venerdì, marzo 26, 2010

LAVORARE VALE LA PENA!

Interessante ed originale occasione di formazione offerta dal Gruppo Volontari Carcere di Lucca, un modulo formativo per affrontare i temi dello svantaggio sociale e del lavoro, che si concluderà con una visita all’isola-carcere di Gorgona, esperienza unica nel suo genere!

Il Gruppo Volontari Carcere di Lucca, come fa da diverso tempo, anche quest’anno propone un corso di formazione, finanziato dal Cesvot, con il contributo della Provincia, ed in collaborazione con molte realtà del privato sociale del territorio e amministrazioni pubbliche.

Il corso, dal titolo “LAVORARE VALE LA PENA”. Volontariato, situazioni di svantaggio sociale, lavoro: quali sinergie attivabili, prenderà il via il 17 aprile prossimo, e si concluderà il 2 giugno con una visita d’istruzione di tutti i partecipanti all’isola di Gorgona dove da molti anni c’è questa esperienza di un istituto di pena particolare, immerso nella natura e con la possibilità di lavoro concreta da parte dei detenuti.

Il corso, partendo dall’idea che il lavoro è un fondamentale mezzo di ri-socializzazione e rappresenta un forte punto di partenza per un detenuto, un tossicodipendente, un diversamente abile, ecc., intende offrire a coloro che vi parteciperanno una serie di informazioni, conoscenze e competenze sul lavoro come strumento di recupero personale e sociale, collocando i percorsi di reinserimento all’interno di una cornice più ampia, nella quale, anche il volontario, in sinergia con gli altri attori, può giocare un ruolo importante. Particolare attenzione sarà rivolta al mondo del carcere e della pena ed in quest’ottica si colloca la lezione finale che si svolgerà sul campo, a Gorgona!

Il corso è gratuito e per iscriversi basta scaricare il form di adesione che trovate in fondo alla pagina o richiedendolo via mail a gruppovolontaricarcere@gmail.com

E’ anche possibile rivolgersi alla sede dell’associazione presso la struttura d’accoglienza Casa San Francesco, 19 a Lucca, dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18, oppure chiamare al 3491067623 od inviare un fax al n. 1786003376.

Le lezioni in aula si terranno presso la sala didattica della Cooperativa Sociale Giovani e Comunità, a Pieve San Paolo (Capannori – Lucca), in Via Immagine dell’Osso, 12 e le iscrizioni vanno inviate via mail o fax, o consegnate presso la sede dell’associazione entro e non oltre il 7 aprile.

Quindi che aspettate, iscrivetevi, visto che possiamo accogliere fino a 20 corsisti.
Massimiliano Andreoni



Volantino e modulo iscrizione
Locandina

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lunedì, marzo 15, 2010

Lettera – Appello alle Parrocchie, a simpatizzanti, amici e nuovi volontari


…Ero carcerato e mi avete visitato……

Lettera – Appello alle Parrocchie, a simpatizzanti, amici e nuovi volontari

L’Associazione Gruppo Volontari Carcere di Lucca, Opera Diocesana presente ormai da 21 anni nella comunità locale e che svolge, anche attraverso la Casa S. Francesco l’accoglienza di carcerati ed ex carcerati , avverte l’urgenza di rivolgere un Appello alle Parrocchie della Chiesa locale, a coloro che già conoscono l’esperienza e a tutti gli uomini di buona volontà perché aderiscano all’Associazione ed offrano collaborazione nella cura e nella assistenza alle persone carcerate ed ex carcerate. L’associazione invita a rispondere all’appello fin da subito, via e-mail (gruppovolontaricarcere@gmail.com) o per lettera, e ad esprimere condivisione e disponibilità a lavorare insieme.

L’Associazione invita ad indicare il proprio indirizzo di posta elettronica o di posta ordinaria perché ciascuno possa essere ricontattato ed invitato personalmente alle iniziative che già abbiamo avviato e che proseguiranno nei prossimi mesi .

