lunedì, novembre 23, 2009



LUCCA, 22 novembre - Il Sappe (Sindacato autonomo polizia penitenziaria) riferisce di una protesta dei detenuti avvenuta la scorsa notte nel carcere San Giorgio. "Per circa un'ora - ha dichiarato il segretario del sindacato Donato Capece - hanno battuto le suppellettili contro inferriate e porte, per richiamare l'attenzione dell'amministrazione penitenziaria sul problema del sovraffollamento".

Una protesta analoga protesta si è verificata anche nel carcere di Genova. Secondo Capece, infatti "quelli di Genova Marassi e Lucca sono penitenziari con molte criticità, nonostante l'encomiabile lavoro che ogni giorno svolge il personale di polizia penitenziaria. Lucca, con una capienza regolamentare di 82 posti, ospita più di 200 detenuti e Marassi, con 430 posti letto, ne ha 780. A Lucca, poi, mancano 40 agenti rispetto all'organico previsto e a Marassi ben 165! E' ovvio che in questo contesto di sovraffollamento, qualsiasi cosa può essere foriera di problemi, soprattutto di sicurezza per chi nelle sezioni detentive lavora come i poliziotti penitenziari".

Lo schermo.it, 22.11.2009

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Scoppia la protesta in carcere: coinvolto anche il penitenziario lucchese




ROMA - Genova, Pescara e Lucca: scoppia qui la protesta, quasi simultanea, dei detenuti contro le cattive condizioni delle carceri. A San Donato, il penitenziario di Pescara, nel pomeriggio i detenuti hanno protestato contro il sovraffollamento della struttura battendo con oggetti, probabilmente pentole e scope, contro le inferriate che proteggevano le finestre delle celle. Le loro grida, soprattutto la parola "sovraffollamento", si sono sentite fino a via Alento, una delle strade che costeggiano il penitenziario. Alcuni hanno bruciato stracci, da una finestra si è vista una fiamma che è stata spenta quasi subito.

Ieri sera, fino alle 22,30 circa, una protesta molto simile c'era stata anche tra i carcerati della Casa circondariale di Lucca. "Per circa un'ora - ha raccontato il segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe), Donato Capece - hanno battuto suppellettili contro inferriate e porte, per richiamare l'attenzione dell'amministrazione penitenziaria sul problema del sovraffollamento". E un'analoga protesta è nata anche nel carcere di Marassi, a Genova, dove durante la notte è stato sventato un tentativo di suicidio. Un detenuto del circuito di Alta sicurezza è stato trovato svenuto a terra, con una busta di plastica che gli avvolgeva la testa e una bomboletta di gas per fornellini accanto. Secondo quanto scrive il segretario regionale Uil Penitenziari Liguria, Fabio Pagani, una volta ripresi i sensi ha motivato il gesto come un atto di protesta contro "le critiche condizioni detentive". A Genova le proteste erano cominciate già venerdì sera.

"Quelli di Genova Marassi e Lucca - ha detto Donato Capece (Sappe) in una nota - sono penitenziari con molte criticità. Lucca, con una capienza regolamentare di 82 posti, ospita più di 200 detenuti e Marassi, con 430 posti letto, ne ha 780. A Lucca poi mancano 40 agenti rispetto all'organico previsto e a Marassi ben 165. E' ovvio che in questo contesto di sovraffollamento, qualsiasi cosa può generare problemi, soprattutto di sicurezza a chi lavora come i poliziotti penitenziari".

Donato Capece ha quindi chiesto ufficialmente un incontro al ministro della Giustizia Angelino Alfano. "L'auspicio - scrive Capece - è che il ministro incontri a breve il Sappe e le altre organizzazioni sindacali per alcune proposte da inserire nell'annunciato Piano Carceri, il cui esame è dato per imminente al Consiglio dei Ministri. La situazione - continua la nota di Capece - è sempre più incandescente, con quasi 66mila detenuti a fronte dei 42mila posti regolamentari, e gli agenti costretti a turni pesanti in termini di stress e sicurezza. Per questo diciamo al ministro: incontriamoci per trovare soluzioni condivise".

