domenica, giugno 29, 2008

Margara: lasciamoli in galera, recidiveranno 3 volte di più!




di Alessandro Margara (Presidente Fondazione Michelucci)

Il comunicato dell’Anfu (Associazione Nazionale Funzionari Polizia Penitenziaria)* è esemplare per dimostrare come chi svolge una attività importante ed essenziale dello Stato non ne conosca il funzionamento sostanziale: quali sono, cioè, le condizioni che dettano le linee e gli effetti di quel funzionamento. Prescindo, per ora, dal collegamento Gozzini-indice di criminosità e mi soffermo essenzialmente su due condizioni che influenzano quell’indice. La prima è l’ampliarsi della penalità, ovvero della normativa che prevede sanzioni penali e in particolare sanzioni detentive. Come emerge dalle statistiche, le esecuzioni penali detentive nel 1990 erano 36.300 (30.000 erano in esecuzione pena in carcere e 6.300 in misura alternativa). Negli anni che hanno preceduto il condono, le esecuzioni penali detentive erano circa 180.000: 60.000 detenuti + 50.000 misure alternative + un numero elevato di esecuzioni penali detentive in attesa di decisioni da parte dei tribunali di sorveglianza ai sensi della legge Simeone, numero che oscillava intorno alle 70.000. Sicuramente questi dati sono espressi con larga approssimazione, ma lo erano anche quelli del 1990. Se notiamo, però, che si tratta della quintuplicazione delle esecuzioni penali detentive, ci rendiamo conto che la penalità si è moltiplicata e non ci vuole molto a rilevare che ciò è accaduto con riferimento a due settori ben determinati: immigrazione e tossicodipendenza e alle norme relative, che vengono ora ancora modificate e sempre più severamente. La seconda condizione che determina il lievitare dell’indice di criminosità è che lo stesso è ricavato dalla efficacia del contrasto alle situazioni di reato. Ciò che si ricava da quell’indice è il numero accertato formalmente dei reati, che hanno un loro numero oscuro, come si dice, che non è noto. Ora il contrasto di polizia verso l’immigrazione e le dipendenze è ben noto. Quando nel comunicato dell’Anfu si nota la crescita delle denuncie, si dovrebbe verificare quanti, dei fatti denunciati riguardano tossicodipendenti e immigrati, e chiedersi se la linea di intervento di polizia non incide fortemente su queste denuncie e non sia dovuto alla intensificazione del controllo di polizia su quei fenomeni. Lo stesso dicasi per gli arresti, per i quali abbiamo come riprova, tutte le rilevazioni statistiche che dimostrano che tossicodipendenti, immigrati e anche persone in difficoltà sociali (e quindi fonte di disturbo sociale, quest’ultimo ormai sempre più contrastato) rappresentano i due terzi dei detenuti. Certamente occorrerebbe conoscere le componenti dell’indice di criminosità. Là dove sono state fatte ricerche, proprio negli Stati Uniti, è stato del tutto smentito il rapporto fra severità del trattamento penale e, cioè, alti livelli di carcerazione, e la crescita o la diminuzione del numero dei reati. Le circostanze che influiscono sulla crescita o la diminuzione dei reati sono molteplici e seguono un andamento sul quale influiscono l’andamento dell’economia, le modalità delle aggregazioni criminali, le tipologie della immigrazione (molto rilevante anche là). Sicuramente non influisce la severità penale ovvero quella che è stata chiamata tolleranza zero. Alla fine, c’è da chiedere agli autori del comunicato Anfu, che ci azzecca, come dice Di Pietro, la legge Gozzini con l’andamento dell’indice di criminosità? Come si è detto quella legge incide sulle modalità delle esecuzioni penali, ma questo è un dato a monte dell’intervento Gozzini. Se si vuole, si possono comunque aggiungere due dati. Il primo è che le revoche delle misure alternative sono minime (tra il 3,5 e il 4,5 %) e che tali revoche sono pronunciate per commissioni di nuovi reati in circa lo 0,20 % dei limitati casi indicati. Il secondo è che risulta da ricerche del Dap che la recidiva di chi espia la pena in misura alternativa, dopo 7 anni dalla conclusione della esecuzione della misura, è di 3 volte e mezzo inferiore a chi espia la pena in carcere. Quindi: lasciamoli in galera, recidiveranno 3 volte e mezzo di più.
* puoi leggere il comunicato alla pagina http://www.ristretti.it/commenti/2008/giugno/28giugno.htm#2