Il primo appuntamento che proponiamo è quello del 15 marzo 2010, ore 18.00, presso la Casa San Francesco, Piazza San Francesco 19 Lucca (tel. e fax 0583/91797) nel quale ci ritroviamo con gli amici che già hanno espresso la loro adesione e con i nuovi amici che aderiranno nei prossimi giorni .

L’impegno come volontari sul fronte carcerario costituisce anche la migliore risposta sul fronte civile al tema tanto sentito della Sicurezza Pubblica.

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"Niente sbarre per i detenuti matti" L'esperimento segreto dell'Emilia

Castrocaro, da manicomio criminale a comunità aperta. L'annuncio dopo 2 anni di "prova". L'annuncio dopo 2 anni di "prova". L'applauso della Lega. Francesco Billi: "Siamo orgogliosi di questa comunità". "Non ne abbiamo parlato per paura. Pensavamo che chi abita qui non avrebbe capito". "I risultati? Abbiamo avuto 27 ospiti, sedici sono qui oggi. Mai nessuna fuga"

di Jenner Meletti
SADURANO (Castrocaro) - Mario dice che verso sera, nel prato di fronte alla casa gialla, si vedono i caprioli. «All'alba arrivano anche i cinghiali». Stefano racconta che gli faceva impressione, le prime volte, aprire la porta della camera da letto, andare nella sala per la colazione, uscire in cortile. «Non c'ero più abituato». Una volta la vita era tutta dentro una cella di un carcere che era anche manicomio e di un manicomio che era pure carcere. «Manicomio criminale», c'era scritto sul portone. Poi fu corretto in «Ospedale psichiatrico giudiziario». Mario e Stefano sono due dei sedici ospiti di una casa gialla sulle colline di Castrocaro che fino ad oggi è stata tenuta segreta. «Non ne abbiamo mai parlato - dice Gianluca Borghi, che quindici anni fa era assessore ed ebbe l'idea di costruire questa casa - perché avevamo paura. Abbiamo fatto una cosa importante: per la prima volta in Italia siamo riusciti ad aprire una breccia nel manicomio giudiziario. Abbiamo liberato persone con addosso un marchio pesantissimo: matto, galeotto, assassino? Pensavamo che chi abita qui attorno si spaventasse e che la sua paura ci costringesse a riportare i malati in una cella. Per fortuna ci siamo sbagliati».

Casa Zacchera, si chiama la casa gialla, dal nome di un antico podere. La neve ha gelato le mimose già fiorite. Oggi, nella sala delle colazioni, c'è una riunione importante. Dirigenti delle Asl e della coop Sadurano (gestisce l'assistenza a questi «internati in licenza di esperimento»), assieme all'assessore regionale Giovanni Bissoni annunciano a chi vive su queste colline che quelle persone viste in paese o nei sentieri dei boschi sono uomini la cui vita era stata cancellata e che ora hanno avuto un'altra occasione. «Parliamo oggi - dice l'assessore - perché possiamo annunciare i primi risultati. La comunità è stata aperta il 16 ottobre 2007 ed ha già contato 27 ospiti. Sedici sono qui oggi. Degli altri, due sono tornati all'Opg perché, forse stroncati da troppi anni di cella, non sono riusciti ad affrontare questa nuova realtà. Gli altri sono tornati nelle loro famiglie, o in piccoli appartamenti protetti, nei loro paesi».

