci si preoccupa oramai più della cifra ignota del crimine, del sistema investigativo che non riesce a risolvere i veri (o presunti) crimini più gravi, della giustizia oramai al collasso, dell’inefficienza dei tribunali, della lentezza e iniquità dei processi. Dopo un quindicennio durante il quale il gioco delle corporazioni e il pro o anti-berlusconismo ha fortemente condizionato le politiche e le parole della giustizia ora è calato il silenzio. Un silenzio che non fa presagire niente di buono. Noi pensiamo che la giustizia debba essere riformata nel segno della equità, della ragionevolezza, della minimizzazione dell’impatto penale. Non rinunciamo all’idea che il diritto penale debba essere un diritto penale minimo, che la pena carceraria debba essere la extrema ratio, che vada individuata una gerarchia di beni fondamentali da proteggere e che per tutti gli altri vadano trovate forme di protezione giuridica diverse. Riteniamo che la giustizia debba essere un terreno su cui sperimentare un modello di comunità capace di includere, di costruire coesione sociale, di restituire dignità e memoria.
1. UNA GIUSTIZIA EQUA E UNA DIFESA PUBBLICA
Il sistema della giustizia si presenta fortemente discriminatorio. Il totale delle garanzie è a disposizione dei soli che possono permettersi una adeguata difesa tecnica. I non abbienti sono esclusi da ogni forma di tutela processuale. Il sistema di difesa dell’imputato non può più prescindere dall’istituzione di una difesa pubblica realmente funzionante, complementare rispetto alla libera professione. A questo fine, vanno anche riviste le due differenti figure del difensore d’ufficio e del gratuito patrocinio, a oggi non effettivamente in grado di garantire una difesa usufruibile dalla totalità dei cittadini.
2. IL DIRITTO PENALE DEVE GIUDICARE I FATTI E NON LE STORIE DI VITA
Va rivisitato il sistema sanzionatorio, che dopo l’approvazione della legge ex Cirielli sulla recidiva, è definitivamente improntato a giudicare la storia socio-penale degli imputati piuttosto che i singoli e concreti fatti da loro compiuti. Il nostro sistema penale tende a giudicare in modo diseguale due persone che hanno compiuto lo stesso reato a seconda dei precedenti loro contestati, della loro storia personale. La recidiva, la delinquenza abituale, professionale e per tendenza sono oggi causa di pene elevatissime per fatti non gravi. È necessario ritornare al diritto penale del fatto ponendolo in contrapposizione al nuovo e pericoloso diritto penale del reo. E’ necessario investire nelle misure alternative, come dimostrato dalle statistiche, vero antidoto alla recidiva.
3. I DIRITTI VANNO PROMOSSI E PROTETTI
La giustizia penale non può superare un limite invalicabile, quello costituito dai diritti fondamentali della persona. Per questo va prevista l’introduzione di un meccanismo indipendente di tutela delle persone private o limitate nella libertà. Figura necessaria, anche alla luce di recenti obblighi internazionali (protocollo Onu alla Convenzione sulla tortura, firmato nel 2003 ma non ancora ratificato dall’Italia). Nelle carceri, nelle caserme delle forze dell’ordine, nei luoghi di detenzione amministrativa per immigrati in via di espulsione, i diritti sono inevitabilmente e quotidianamente a rischio.
4. LA TORTURA VA MESSA FUORILEGGE
A oltre vent’anni dalla ratifica della Convenzione Onu contro la tortura va conseguito l’obiettivo dell’introduzione del crimine di tortura nel nostro codice penale. L’Italia versa oggi in un pericoloso e umiliante vuoto normativo che va urgentemente colmato. La tortura è un crimine contro l’umanità e la legislazione penale vigente è assolutamente insufficiente.
1. UNA GIUSTIZIA EQUA E UNA DIFESA PUBBLICA
Il sistema della giustizia si presenta fortemente discriminatorio. Il totale delle garanzie è a disposizione dei soli che possono permettersi una adeguata difesa tecnica. I non abbienti sono esclusi da ogni forma di tutela processuale. Il sistema di difesa dell’imputato non può più prescindere dall’istituzione di una difesa pubblica realmente funzionante, complementare rispetto alla libera professione. A questo fine, vanno anche riviste le due differenti figure del difensore d’ufficio e del gratuito patrocinio, a oggi non effettivamente in grado di garantire una difesa usufruibile dalla totalità dei cittadini.