Lettera alla Redazione di Ristretti, 28 giugno 2008

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venerdì, giugno 27, 2008

Un caloroso benvenuto a Silvana Giambastiani, nuovo presidente dell'associazione Gruppo Volontari Carcere di Lucca

Si sono svolte lunedì 23 giugno presso la sede dell'associazione di volontariato "Gruppo Volontari Carcere" le elezioni per eleggere il nuovo presidente dell'ente.
Infatti, da quando, il 19 febbraio scorso l'amico Giuseppe Bicocchi era mancato dopo una lunga malattia, Agnese Garibaldi, già vice presidente del gruppo e direttrice della Casa di accoglienza San Francesco, aveva tenuto le redini dell'associazione conducendola appunto all'assembela dei soci di lunedì scorso che ha visto eleggere Silvana Giambastiani, avvocato e già da tempo legata alla vita del Gruppo Volontari Carcere.
La dott.sa Giambastiani, ringraziando i presenti, ha dichiarato di voler rafforzare l'azione del gruppo, anche nel solco tracciato dai precedenti presidenti, in particolare rispetto alla presenza di testimonianza e di sensibilizzazione ai temi del carcere e della pena rivolta alla cittadinanza.
A lei e al nuovo consiglio direttivo composto da: Agnese Garibaldi, Gianluca Testa, Don Mario Tolomei, Pier Giorgio Licheri, David Pellegrini, Alessandra Martinelli, Andrea Carignani, Gaetano Fugazzotto, nonchè ai nuovi sindaci revisori Armando Sechi, Giuseppe Lorenzini e Lamberto Panina i più fervidi auguri di un buon lavoro.
La redazione

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mercoledì, giugno 25, 2008

Lo stop alla legge Gozzini, passo indietro nella civiltà



di Alessio Carlucci e Luigi Paccione (Avvocati)

