domenica, febbraio 22, 2009

V.E.L.O.C.E. - Corso di formazione su volontariato ed educazione alla legalità






Cari amici, finalmente ci siamo, il 23 marzo partirà il corso "V.E.L.O.C.E. - Volontariato ed Educazione alla Legalità: un'Occasione da Cogliere con Entusiasmo" - Percorso di formazione alla legalità e ai comportamenti della quotidianità.

Il corso, progettato dalla nostra associazione, si svolgerà grazie al finanziamento del Cesvot, al contributo della Provincia, ed alla collaborazione di tante realtà pubbliche e private del nostro territorio.

L’educazione alla legalità ha per oggetto: la natura e funzione delle regole nella vita sociale, i valori della democrazia, l'esercizio dei diritti di cittadinanza.

Educare alla legalità significa elaborare e diffondere un'autentica cultura dei valori civili. Si tratta di una cultura che intende il diritto come espressione del patto sociale, indispensabile per costruire relazioni consapevoli tra i cittadini e tra questi ultimi e le istituzioni; consente l'acquisizione di una nozione più profonda ed estesa dei diritti di cittadinanza, a partire dalla consapevolezza della reciprocità fra soggetti dotati della stessa dignità; aiuta a comprendere come l'organizzazione della vita personale e sociale si fondi su un sistema di relazioni giuridiche; sviluppa la consapevolezza che condizioni quali dignità, libertà, solidarietà, sicurezza, non possano considerarsi come acquisite per sempre, ma vanno perseguite, volute e, una volta conquistate, protette".

Il rispetto delle leggi non comporta tuttavia un atteggiamento acritico e passivo, ma nasce dalla consapevolezza che, se ingiuste o non più rispondenti alle esigenze del momento, regole, norme e leggi possono essere modificate.

Infatti, educare alla legalità vuol dire in primo luogo praticarla: le regole non devono essere presentate come puri comportamenti obbligatori, ma devono essere vissute con consapevolezza e partecipazione.

Per recuperare e per affermare il valore della cultura della legalità, occorre promuovere il concetto di cittadinanza fondato: sulla coscienza di due principi essenziali: quello del "diritto" e quello del "dovere", sul rispetto dell'altro, delle regole e delle leggi.

La nostra associazione impegnata da 20 anni sul fronte del carcere e dell’area della giustizia, da sempre si è attivata a favore degli ultimi, ultimi che sovente, soprattutto oggi, sono anche coloro che violano le norme. Con questo corso ci proponiamo di osservare il problema del rispetto della legalità da molteplici punti di vista: quello del detenuto ma anche quello della vittima, quello di chi reclama diritti ma anche quello di coloro che chiedono il rispetto dei doveri, di facilitare la partecipazione responsabile alla vita sociale, sviluppando la concezione del diritto come espressione del patto sociale, valorizzando la nozione di interesse comune.


Gli incontri, che prevedono lezioni frontali, lavori di gruppo, simulate, role playing, ecc., saranno condotti da esperti del settore, in grado di fornire tutti i contenuti utili all’approfondimento ed offriranno ai partecipanti l’occasione per condividere esperienze personali particolarmente arricchenti.
Per iscriversi è sufficiente scaricare il volantino che trovate qui sotto ed inviare il form di iscrizione al numero di fax 1786003376. Per informazioni telefonare alla segreteria al numero 3491067623.


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sabato, febbraio 14, 2009

Festa annuale del Servizio Civile Nazionale - Un dono che serve






La festa annuale del Servizio Civile Nazionale, celebrata quest'anno in coincidenza dell'ottavo della legge istitutiva del Servizio Civile in forma volontaria (n° 64 del 6 marzo 2001), prevede quale prima manifestazione la "Settimana di donazione del sangue dei volontari in Servizio Civile", organizzata dall'UNSC in collaborazione con il Coordinamento CIVIS (Avis, Croce Rossa Italiana, Fidas, Fratres) e con il Centro Nazionale Sangue dal 2 all'8 marzo, con la visita alle autoemoteche collocate in adiacenza di palazzi Governativi Nazionali e Regionali, con conferenza stampa che si terrà il 26 febbraio, alle ore 12.00, presso Palazzo Chigi e quale seconda manifestazione la promozione del progetto "Amicus" che sarà annunciato con una conferenza stampa, prevista per il 5 marzo p.v. a Palazzo Chigi.
Amicus è un progetto pilota che l'UNSC si è aggiudicato, partecipando ad un bando della Commissione Europea, è destinato a 21 volontari italiani che avranno la possibilità di trascorrere 6 mesi in paesi partners europei: Francia, Spagna, Germania, Polonia, Cipro, facendo un'esperienza di servizio civile in un contesto di volontariato europeo.
A conclusione delle manifestazioni celebrative, il 28 marzo p.v. dalle ore 10.00 i volontari del Servizio Civile saranno ricevuti in udienza dal S.S. Benedetto XVI.