2. IL DIRITTO PENALE DEVE GIUDICARE I FATTI E NON LE STORIE DI VITA
Va rivisitato il sistema sanzionatorio, che dopo l’approvazione della legge ex Cirielli sulla recidiva, è definitivamente improntato a giudicare la storia socio-penale degli imputati piuttosto che i singoli e concreti fatti da loro compiuti. Il nostro sistema penale tende a giudicare in modo diseguale due persone che hanno compiuto lo stesso reato a seconda dei precedenti loro contestati, della loro storia personale. La recidiva, la delinquenza abituale, professionale e per tendenza sono oggi causa di pene elevatissime per fatti non gravi. È necessario ritornare al diritto penale del fatto ponendolo in contrapposizione al nuovo e pericoloso diritto penale del reo. E’ necessario investire nelle misure alternative, come dimostrato dalle statistiche, vero antidoto alla recidiva.
3. I DIRITTI VANNO PROMOSSI E PROTETTI
La giustizia penale non può superare un limite invalicabile, quello costituito dai diritti fondamentali della persona. Per questo va prevista l’introduzione di un meccanismo indipendente di tutela delle persone private o limitate nella libertà. Figura necessaria, anche alla luce di recenti obblighi internazionali (protocollo Onu alla Convenzione sulla tortura, firmato nel 2003 ma non ancora ratificato dall’Italia). Nelle carceri, nelle caserme delle forze dell’ordine, nei luoghi di detenzione amministrativa per immigrati in via di espulsione, i diritti sono inevitabilmente e quotidianamente a rischio.
4. LA TORTURA VA MESSA FUORILEGGE
A oltre vent’anni dalla ratifica della Convenzione Onu contro la tortura va conseguito l’obiettivo dell’introduzione del crimine di tortura nel nostro codice penale. L’Italia versa oggi in un pericoloso e umiliante vuoto normativo che va urgentemente colmato. La tortura è un crimine contro l’umanità e la legislazione penale vigente è assolutamente insufficiente.
Associazione Antigone Onlus
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sabato, marzo 15, 2008
Giustizia: CNVG; un comunicato sulle violenze di Bolzaneto

Comunicato Stampa, 13 marzo 2008
La Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, che raccoglie le associazioni di volontariato che operano nelle carceri, si augura che sia fatta al più presto piena luce sulle responsabilità degli agenti e graduati delle varie forze di polizia imputati di comportamento inumano e degradante verso i manifestanti fermati nei fatti di Genova. Sia i mandanti che gli esecutori delle violenze - tra questi alcuni appartenenti al Corpo della Polizia Penitenziaria - devono essere giudicati con imparzialità e senza sconti, perché tortura e violenza nulla hanno a che vedere con civiltà e giustizia. Ricorrenti episodi di violenza da parte di agenti della Polizia Penitenziaria, come i fatti di Sassari del 2003 o le oscure imprese delle squadrette punitive ancora oggi operanti in alcuni istituti, sono indegni di un Corpo che legittimamente ambisce a svariati compiti extra moenia e addirittura di affiancamento degli assistenti sociali nell’ambito degli uffici per l’esecuzione penale esterna (ipotesi peraltro fortemente avversata da tutto il mondo del volontariato impegnato in ambito giustizia). Piuttosto che prendere posizioni insostenibili in difesa degli imputati, le Organizzazioni sindacali della Polizia Penitenziaria, dovrebbero dimostrare all’opinione pubblica la capacità del sistema di isolare le "mele marce", per la tutela di tutti gli altri operatori della giustizia che, con professionalità, garantiscono la sicurezza dei cittadini e collaborano al recupero dei detenuti. I volontari che operano quotidianamente a fianco degli agenti, sanno che il corpo della Polizia Penitenziaria è sano e crede nella capacità di ogni uomo di reinserirsi nella società, una volta scontata la pena. Fin dall’insediamento del Dott. Ettore Ferrara a capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia ha chiesto di essere cooptata durante i corsi di formazione degli agenti perché si crei da subito con i volontari penitenziari un clima di comprensione e collaborazione fattiva.
Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia
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Toscana: una bomba-sovraffollamento pronta a scoppiare

Ansa, 13 marzo 2008
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domenica, febbraio 24, 2008
APPELLO - In carcere 30.000 in attesa di giudizio

Detenuti presenti al 31 dicembre 2007: 48.693
Detenuti presenti al 21 febbraio 2008: 50.851
In soli 52 giorni, dall'1 gennaio 2008 al 21 febbraio 2008, il numero dei detenuti nelle carceri italiane è aumentato di oltre 2.000 unità. Dall'inizio del 2007 ad oggi l'aumento è stato di quasi 12.000 persone! Di questo passo le carceri "esploderanno" prima della fine dell'anno: gestire oltre 60.000 detenuti, con le strutture e il personale attualmente a disposizione, sarà impossibile per chiunque, insostenibile dal punto di vista logistico e anche sotto il profilo economico (ricordiamoci che ogni detenuto costa circa 150 euro al giorno alle casse dello Stato).
Eppure la soluzione sarebbe a portata di mano: tenere in carcere soltanto le persone che REALMENTE non possono stare fuori: oggi in carcere ci sono quasi 30.000 persone in attesa di giudizio (e circa la metà di loro verrà assolta, nei diversi gradi del processo); dei restanti 20.000 condannati, ben 12.000 hanno una pena inferiore ai 3 anni e quindi potrebbero anche espiarla con la misura alternativa dell'affidamento ai servizi sociali.
Il numero delle persone arrestate non è sostanzialmemte cambiato negli ultimi tre anni: 89.887, di cui 45% straniere, nel 2005; 90.714, di cui 48% straniere, nel 2006; 90.441, di cui 48% straniere, nel 2007.
Nello stesso periodo, dopo che l'indulto aveva portato il numero dei detenuti al minimo storico di 38.000 persone, c'è stato un aumento di quasi 1.000 detenuti al mese, mentre il numero dei condannati ammessi a misure alternative alla detenzione è aumentato di 500 al mese (4.106 ammessi al 31 dicembre 2006 e 10.379 31 dicembre 2007). Questo nonostante in carcere ci siano oltre 12.000 persone che potrebbero scontare la pena in misura alternativa!
La realtà, drammatica e ineludibile, è che la martellante campagna sulla sicurezza, che ci accompagna da più di un anno, "sconsiglia" a chi deve decidere (cioè i vari Organi Giudiziari) l'eventuale concessione di una misura alternativa ai condannati o della "libertà provvisoria" agli imputati... alle prese col dilemma "coraggio o prudenza" si affidano sempre di più alla seconda, col risultato che le carceri si stanno gonfiando di detenuti a ritmi mai visti...
Questo è un appello, perché torni a prevalere non dico il coraggio ma almeno la ragionevolezza: ci sono 6.000 detenuti con la pena inferiore a un anno, non penso che tra loro ci siano molti "pericolosissimi criminali"... dato che per il possesso di un grammo di hascish o per un furto di generi alimentari dagli scaffali del supermercato si prende una condanna superiore... che cosa aspettiamo ad affidare ai servizi sociali queste persone, magari in questo modo riusciranno pure a trovarsi un lavoro, un po' "sostenuti" un po' "controllati", e infine a "rigare dritto" alla fine della pena.
Alla fine dell'anno saranno comunque tutti fuori dal carcere, il loro posto sarà preso da altri, più numerosi e più disgraziati, in una catena ininterrotta che serve soltanto ad accontentare chi chiede "certezza della pena" e non vuole intendere altre ragioni, nemmeno se sono, come sono, sacrosante.