Il nuovo governo intende azzerare la legge Gozzini ma ignora (o fa finta di ignorare) che essa ha rappresentato il primo serio tentativo (seppure tardivo) di dare attuazione al principio costituzionale di rieducazione e umanizzazione della pena. Questa fu la ragione ispiratrice di una legge che, attraverso la concessione di benefici in favore di condannati con sentenza definitiva, mirava al loro recupero morale e sociale anche al fine di renderli soggetti attivi del progresso sociale, civile ed umano della società intera. Non può invocarsi il fallimento della legge perché in molti casi essa ha contribuito al reinserimento sociale dei condannati e, conseguentemente, ad un ridimensionamento della pressione criminale sulla collettività. Certo da sola non poteva allora e non può oggi risolvere il problema della sicurezza sociale perché quando entrò in vigore nel 1975 si disse da più parti che altri provvedimenti necessitavano sul piano sociale, comportamentale e lavorativo. Ricordiamo che quando la Gozzini fu varata mafia, camorra, ‘ndrangheta si erano già da tempo consolidate e i reati di terrorismo commessi successivamente avevano come protagonisti soggetti incensurati e, come tali, non ancora soggetti a tale legge. Il carcere doveva essere umanizzato nel senso che lì il condannato doveva pagare il proprio debito con la società espiando le proprie colpe ma recuperando i tratti migliori della sua personalità al fine di partecipare alla crescita della società stessa, al progresso civile e umano. Purtroppo il carcere è rimasto un luogo di emarginazione e di mortificazione dei più elementari diritti di persone come noi, molti dei quali hanno avuto la sfortuna di nascere "meno uguali" in una nazione in cui il principio di uguaglianza è e deve rimanere il primo comandamento civile. Si parla di elevare l´orario di lavoro a 60 ore settimanali e si continua ad ignorare che un detenuto ne ha meno della metà per uscire dalla cella, spesso angusta e sovraffollata e poter passeggiare in un piccolo cortile insieme a una moltitudine di compagni di reclusione. Bar, ristoranti e alberghi sono costantemente monitorati per ragioni di igiene e salute pubblica ma lo stesso non avviene per i luoghi di detenzione dove esseri umani consumano il loro pasto a ridosso dei servizi igienici. La neutralizzazione di una legge ordinaria quale la Gozzini ha quindi riflessi molto più ampi perché di fatto cancella principi costituzionali non solo relativi alle finalità rieducative di una pena il più possibile umana ma anche ai diritti fondamentali di uguaglianza, solidarietà e salute del cittadino. Lo stesso è avvenuto in occasione della recentissima creazione legislativa del reato di "immigrazione clandestina" che viola l´altro e non meno importante principio costituzionale di necessaria offensività del reato: un comportamento può essere punito solo se in concreto crea un danno o un pericolo per interessi dei singoli o della collettività. Nel caso di specie l´immigrato clandestino in quanto tale non cagiona nessun danno o pericolo per la collettività; nuoce solo se commette reati al pari dell´immigrato non clandestino, dello straniero comunitario o dello stesso cittadino italiano. Ora per la legge italiana sarà punibile solo "in quanto è" secondo un modello antico di reato che la Costituzione aveva cancellato perché usato (ed abusato) nel precedente ordinamento fascista. Ricordiamo fra tutti le leggi razziali che colpivano i cittadini italiani di origine ebraica e quelle contro i dissidenti politici, puniti duramente solo per il loro pensiero e indipendentemente da comportamenti criminosi o azioni antisociali.

La Repubblica, 24 giugno 2008

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venerdì, giugno 20, 2008

....se cambia la Gozzini...




di Patrizio Gonnella
Permessi premio e pene alternative: stretta sulla Gozzini. L’impatto del ddl Berselli, presentato al Senato, che rende più difficili i benefici di legge. Saranno plausibilmente almeno 20 mila in più le presenze in carcere se dovesse essere approvato il disegno di legge n. 623 recante "Modifiche alla legge 26 luglio 1975, n. 354, e al codice di procedura penale, in materia di permessi premio e di misure alternative alla detenzione". Il ddl è stato presentato dai senatori Filippo Berselli e Alberto Balboni, entrambi del Popolo della libertà e il primo alla presidenza della commissione giustizia. Il testo, qualora approvato, condurrebbe a un inasprimento del regime penitenziario, escludendo o rendendo estremamente meno accessibili gli attuali benefici di legge in caso di detenuti che mantengono una condotta tesa a cooperare con l’opera di reinserimento sociale. Il primo dei sei articoli in cui si divide il testo raddoppia da dieci a vent’anni il periodo di pena che deve essere espiata da un condannato all’ergastolo che abbia tenuto condotta meritoria prima di poter accedere al permesso premio. Il secondo articolo riguarda invece la misura alternativa al carcere dell’affidamento in prova al servizio sociale. L’affidamento fuori dell’istituto per un periodo uguale a quello della pena, che può oggi essere disposto se la pena detentiva da scontare non supera tre anni, viene limitato ai casi in cui la pena non supera il singolo anno. Diventa inoltre indispensabile il passaggio attraverso il carcere, che era stato reso facoltativo dalla legge cosiddetta Simeone - Saraceni nel 1998 per evitare inutili ingolfamenti penitenziari. L’articolo 3 del ddl Berselli si concentra sulla detenzione domiciliare: viene tra l’altro alzata da 70 a 75 anni l’età per accedervi per motivi di anzianità; viene portata da quattro a due anni la pena residua da potersi scontare presso la propria abitazione in specifici casi previsti (tra cui donna incinta, persona gravemente malata, minore di ventuno anni per comprovate esigenze di salute, studio, lavoro, famiglia); viene portata da due a un anno la pena residua da potersi scontare presso la propria abitazione negli altri casi; viene inoltre modificato l’articolo 656 del codice di procedura penale nella parte in cui è prevista la sospensione della pena entro il limite dei tre anni, riducendola a un anno. Si allungano i tempi per accedere alla semilibertà (vanno scontati almeno i due terzi della pena e in alcuni casi i tre quarti), del tutto inibita per gli ergastolani. Viene soppressa la liberazione anticipata, ossia la riduzione di 45 giorni a semestre prevista per chi ha regolare condotta in carcere. Oggi i detenuti sono 55 mila. Circa 22 mila sono quelli condannati in via definitiva. L’insieme delle misure previste produrrà di fatto l’accantonamento della legge Gozzini del 1986 nonché il rischio di sovraffollamento. Non è facile ipotizzare quale sia la sua portata effettiva. Ridurre la portata dell’affidamento in prova al servizio sociale, della semilibertà e della detenzione domiciliare significa togliere o ridimensionare la possibilità di accedervi a circa 15 mila persone. Complessivamente si può sostenere che nel solo giro di un anno potrebbero essere 20 mila in più i detenuti raggiungendo la quota record di 75 mila.