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venerdì, febbraio 13, 2009

Progetto "Uno, nessuno, centomila"






Il Gruppo Volontari Carcere vuole ringraziare la Fondazione Banca del Monte che nell’anno 2008 ha inteso riconoscere la bontà e le finalità del progetto “Uno, nessuno centomila”, finanziandolo con la somma di 10.000 €.
Il progetto si proponeva di incentivare l’apporto di personale educativo al fine di poter riprendere ed implementare ciò che fin qui è stato fatto. Il contributo ci ha permesso di attivare una serie di figure educative capaci di dialogare e di fare da raccordo fra il personale socio-educativo della struttura penitenziaria e quello socio-educativo del territorio di riferimento e di offrire un miglior servizio agli ospiti della Casa di accoglienza San Francesco.
L'obiettivo che stiamo cercando di raggiungere è quello di dare sostegno alle buone pratiche e alle politiche di rete educativa volta al sostegno sociale dei detenuti e dei detenuti neoscarcerati italiani e stranieri, al fine di costituire progetti personalizzati di reinserimento sociale sinergici fra le differenti realtà socio-educative che accompagnino i soggetti in carico dalla fase di prima entrata in struttura penitenziaria e che ci contattano tramite lettera, alla fase di uscita sul territorio e reinserimento nel tessuto locale o in quello di provenienza.
L’associazione ringrazia la Fondazione per la generosità.

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domenica, febbraio 01, 2009

Giocattoli, colori e coccole Milano, prove di vita normale



Un giorno dentro l'Icam, l'unica struttura italiana per detenute con figli. L’incubo per le madri è il terzo compleanno dei bimbi e l’addio: «Cerco di non pensarci, ma non ci riesco»

di Roberto Rizzo

MILANO — Le pareti sono dipinte di giallo, gli arredamenti sono etnici, i giocattoli sparsi ovunque. In cortile, in attesa della bella stagione, sono parcheggiate alcune automobiline a pedali e in un angolo c'è un cavallo a dondolo di plastica. «Tutto è stato studiato per trasmettere ai bambini un ambiente più caldo e familiare possibile», spiega l'ispettore Stefania Conte, una bella ragazza mora che arriva dal Sud Italia. È lei che dirige l'Icam (acronimo che sta per Istituto a custodia attenuata per detenute madri) in via Macedonio Melloni a Milano, zona elegante e semicentrale nella parte est della città. Nato nell'aprile 2007 grazie a un progetto dell'Amministrazione penitenziaria della Lombardia, Provincia e Comune di Milano, l'Icam è l'unica struttura del genere in Italia. Una prigione per madri detenute che non sembra un carcere. Qui gli agenti di polizia penitenziaria (13 tra uomini e donne) vigilano discreti in borghese. Per i corridoi non ci sono sbarre, così come non ce ne sono a chiudere le camere da letto (cinque). L'unica porta che rimane chiusa è quella d'ingresso. Le protezioni sono solo alle finestre, in ferro battuto dai ghirigori tipici dei palazzi d'epoca, come si usa negli appartamenti che sono al pian terreno di un edifico. Più per proteggersi da intrusioni esterne che per impedire la fuga anche se, da aprile 2007 a oggi, un tentativo di evasione, riuscito, c'è stato. Ma dopo 24 ore la fuggitiva è rientrata spontaneamente. Al momento l'Icam ospita otto detenute e 9 bambini (la capienza massima è di 16 detenute e altrettanti piccoli. Il tempo di permanenza medio è di un anno e sei mesi). Cinque sono italiane di etnia rom, poi una tedesca, una romena e una marocchina. «Cerchiamo di fare vivere i bambini e le loro madri come se fossero in una casa normale con una vita normale, cosa che tante di loro non hanno all'esterno», dice l'ispettore Conte. Al mattino la sveglia è alle 8. Entro le 9 i bimbi devono essere pronti, bagno e colazione, per essere portati (da volontari di Telefono Azzurro e altre associazioni) all'asilo nido. «Frequentano tutti la stessa scuola e per ora non ci sono stati problemi d'inserimento. In giugno, alla festa di fine anno, due detenute hanno avuto il permesso di parteciparvi». Mentre i piccoli sono al nido, le madri si dedicano alle faccende domestiche: «Ogni donna si occupa della pulizia della propria stanza e, a turno, delle parti comuni». Che sono la sala tv, la ludoteca, la cucina, i bagni. Tutto è tirato a lucido e l'ambiente profuma di sapone come fosse una pubblicità. Per le detenute c'è anche la possibilità di seguire corsi scolastici o di pasticceria. «Alle 15.30 i bambini rientrano dall'asilo, un'ora dopo c'è la merenda, alle 18 la cena. La sera ogni mamma addormenta il suo bambino e spegne la luce quando crede. L'assistenza medica è garantita tutti i giorni, il pediatra una volta la settimana se non ci sono urgenze. «Sono detenute che si trovano in una situazione privilegiata rispetto al resto d'Italia», dice don Gianfranco, il prete che visita quotidianamente l'Icam insieme a un ministro del culto dei Testimoni di Geova. «Infatti — continua don Gianfranco —, la loro preoccupazione principale non è per i bambini che stanno con loro qui dentro, che nel complesso vivono un'esistenza serena e quasi normale, ma per gli altri figli rimasti fuori». Come Monica, una sinti di 30 anni del campo nomadi di Garbagnate (Milano), reclusa con Jessica di un anno e nove mesi. «Ma io penso agli altri tre miei bambini che ora vivono con i nonni». Monica è all'Icam da un mese, furto in abitazione. «Ma io sono innocente, lo giuro. Pago per mia sorella. Ai miei figli più grandi, che hanno 9 e 8 anni e vengono a trovarmi ogni domenica, ho detto che sono qui per lavorare». Anche se le pareti sono tinte di giallo e i mobili ricordano Paesi lontani, all'Icam la legge è uguale per tutti e lo spettro per ogni madre detenuta è lo stesso che in qualsiasi altro carcere italiano: essere separata dal proprio bambino. Succede, per legge, al compimento del terzo anno d'età del pargolo. La madre rimane dentro a scontare la pena, i piccoli vanno in affido all'esterno. Un trauma che il primo marzo vivrà Sara, in prigione per furto, il marito in carcere a San Vittore, quando festeggerà il terzo compleanno di sua figlia Monica: «Cerco di non pensarci ma ci penso sempre. Siamo qui insieme da un anno e sei mesi. Lei è serena, ma poi? Ogni tanto ho il permesso di mandarla il weekend dai nonni, ai quali verrà affidata. Deve abituarsi. Al contrario dei bimbi che hanno una vita normale, lei i nonni li conosce solo ai colloqui della domenica. Grazie a Dio io uscirò in giugno. Ho sbagliato, ho commesso un reato e sto pagando, ma la legge sa essere davvero molto crudele».
Corriere della Sera, 01.02.2009