Si pronunciano parole che sembravano dimenticate: sogno, solidarietà, utopia? «La legge Basaglia - dice Gianluca Borghi - ha dimenticato gli ospedali psichiatrici giudiziari. Lì si continua a vivere senza diritti, come nei manicomi di un tempo. Avevamo un debito, con queste persone. Abbiamo cominciato a pagarlo». Casa Zacchera non è stata scelta a caso. Qui, in località Sadurano, sorge da più di vent'anni la comunità di un sacerdote, don Dario Ciani, che ha sempre accolto i deboli e i disperati: tossicodipendenti, alcolisti, ex ospiti dei manicomi? Dalla prima comunità sono nate le cooperative, vere e proprie imprese sociali. «Noi gestiamo casa Zacchera - raccontano il presidente Stefano Rambelli e l'organizzatore Matteo Montanari - ma non vogliamo vivere sulle disgrazie delle persone. Il nostro obiettivo è quello di fare tornare questi ospiti a casa loro. Con un costo che è la metà di quello di un ospedale giudiziario, per 16 persone mettiamo a disposizione venti operatori. Ogni settimana garantiamo 50 ore di aiuto psicologico, 84 ore di infermeria, 25 di psichiatria? Non ci sono reti, cancelli e sbarre, qui da noi, e ospitiamo anche chi ha commesso omicidi. La nostra custodia è capacità relazionale, è assistenza sanitaria. In questi due anni e mezzo non c'è stata nessuna fuga, non c'è stato nessun incidente».

Qualcuno sapeva, di questa casa gialla. «Abbiamo avvertito - dicono Gianluca Borghi e Giovanni Bissoni - il sindaco di Castrocaro, la giunta comunale e il comandante dei carabinieri. Ma nemmeno il consiglio comunale era informato. Proprio quando la casa stava per aprire, ci sono state le elezioni comunali e la maggioranza è passata dal centro sinistra al centro destra. E qui c'è stata la sorpresa: anche la nuova amministrazione si è comportata in modo splendido». Davvero strana, la terra di Romagna. Parli con l'assessore al welfare e cultura, Francesco Billi della Lega Nord, e anche a nome del sindaco Francesca Metri, vicina a Bossi, lui dichiara subito che «alla casa Zacchera hanno fatto la cosa giusta». «Sapevamo bene che lì c'erano gli ex ospiti Opg e abbiamo capito che almeno per un certo tempo c'era bisogno di riservatezza. Il nostro parere? Noi siamo orgogliosi di avere qui una comunità come quella. Sadurano la conosciamo da sempre. Don Dario Ciani, il fondatore, è una grande persona che è riuscita a circondarsi di persone brave e capaci».

In altri luoghi, sulla paura e sulla voglia di sicurezza sono state montate campagne e fortune elettorali. «Noi stiamo con Sadurano - dice l'assessore - perché non è un'enclave ma un luogo aperto a tutti. I ragazzi, gli uomini e le donne che sono lì sono persone che cercano di uscire da un passato pesante. Certo, oggi tutti sapranno che ci sono anche gli ex internati in manicomio giudiziario, ma non credo che ci saranno problemi. Tutti noi, attorno a Sadurano, abbiamo steso non un assurdo cordone sanitario ma un cordone di solidarietà. Quando arrivano turisti, noi li mandiamo a Sadurano. Hanno un ristorante biologico con i prodotti del territorio, organizzano concerti e spettacoli di comici? È giusto che tanti vengano a contatto con questa comunità di gente liberata». Dopo la colazione, tanti vanno al lavoro. Ci sono il caseificio, il ristorante, i campi da calcetto... C'è chi va a lavorare fuori, in officina e dall'elettrauto. C'è chi, appena arrivato, come un bimbo deve imparare a camminare in spazi liberi, non una cella tre per tre con letti a castello. Un chilometro e mezzo per andare al ristorante, assieme agli ospiti delle altre comunità e ai turisti. Mario e Stefano sono contenti. «Guardi là nella valle. Si vede il mare».

La Repubblica, 13 marzo 2010



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Chi ha paura di una detenuta incinta?

03 marzo 2010

Una storia d’amore tra persone recluse non dovrebbe suscitare alcun scandalo, ma l’immagine del “carcere a luci rosse” solletica sempre le coscienze… e le pruderie. È paradossale che faccia più notizia e scandalo una nuova vita concepita in un carcere che tante morti che vi avvengono per suicidio, malasanità, cause “oscure”.

Nella Casa di reclusione di Bollate, che ha, fra gli altri, il grande merito di garantire una equità di trattamento alle donne consentendo loro anche di frequentare corsi di scuola superiore, il clima è così umano che, proprio a scuola, può succedere qualcosa di straordinario come una storia d’amore tra detenuti.