Tra le proposte del sindacato c'è l'assunzione urgente di 5mila unità di polizia penitenziaria, "la realizzazione di carceri 'leggere'", anche in quelle strutture destinate ai Centri di identificazione ed espulsione che non sono ancora operative, "la possibilità di recupero di spazi" e l'ipotesi "di riutilizzare le strutture per la custodia attenuata". Da rivalutare anche "le misure alternative, come l'utilizzo del braccialetto elettronico", e "un ragionamento sulla depenalizzazione di alcuni reati minori".

La Repubblica, 22.11.09

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mercoledì, novembre 04, 2009

Carceri ipocrisia bipartisan

di Luca Ricolfi (con la collaborazione di Tania Parisi)

Nei giorni scorsi l’opinione pubblica era turbata dal caso di Stefano Cucchi, il giovane morto in circostanze tuttora non chiarite dopo un’allucinante odissea nelle istituzioni (caserma, tribunale, carcere, ospedale). Ieri la notizia del suicidio in carcere della brigatista rossa Diana Blefari, pochi giorni dopo la conferma della condanna all’ergastolo per la sua partecipazione all’assassinio di Marco Biagi, ha riportato drammaticamente l’attenzione sul problema delle carceri. E naturalmente è partito il solito copione: i parenti accusano le istituzioni, le istituzioni si difendono ma assicurano che faranno «piena luce», la sinistra si infiamma, la destra si barcamena. E’ facile prevedere che fra una settimana non se ne parlerà più, fino al prossimo caso dotato di sufficiente interesse mediatico.
E invece sarebbe utile provare a parlarne al di là dei casi singoli. Perché il problema delle carceri ha due facce entrambe drammatiche, ma in qualche modo connesse. La prima faccia è quella della sicurezza.
Non da ieri, bensì da molti anni, i posti non bastano per contenere l’enorme flusso di detenuti (spesso semplicemente in attesa di giudizio) che transitano ogni anno nelle carceri italiane. Da oltre un decennio i posti sono fermi a quota 42-43 mila, mentre i detenuti sono arrivati a quota 65 mila e aumentano a un ritmo di 700 al mese. Vuol dire che nel 2013, a fine legislatura, saranno 90-100 mila.
La seconda faccia, non meno importante della prima in un Paese civile, è quella della dignità dei detenuti, un valore tutelato dalla Costituzione (art. 27). Con 43 mila posti in strutture carcerarie sovente fatiscenti non si possono tenere in carcere 65 mila persone senza provocare gravissimi problemi di convivenza, malattia e degrado, fino al dramma dei suicidi (a quanto pare in aumento, per quel che si può desumere dalle informazioni disponibili, scarse e di bassa qualità). Un problema, quello dello scarso spazio in carcere, che ci è già costato una condanna dell’Unione Europea, e che pare appassionare ben poco le forze politiche (con l’importante eccezione dei radicali, da anni costantemente impegnati su questo fronte). Il sovraffollamento è un problema anche in altri Paesi europei, ma nessuno (salvo forse la Grecia) ha un eccesso di detenuti paragonabile al nostro. Anzi la maggior parte dei Paesi dell’Europa occidentale possiede semmai un eccesso di capacità: in Svezia e Germania la quota di posti liberi è intorno al 3%, in Inghilterra e Galles al 4%, in Portogallo al 7%, in Irlanda all’8%, in Danimarca al 10%, in Olanda al 19% (dati 2007, gli ultimi disponibili)