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Bambini condannati. Al carcere



Le norme Sono scritte nel regolamento penitenziario, ma gli asili sono pochi 59 in cella con le madri detenute, 36 stanno per nascere. A 3 anni affidati ai parenti. «Legge non applicata»

di Roberto Rizzo



I più fortunati, si fa per dire, hanno qualche giocattolo, magari anche un lettino vero, invece della branda dove dormire e una parete colorata. Gli altri, i più, sono trattati come gli adulti. Stanno dentro una cella, imparano il linguaggio carcerario («Andare all'aria», «Arriva la matricola» sono frasi che presto diventano familiari), vivono secondo i tempi e i ritmi della prigione. Sono i bambini detenuti negli istituti di pena italiani. Figli di madri finite dentro per reati che sono sempre gli stessi, furto o spaccio di droga. Piccoli che vanno dalla settimana di vita fino ai 3 anni. Poi, il giorno del loro terzo compleanno, spente le candeline, vengono tolti alle mamme (lo prevede la legge) e affidati alla famiglia, se c'è, oppure a qualche comunità che li ospiterà fino a quando la madre non avrà scontato la sua pena. Il numero dei bambini detenuti, incredibile, non è certo: «Al momento dovrebbero essere 70, ma il dato è ufficioso. Quello ufficiale, fornito dal ministero della Giustizia e fermo al 30 giugno 2008, dice che sono 59», spiega Riccardo Arena, un avvocato romano che da sei anni ha abbandonato la professione per dedicarsi al mondo dei detenuti e conduttore di «Radiocarcere», programma di Radio Radicale oltre che rubrica sul quotidiano Il Riformista. «Quei bambini sono pochi per interessare davvero a qualcuno». Lo dice l'ex ministro delle Pari Opportunità Anna Finocchiaro, attuale capogruppo al Senato per il Partito Democratico, che nel 2001 fece approvare una legge a suo nome. Norma che prevede che «le condannate madri di prole di età non superiore ad anni 10, se non esiste un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti…», abbiano la possibilità di espiare la condanna in strutture che non siano il carcere. Intento lodevole, peccato che, otto anni dopo, la legge Finocchiaro non ha ancora trovato applicazione. E i bimbi rimangono in carcere. Se n'è ricordato anche il ministro della Giustizia Angelino Alfano quando, recentemente, ha promesso: «Un bambino non può stare in cella. Approveremo una riforma dell'ordinamento carcerario che consenta di far scontare la pena alle mamme in strutture dalle quali non possano scappare ma che non facciano stare in carcere il bambino». Belle parole. Peccato che in tutta Italia di queste strutture ce ne sia soltanto una, a Milano. Nell'attesa, i piccoli carcerati devono accontentarsi del Regolamento penitenziario che all'articolo 19 dice: «Presso gli istituti o sezioni dove sono ospitate madri con bambini sono organizzati, di norma, appositi reparti ostetrici e asili nido. Le camere dove sono ospitate madri con i bambini non devono essere chiuse affinché gli stessi possano spostarsi all'interno del reparto o della sezione. Sono assicurate ai bambini all'interno degli istituti attività ricreative e formative proprie della loro età». Sarà così? Non proprio. «In Italia sono solo sedici gli asili nido allestiti all'interno di istituti di pena — afferma Arena —. Ma siamo sempre dentro un carcere, tra ogni genere di detenute, urla e rumori. Non è certo l'ambiente adatto a dei bimbi, talvolta