Italia Oggi, 19 giugno 2008

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lunedì, giugno 16, 2008

...e ora via al progetto per cancellare la legge Gozzini!

di Concetto Vecchio

Ecco il Ddl che cancella la Gozzini. Petizioni e proteste tra i detenuti. Contrarie anche alcune vittime dei reati: "Sarebbe solo un danno per la società". Legge Gozzini verso l’addio. Il Presidente della Commissione Giustizia al Senato, Filippo Berselli (An), ha presentato nei giorni scorsi un disegno di legge che ridimensiona sensibilmente i benefici di legge e gli sconti di pena per i detenuti. Sei articoli per cambiare tutto: semilibertà dopo avere scontato due terzi della condanna e non la metà; affidamento ai servizi sociali solo se la pena non supera un anno e non più tre; cancellazione della liberazione anticipata, che riduce le condanne di 45 giorni ogni sei mesi nei casi di buona condotta; concessione dei domiciliari se rimangono da scontare due anni e non quattro; niente più semilibertà agli ergastolani e permessi concessi dopo vent’anni di detenzione e non dieci. E infine, uscita dalla prigione a 75 anni, invece che a 70, "considerato il lieto allungarsi della vita umana". In alcune Case di Reclusione è partita una raccolta di firme per contestare le modifiche. La Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia (8 mila operatori carcerari) annuncia una mobilitazione che punta a coinvolgere Sindacati e Polizia Penitenziaria. Anche le vittime dei reati non nascondono le loro perplessità. Manlio Milani, Presidente dell’Associazione di Piazza della Loggia: "Così si riducono gli spazi di speranza e quindi le possibilità di recupero. Firmerò anch’io". "Lo spirito della Gozzini è ancora valido, non sempre il carcere è il luogo del ravvedimento", ragiona Olga D’Antona, parlamentare del Pd. "Sono per rivedere la norma che consente i patteggiamenti per i reati da ergastolo, e non nego che in passato ci siano state liberazioni anticipate che hanno suscitato giustamente allarme nell’opinione pubblica e tuttavia bisogna valutare caso per caso". "Io so cos’è la prigionia", premette Giuseppe Soffiantini. "Chi è in carcere va trattato con umanità. Ai detenuti dico: "Sarete liberi quando avrete imparato a non fare agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi". Silvia Giralucci, figlia del militante missino Graziano, la prima vittima delle Br nel 1974: "Rivedere in senso restrittivo i benefici sarebbe un danno per la società. I percorsi di reinserimento graduale non sono un regalo, ma un modo per fair sì che i delinquenti escano idealmente migliori di quando ci sono entrati. È nell’interesse di tutti, anche di chi come me è stato vittima di reati gravi, restituire individui che sono in grado di iniziare una vita diversa". Di converso Roberto Della Rocca, vice dell’Associazione vittime del terrorismo, sostiene che la norma "ha concesso troppe scappatoie". I pro Gozzini citano una ricerca del Ministero della Giustizia: il 19% di chi ha usufruito di pene alternative è tornato a delinquere nei sette anni successivi; percentuale che sale al 70% per chi ha trascorso in galera tutta la condanna "Questo disegno di legge - rintuzza Berselli - mira a recuperare certezza ed effettività della pena. I giudici irrogano quasi sempre al minimo, la pena effettiva da scontare di rado supera i tre anni e quindi ben pochi condannati finiscono in carcere". E cita il caso del terrorista Cristoforo Piancone, che aveva rapinato il Monte dei Paschi di Siena lo scorso mese di novembre, mentre si trovava in semilibertà.