Francesco Morelli, di Ristretti Orizzonti
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sabato, marzo 24, 2007
Howard Paul Guidry

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un appello diffuso dalla Coalizione Italiana contro la Pena di Morte, un’associazione apolitica e non governativa composta interamente da volontari che operano in difesa dei diritti umani. L'obiettivo è salvare una vita, quella di Howard Paul Guidry, condannato alla pena capitale in Texas.
La presidente dell'associazione Arianna Ballotta ci racconta il caso di Howard per sensibilizzare l'opinione pubblica e soprattutto per raccogliere fondi a sostegno del processo. La speranza è quella di un capovolgimento all'appello diretto. Perché sostenere questa causa? Beh, prima di tutto per la difesa dei diritti umani, bene inalienabile. E infine per la particolarità del caso, che Arianna riesce a sintetizzare in modo chiaro. Per capire provate a leggere.
L'accusa
Nel 1997 Howard Paul Guidry viene condannato a morte per l’omicidio su commissione di Farah Fratta, la moglie di un ex agente di polizia, avvenuto a Houston nel 1994. Ad ideare l'assassinio il marito della donna, Robert Fratta, anch'egli rinchiuso da anni nel braccio della morte. La coppia stava attraversando un periodo molto burrascoso ed il divorzio era imminente. Secondo l’Accusa, Robert Fratta avrebbe promesso un’auto e dei soldi ad un terzo uomo, Joseph Prystash, il quale a sua volta avrebbe materialmente incaricato dell’omicidio Howard Guidry.
Chi è Howard Paul Guidry
Howard, un ragazzo di colore originario della Louisiana, è nato il 15 aprile 1976. E’ entrato nel braccio della morte a 21 anni ed aveva 18 anni quando il crimine fu commesso.
I fatti secondo Howar
Ecco i fatti che portarono all’accusa nei suoi confronti, così come esposti dallo stesso Howard:
- il 7 marzo 1995 fui interrogato da 2 detective in merito ad un omicidio;
- venni portato in una stanzetta ed ammanettato ad una sedia di acciaio; qui i 2 detective mi sottoposero a torture fisiche e psicologiche per diverse ore;
- chiesi ripetutamente che, come previsto dalla legge, mi fosse concessa la possibilità di avere un legale presente durante l’interrogatorio, ma la mia richiesta non venne soddisfatta;
- i 2 detective approntarono una (mia) falsa confessione;
- tale confessione e una testimonianza fondata su dicerie (resa dalla fidanzata di Joseph Prystash) vennero usate per spedirmi nel braccio della morte.
Dicerie, false confessioni, nuovo processo e condanna a morte
Nel 2003, cioè 8 anni dopo, la condanna emessa nei confronti di Howard Guidry viene capovolta da un Giudice Federale, il quale - oltre a giudicare illegale la confessione ottenuta con l’inganno – dichiara inammissibile in tribunale testimonianza basata su dicerie. Questo Giudice ordina altresì allo Stato del Texas di rilasciare Howard Guidry oppure di riprocessarlo.
Lo Stato del Texas presenta appello contro la decisione del Giudice Federale, ma nel 2004 la Corte del 5° Distretto riconferma la decisione del Giudice Federale, Howard Guidry non viene rilasciato e lo Stato del Texas decide di riprocessarlo.
Il 19 febbraio 2007 inizia il nuovo processo, al termine del quale – dopo soli 3 giorni! - Howard viene nuovamente giudicato colpevole. E di recente la giuria ha emesso una nuova condanna a morte.
Assenza di prove
Non esistono prove fisiche che legano in alcun modo Howard all’omicidio. I cosiddetti “testimoni oculari” dicono di non essere certi che l’uomo visto quella sera a casa della vittima fosse Howard. Al nuovo processo, però, l’Accusa presenta 3 testimoni che sostengono che Howard abbia detto loro, dopo l’accaduto: 1) “Guidry mi ha detto di essere l’assassino”; 2) e 3) “Guidry mi ha detto di essere in attesa di una somma di denaro pari a 1000 dollari da parte di un uomo” e “Guidry mi ha dato una pistola calibro 38 usata nell’omicidio Fratta”. Questi due ultimi testimoni sono pluri-pregiudicati ed attualmente stanno scontando una condanna a rispettivamente 12 e 25 anni per rapina aggravata, mentre il primo ha ammesso di aver mentito al primo processo e di non aver MAI parlato con Howard Guidry.