Di fronte a questi due enormi problemi destra e sinistra hanno approcci opposti, ma comportamenti sostanzialmente indistinguibili. La destra fa la faccia feroce e vorrebbe più severità, la sinistra pensa di alleggerire le carceri essenzialmente con le pene alternative (ad esempio gli arresti domiciliari) e la depenalizzazione dei reati minori. Rispondendo alle domande della Stampa ai tre candidati del Pd, solo Franceschini (lo sconfitto) ha avuto il coraggio di dire - contro il politicamente corretto di sinistra - che per combattere la criminalità punterebbe soprattutto su «un piano straordinario di edilizia carceraria, adeguando la capienza delle carceri all’aumento dei detenuti».
Quel che è veramente interessante, però, sono i comportamenti. Nella Seconda Repubblica destra e sinistra sono state al governo sette anni ciascuna ma, se andiamo al sodo, le loro politiche sulla sicurezza sono state estremamente simili. Non siete convinti? E allora ricapitoliamo i fatti, lasciando perdere annunci e dichiarazioni.
Capienza delle carceri. E’ la stessa da 15 anni, nessuno ha messo in atto alcun piano di edilizia carceraria di qualche impatto, e questo nonostante i detenuti siano più dei posti almeno dal 1992.
Sanatorie e regolarizzazioni. Nella Seconda Repubblica ce ne sono state tre, le più importanti sono quella del 1998 (legge Turco-Napolitano) e del 2002 (legge Bossi-Fini), la prima varata dal governo Prodi, la seconda dal governo Berlusconi.
Indulti. Anche qui uno a testa, nel 2003 il cosiddetto indultino di Berlusconi, nel 2006 l’indultone di Prodi, peraltro sostenuto anche da Forza Italia.
Sbarchi. Sia i governi di destra sia quelli di sinistra hanno tentato accordi con i governi dei Paesi di partenza, entrambi sono incappati in drammatici episodi di respingimento, con morti e dispersi: sotto Prodi (1997) una corvetta italiana affondò un barcone albanese in acque internazionali, sotto Berlusconi - quest’anno - varie navi di disperati in fuga dall’Africa sono state ricondotte forzosamente in Libia, suscitando un vespaio di proteste (Europa, Chiesa, Onu).
Se lasciamo perdere le parole, gli appelli, le «differenti sensibilità», la realtà nuda e cruda è che sia la destra sia la sinistra sono paralizzate dalla mancanza di soldi, di idee e di coraggio. Berlusconi in campagna elettorale ha promesso più posti in carcere ma per ora, a un anno e mezzo dalla vittoria elettorale, ha partorito solo un piano (di nuovo parole!) che, se anche dovesse effettivamente partire e miracolosamente rispettare i tempi previsti (2012), non coprirebbe nemmeno l’incremento di detenuti prevedibile fra oggi e allora: si è parlato di 12, 17, 18 mila posti aggiuntivi, ma i nuovi detenuti saranno 25-30 mila. Quanto alla sinistra, aborre l’idea di spendere miliardi per nuove carceri, ma non ha il coraggio di seguire la via dei Radicali e delle sue componenti più laiche e libertarie: indulti, pene alternative, depenalizzazioni. Teme che l’opinione pubblica, diseducata da «questa destra» razzista e forcaiola, non capirebbe.
Io dico solo questo. Un Paese civile non può tenere le persone in carcere nelle condizioni in cui da anni le tiene l’Italia, indipendentemente dal colore dei governi. Riportare in equilibrio il numero dei posti e il numero dei detenuti è un fatto di civiltà, ed è la pre-condizione minima per contenere il dramma umano dei suicidi e della violenza. Lo si può fare aumentando i posti, diminuendo i detenuti, o con un mix delle due misure. Se si pensa che la via maestra siano nuove carceri le si costruisca: per tener dietro all’aumento della criminalità il minimo è raddoppiare la capienza attuale, e il costo è di circa 4 miliardi. E se si pensa che la via maestra siano indulti, depenalizzazioni e pene alternative al carcere si abbia il coraggio - come i Radicali - di gridarlo in faccia all’opinione pubblica. Il resto è ipocrisia.

La Stampa, 03 novembre 2009

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