La Repubblica, 15 giugno 2008



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lunedì, giugno 09, 2008

Progetto di servizio civile volontario "Vale la pena" - da svolgersi in ambito area della giustizia.




Vuoi spendere 12 mesi in un modo diverso e interessante? Ti piacerebbe osservare da vicino una realtà di cui tanto si parla ma che pochi conoscono veramente?

PARTECIPA COME VOLONTARIA E VOLONTARIO DEL SERVIZIO CIVILE NAZIONALE AL PROGETTO

VALE LA PENA

All’interno del progetto potrai optare per uno degli interventi proposti, che comprendono la presenza dentro la casa di accoglienza; i contatti con le famiglie; i colloqui in carcere; altre attività in carcere da svolgere assieme alle persone detenute o a quelle accolte presso la Casa San Francesco in misura alternativa o agli arresti domiciliari, quali la redazione di un giornalino, l’attività teatrale, la biblioteca, lo sviluppo delle attività del tempo libero; l’implementazione del nostro sito web; l’attività di sensibilizzazione, sul territorio; l'attività di sensibilizzazione ai temi del carcere e della pena rivolto alle scuole secondarie superiori nell'ambito dei programmi di educazione alla legalità; l’attività di accompagnamento e sostegno nella ricerca del lavoro per coloro che escono dal carcere e di supporto per chi usufruisce di borse lavoro, tirocini formativi; il sostegno ai cittadini detenuti cittadini extracomunitari; ecc.

  • Durata: 12 mesi
  • Probabile inizio: 3 NOVEMBRE 2008
  • Sede: presso la Casa San Francesco, Piazza San Francesco, 19 Lucca
  • Volontari ammissibili: 4. In caso di esubero di richieste si procederà ad una selezione.
  • Fruizione del vitto nell’orario di servizio e possibile alloggio per un volontario fuori sede.
  • L’orario di servizio settimanale è di 30 ore suddivisibili su 5 o 6 giorni
  • Acquisizione di competenze in ambito socio-assistenziale e nell’ambito della relazione di aiuto
  • Possibilità del riconoscimento da parte della facoltà di Scienze della formazione di Firenze del periodo di servizio civile come periodo di tirocinio, su richiesta
  • Accesso per ragazze e ragazzi tra i 18 ed i 28 anni
  • Compenso di 433,80 euro lordi mensili con la possibilità di un riconoscimento della copertura ai fini previdenziali

Per saperne di più puoi contattare: Massimiliano Andreoni ogni martedì dalle 17.00 alle 19.30 e ogni mercoledì dalle 14.00 alle 16.30 presso la Casa San Francesco, 19 a Lucca, oppure telefonare allo 0583/91797 per prendere un appuntamento.