neonati». Le storie di questi piccoli prigionieri sono tutte uguali. Per esempio, quella denunciata in questi giorni da Maria Grazia Caligaris, consigliere socialista della Regione Sardegna. È la storia di Josephine, una bimba nigeriana di un anno e dieci mesi «ancora dietro alle sbarre con la madre, incinta di 7 mesi e detenuta per droga, nel carcere Buoncammino di Cagliari». «Non solo Josephine deve stare in prigione ma non ha neppure ottenuto il permesso di frequentare l'asilo», aggiunge Caligaris. «Il carcere riproduce le stesse disuguaglianze della società. I bambini restano in cella perché, nella maggior parte dei casi, sono figli di donne straniere che non hanno niente, nemmeno un avvocato che le tuteli», dice Anna Finocchiaro. Secondo l'ex ministro, la soluzione sarebbe nelle mani dei Comuni: «Basterebbe pescare nel loro patrimonio immobiliare per creare centri di accoglienza dove far scontare a queste donne la pena ma permettendo loro di vivere con i figli in ambienti più simili a una casa che a una prigione». Se per un adulto la detenzione può essere un trauma, immaginiamo quello che rappresenta per un bimbo. Lo racconta una donna italiana, trent'anni, di cui cinque trascorsi nel carcere romano di Rebibbia, uno degli istituti dotati di una sezione Nido, insieme a sua figlia Chiara: «Quando sono stata arrestata la bimba aveva solo cinque mesi. In prigione Chiara ha subito risentito dello spazio chiuso, della mancanza di un ambiente familiare. Ha smesso di sorridere e ha iniziato a piangere in continuazione. È stata male diverse volte, ricoverata in ospedale sempre da sola perché noi mamme detenute non possiamo seguire i nostri piccoli in ospedale. È rimasta muta fino a due anni e mezzo». Fino a quando non è tornata ad essere una bambina libera. In mancanza delle istituzioni, proprio a Roma, a Rebibbia, è attivo da 15 anni il progetto «Crescere e giocare insieme». A portarlo avanti è un gruppo di volontari organizzato da Leda Colombini, femminista della prima ora, ex deputato Ds. «Il giorno di Natale, quando abbiamo fatto la festa, c'erano 21 madri detenute con i loro figli: due africane, tre italiane e le altre di etnia rom. Vivono nella sezione nido, dove si è cercato di dare una condizione più attenuata del carcere, con un giardinetto e dei giochi. Ma è sempre un ambiente ristretto, sottoposto alle regole del penitenziario». L'iniziativa principale del progetto Colombini è «ogni sabato portare fuori, dal mattino alla sera, i bambini detenuti per far vivere ad ognuno di loro una giornata normale. D'estate al mare, d'inverno in montagna o in piscina. I piccoli hanno la possibilità di scatenarsi fisicamente, cosa che in carcere non è permessa. Rinunciano volentieri al sonnellino pomeridiano pur di non perdersi qualche ora di gioco». L'altra attività dei volontari consiste nel portare i bimbi di Rebibbia all'asilo esterno: «Abbiamo ottenuto un pulmino dal Comune per portarli in tre nidi della zona. Sono bambini che fanno tenerezza, molto meno capricciosi dei loro coetanei». Di loro colpisce lo sguardo: «È diverso perché è uno sguardo che sbatte sempre contro un muro e, infatti, la creatività di questi bambini è molto limitata». Leda Colombini ha presentato una proposta di legge che ha consegnato in Parlamento. Per ora nessuna risposta.

Corriere della Sera, 01.02.09


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