E il Procuratore paga i testimoni
Il Procuratore, al termine del processo, in tribunale di fronte a diverse persone (abbiamo chiesto copia delle trascrizioni, che contiamo di avere entro un lasso ragionevole di tempo), ammette apertamente di aver “pagato” i testimoni.
A questo secondo processo tutti speravamo di ottenere finalmente giustizia, ma purtroppo non e’ andata così. Certo, non ci scoraggiamo, ma non possiamo non domandarci fino a quando lo Stato del Texas avrà intenzione di rubare anni preziosi ad un ragazzo il cui unico errore è stato quello di essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato e la cui unica colpa è quella di essere povero e nero.
Un barlume di speranza
L’unica speranza di Howard è quella di un capovolgimento all’appello diretto. Siamo in contatto con gli avvocati che speriamo assumeranno la difesa e presto verrà decisa una strategia. E’ necessario anche svolgere nuove indagini investigative, e questo comporta un considerevole esborso di denaro, che Howard non ha.
C’e’ bisogno di fondi per sostenere le spese legali.
Queste le coordinate per eventuali donazioni:
CONTO CORRENTE POSTALE n. 38725800
INTESTATO A: COALIZIONE ITALIANA CONTRO LA PENA DI MORTE - C.P.39 - 80078 POZZUOLI (NA)
CAUSALE: PRO HOWARD GUIDRY (TEXAS)
Oppure Bonifico Postale:
c/c 38725800 - cab 03400 - abi 07601
Scrivere a Howard
Chi volesse (puo' scrivere ad Howard in inglese) all'indirizzo:
Mr. Howard Guidry
#999226
Polunsky Unit
3872 Fm 350 South
Livingston, TX 77351
USA
Per saperne di più
Coalizione Italiana contro la Pena di Morte
Sul caso di Howard Guidry
di Kenneth Williams, ex avvocato di Howard Guidry
Death row prisoner Howard Guidry
di Gloria Rubac
Per scrivere a Arianna Ballotta: arianna@linknet.it
La presidente dell'associazione Arianna Ballotta ci racconta il caso di Howard per sensibilizzare l'opinione pubblica e soprattutto per raccogliere fondi a sostegno del processo. La speranza è quella di un capovolgimento all'appello diretto. Perché sostenere questa causa? Beh, prima di tutto per la difesa dei diritti umani, bene inalienabile. E infine per la particolarità del caso, che Arianna riesce a sintetizzare in modo chiaro. Per capire provate a leggere.
L'accusa
Nel 1997 Howard Paul Guidry viene condannato a morte per l’omicidio su commissione di Farah Fratta, la moglie di un ex agente di polizia, avvenuto a Houston nel 1994. Ad ideare l'assassinio il marito della donna, Robert Fratta, anch'egli rinchiuso da anni nel braccio della morte. La coppia stava attraversando un periodo molto burrascoso ed il divorzio era imminente. Secondo l’Accusa, Robert Fratta avrebbe promesso un’auto e dei soldi ad un terzo uomo, Joseph Prystash, il quale a sua volta avrebbe materialmente incaricato dell’omicidio Howard Guidry.
Chi è Howard Paul Guidry
Howard, un ragazzo di colore originario della Louisiana, è nato il 15 aprile 1976. E’ entrato nel braccio della morte a 21 anni ed aveva 18 anni quando il crimine fu commesso.
I fatti secondo Howar
Ecco i fatti che portarono all’accusa nei suoi confronti, così come esposti dallo stesso Howard:
- il 7 marzo 1995 fui interrogato da 2 detective in merito ad un omicidio;
- venni portato in una stanzetta ed ammanettato ad una sedia di acciaio; qui i 2 detective mi sottoposero a torture fisiche e psicologiche per diverse ore;
- chiesi ripetutamente che, come previsto dalla legge, mi fosse concessa la possibilità di avere un legale presente durante l’interrogatorio, ma la mia richiesta non venne soddisfatta;
- i 2 detective approntarono una (mia) falsa confessione;
- tale confessione e una testimonianza fondata su dicerie (resa dalla fidanzata di Joseph Prystash) vennero usate per spedirmi nel braccio della morte.