In alternativa chiama Massimiliano al 349/1067623 oppure invia un fax al numero 178 600 3376, oppure manda una e-mail all’indirizzo gruppovolontaricarcere@gmail.com


TERMINE ULTIMO PER LA PRESENTAZIONE DELLE DOMANDE: ore 14.00 del 07 luglio 2008.

Cliccando qui potete scaricare la sintesi del progetto



COME PRESENTARE LA DOMANDA

Tutto il materiale di seguito elencato, debitamente compilato, deve essere consegnato o fatto pervenire tramite Raccomandata A/R all'ente titolare del progetto entro il giorno di scadenza del bando (Si specifica che non fa fede la data del timbro postale).

  • ALLEGATO 2
    DOMANDA DI AMMISSIONE AL SERVIZIO CIVILE VOLONTARIO IN ITALIA
    [scarica]
  • ALLEGATO 3
    Nonostante lo spazio ridotto viene richiesta all'aspirante volontario la compilazione dettagliata delle diverse voci.
    [scarica]
  • CURRICULUM VITAE - FOTOCOPIA DI UN DOCUMENTO D'IDENTITÀ VALIDO E DEL CODICE FISCALE
    La fotocopia deve contenere il fronte/retro di entrambi i documenti e va consegnata all'ente congiuntamente alla "domanda di ammissione al Servizio"
  • COPIA DEI TITOLI DI STUDIO IN POSSESSO E DI OGNI ALTRA DOCUMENTAZIONE SIGNIFICATIVA

E' possibile sostituire la consegna di tale documentazione consegnando specifiche autocertificazioni.

Inoltre il candidato, se supera la selezione, è tenuto a consegnare all'ente: CERTIFICATO SANITARIO ATTESTANTE L'IDONEITÀ FISICA ALLO SVOLGIMENTO DEL SERVIZIO CIVILE NAZIONALE VOLONTARIO, CON RIFERIMENTO ALLO SPECIFICO SETTORE D'IMPIEGO.

Le domande per iL progetto "VALE LA PENA" per il 1 ° bando 2008 dovranno pervenire al Gruppo Volontari Carcere entro e non oltre il 7 luglio 2008 ore 14.00.
Inviare a:

Gruppo Volontari Carcere
Piazza San Francesco 19 - 55100 Lucca
tel 0039058391797 fax 00391786003376
gruppovolontaricarcere@gmail.com

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domenica, giugno 08, 2008

Un'altra giustizia è possibile









Ciao, ci ho messo un po' di tempo a scrivere questo post ma adesso finalmente ci sono riuscito. Le foto che vedete sopra sono un piccolo spaccato dell'ultimo atto del corso di formazione "Un'altra giustizia è possibile", che si è concluso il 24 maggio scorso con la presenza di Valentina Cesaretti, Assessore al volontariato della Provincia di Lucca e Sergio Mura, Presidente della delegazione Cesvot di Lucca. Il 29 marzo erano venuti, sempre loro, a farci gli auguri per un' avventura che iniziava, ora, a due mesi di distanza, sono tornati a consegnare gli attestati ai 23 corsisti che hanno seguito con passione questa esperienza formativa.
Questi sono forse solo preamboli, ma ci tenevo, anche attraverso le foto, a raccontare, da un lato l'atmosfera gioiosa della "premiazione" e che ci ha accompagnati in tutti gli incontri, dall'altro anche l'interesse delle "istituzioni" per un corso come questo che rappresenta sì una goccia nell'oceano, ma che testimonia anche l'interesse delle persone anche per chi, oggi più che mai, si trova ai margini della società, e margine, in questo caso, spesso significa carcere.
Vorrei aggiungere un commento personale: da venti anni mi occupo di carcere e da un po' di meno di formazione, in particolare in ambito sociale, ma mai mi era capitata un'esperienza come questa. La "miscela" che i corsisti, i docenti, le relazioni che sono nate, i progetti che abbiamo immaginato, che tutti questi elementi hanno creato a me è sembrata qualcosa di "magico". Mi sento di dire che nella mia esperienza di progettista, coordinatore, formatore, questa è stata ed è ancora (perché ancora combineremo cose insieme) quella più bella, ricca e che mi ha dato più soddisfazioni e gioie!
Grazie, grazie di cuore a tutte le persone che hanno contribuito a renderla tale!
E adesso? Adesso alla ricerca del superamento di un alone di tristezza lasciato da un'avventura che finisce, stiamo cercando di creare altre occasioni: una visita al carcere di Lucca (speriamo!?), una gita in barca fino a Gorgona, una cena il 30 giugno alla casa di accoglienza per detenuti ed ex-detenuti, e magari, a luglio, per chi non sarà a prendersi la tintarella, un passaggio a Volterra per lo spettacolo de "La Compagnia della Fortezza" all'interno del carcere.
Che ne dite?
A presto e ancora grazie.
Massimiliano Andreoni