Ora è caccia alle responsabilità, e quella storia d’amore è diventata una cosa sporca e pericolosa, che pare abbia messo in crisi l’intero sistema di sicurezza. Eppure stiamo parlando di due persone adulte, anche se in carcere, ritenute capaci di intendere e di volere, malgrado la colpa, e quindi di scegliere, oltre la pena. Ma il fatto è che in carcere si comprime in tutti i modi il diritto alle emozioni, alla sessualità e all’affettività.

Questa “caccia alle streghe sessuali” è la riprova, se mai ne avessimo avuto bisogno, che la pena detentiva è una pena corporale e ciò che si vuole controllare è solo il corpo del recluso. Se poi è una donna si deve negare ancor di più il suo diritto alla maternità, perché è questo diritto fondamentale che si vuole sminuire, facendolo passare come “atto strumentale”, per cercare di ottenere l’uscita dalla galera.

E così si preferisce alimentare il volgare stereotipo del carcere “a luci rosse”, come titolano alcuni quotidiani oggi, e titolavano identici anche nel maggio del 2009, quando a Genova una detenuta marocchina abortì, dopo essere rimasta incinta sembra a seguito di rapporti sessuali con operatori penitenziari… “luci rosse” che smuovono sempre le coscienze delle persone troppo “perbene”.

Ha fatto meno scalpore la recente “ricerca” di Everyone secondo la quale si “verificano nelle Case Circondariali italiane almeno 3 mila casi di stupro e riduzione alla schiavitù sessuale ogni anno” (Ansa, 28 febbraio 2010) e che l’incidenza degli stupri e degli abusi sessuali è causa dei suicidi dei detenuti. Conclusione che è tutt’altro che credibile, oltre a non essere verificabile per quanto riguarda l’attendibilità dei dati sostenuti, ma che avrebbe dovuto, questa sì, sollevare uno scandalo…

Una riflessione va fatta, riguardo alla tutela della dignità e dell’umanità della persona: la restrizione dell’affettività, della genitorialità, della maternità sono giustificabili con le esigenze della pena? Oppure solo con la gestione della pena stessa?

Gli “affetti” sono un’ancora di salvezza per chi sta dentro il carcere e anche la garanzia della presenza di una rete sociale all’uscita, ma nessuno ha il coraggio di spiegare che una legge sugli affetti, oltre a costituire un atto di civiltà e di umanità, forse consentirebbe anche un abbassamento del tasso di suicidi e di autolesionismo: il legame con la famiglia e con le persone amate è infatti il più grande “controllo sociale” che un detenuto possa volere e desiderare!

In Spagna, Svizzera, Russia, e tanti altri Paesi, l’incontro intimo è previsto per legge, solo una mancanza di attenzione e di rispetto da parte della politica per le famiglie delle persone detenute non permette che questo avvenga in Italia, malgrado la proposta di legge presentata il 12 luglio 2002 (Pdl 3020: “Modifica della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di affettività in carcere”) poi sparita perché le famiglie dei detenuti sono ritenute famiglie di serie B.

Ma noi “Vogliamo tenere assieme cose che possono apparire impossibili, ma non devono esserlo, cioè un carcere vivibile in cui la pena non abbia nulla di afflittivo oltre la perdita della libertà”, così come disse Alessandro Margara, allora Direttore Generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nell’audizione alla II Commissione della Camera dei deputati in ordine al nuovo regolamento di attuazione dell’Ordinamento penitenziario (11 marzo del 1999).

E il grandissimo rischio è che si prenda spunto da questo non-problema della detenuta incinta, o che lo si manipoli, per bloccare progetti di rieducazione, di formazione e socializzazione importanti come quelli di Bollate, riportando le carceri ad una modalità di trattamento obsoleta e inutile. Perché Bollate è purtroppo un carcere, nella sua innovatività e libertà, scomodo.

Laura Baccaro

Psicologa e criminologa, collabora con Ristretti Orizzonti

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