Dicerie, false confessioni, nuovo processo e condanna a morte
Nel 2003, cioè 8 anni dopo, la condanna emessa nei confronti di Howard Guidry viene capovolta da un Giudice Federale, il quale - oltre a giudicare illegale la confessione ottenuta con l’inganno – dichiara inammissibile in tribunale testimonianza basata su dicerie. Questo Giudice ordina altresì allo Stato del Texas di rilasciare Howard Guidry oppure di riprocessarlo.
Lo Stato del Texas presenta appello contro la decisione del Giudice Federale, ma nel 2004 la Corte del 5° Distretto riconferma la decisione del Giudice Federale, Howard Guidry non viene rilasciato e lo Stato del Texas decide di riprocessarlo.
Il 19 febbraio 2007 inizia il nuovo processo, al termine del quale – dopo soli 3 giorni! - Howard viene nuovamente giudicato colpevole. E di recente la giuria ha emesso una nuova condanna a morte.
Assenza di prove
Non esistono prove fisiche che legano in alcun modo Howard all’omicidio. I cosiddetti “testimoni oculari” dicono di non essere certi che l’uomo visto quella sera a casa della vittima fosse Howard. Al nuovo processo, però, l’Accusa presenta 3 testimoni che sostengono che Howard abbia detto loro, dopo l’accaduto: 1) “Guidry mi ha detto di essere l’assassino”; 2) e 3) “Guidry mi ha detto di essere in attesa di una somma di denaro pari a 1000 dollari da parte di un uomo” e “Guidry mi ha dato una pistola calibro 38 usata nell’omicidio Fratta”. Questi due ultimi testimoni sono pluri-pregiudicati ed attualmente stanno scontando una condanna a rispettivamente 12 e 25 anni per rapina aggravata, mentre il primo ha ammesso di aver mentito al primo processo e di non aver MAI parlato con Howard Guidry.
E il Procuratore paga i testimoni
Il Procuratore, al termine del processo, in tribunale di fronte a diverse persone (abbiamo chiesto copia delle trascrizioni, che contiamo di avere entro un lasso ragionevole di tempo), ammette apertamente di aver “pagato” i testimoni.
A questo secondo processo tutti speravamo di ottenere finalmente giustizia, ma purtroppo non e’ andata così. Certo, non ci scoraggiamo, ma non possiamo non domandarci fino a quando lo Stato del Texas avrà intenzione di rubare anni preziosi ad un ragazzo il cui unico errore è stato quello di essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato e la cui unica colpa è quella di essere povero e nero.
Un barlume di speranza
L’unica speranza di Howard è quella di un capovolgimento all’appello diretto. Siamo in contatto con gli avvocati che speriamo assumeranno la difesa e presto verrà decisa una strategia. E’ necessario anche svolgere nuove indagini investigative, e questo comporta un considerevole esborso di denaro, che Howard non ha.
C’e’ bisogno di fondi per sostenere le spese legali.
Queste le coordinate per eventuali donazioni:
CONTO CORRENTE POSTALE n. 38725800
INTESTATO A: COALIZIONE ITALIANA CONTRO LA PENA DI MORTE - C.P.39 - 80078 POZZUOLI (NA)
CAUSALE: PRO HOWARD GUIDRY (TEXAS)
Oppure Bonifico Postale:
c/c 38725800 - cab 03400 - abi 07601
Scrivere a Howard
Chi volesse (puo' scrivere ad Howard in inglese) all'indirizzo:
Mr. Howard Guidry
#999226
Polunsky Unit
3872 Fm 350 South
Livingston, TX 77351
USA
Per saperne di più
Coalizione Italiana contro la Pena di Morte
Sul caso di Howard Guidry
di Kenneth Williams, ex avvocato di Howard Guidry
Death row prisoner Howard Guidry
di Gloria Rubac
Per scrivere a Arianna Ballotta: arianna@linknet.it
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