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sabato, giugno 07, 2008

Quanto mai attuale...



Prima di tutto

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c'era rimasto nessuno a protestare.

Questa poesia, pare sia stata erroneamente attribuita a Bertolt Brecht, mentre sarebbe opera del teologo e pastore luterano tedesco Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller. Pare anche che nel tempo le versioni siano state modificate in base alle "discriminazioni più in voga" in quella determinata epoca storica. Che cosa aggiungere? Forse che in questi tempi in cui ci viene propinata a piene mani la necessità di avere paura dell'altro, varrebbe la pena ricordare che "l'altro sono io".
Massimiliano

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A picco con la Bibbia in mano





Reportage.
Dopo 9 ore di mare il barcone affonda.
Tripoli: mai partito da qui.
Nessuna inchiesta, sconosciute le vittime

di Michele Farina

METLAOUI (Tunisia) — «Qui stavamo ancora ridendo». Isham fa partire il video, 26 secondi di felicità sul telefonino: ragazzi sul ponte, sdraiati sopra il gabbiotto del timone, i delfini velocissimi... «Eravamo noi lenti. Pesanti: in 380 su un coso che poteva portarne sì e no la metà». L'audio è una canzone in arabo: «Italia, Italia, Italià, mi sentirò bene solo quando sarò all'Italià...». Non ci sono mai arrivati «all'Italià». Dopo 9 ore di navigazione lo scafo (15 metri) comincia a imbarcare acqua a poppa. Lampedusa è a 15 ore. Il legno marcio del peschereccio acquistato dai trafficanti libici in Tunisia, il peso, un'ondata maligna, una falla nella stiva. «Abbiamo fatto salire le donne e i bambini — racconta Abdallah —. C'era una pompa, ma non funzionava. Abbiamo cominciato a tirar su l'acqua con le taniche del carburante». Catena umana. C'è chi ricorda «una nigeriana che stringeva una bibbia in mano». Erano le 14 di un giorno di quasi primavera quando un ragazzo ha sentito il timoniere egiziano: «Non ce la faremo». L'odissea dei 380 clandestini sarebbe finita in tragedia 8 ore dopo, al buio, a poche centinaia di metri dalla costa dove era cominciata: Libia, Zawia, fuori Tripoli. Isham mostra una foto: suo cugino Wisam aveva 18 anni, è sepolto oltre la fabbrica dei fosfati che adesso non assume più, l'unica di questo impasto di case e deserto chiamato Metlaoui, 400 chilometri a sud di Tunisi. La notte del 19 marzo 2008 Wisam Goma non è stato l'unico passeggero del barcone bianco e verde ad annegare nel Mare Nostrum. Difficile arrivare al numero esatto delle vittime. Difficile tutto, nella ricostruzione di una tragedia che ha visto 380 signori nessuno per ore alla deriva nel Mediterraneo. Questa è la storia di un naufragio fantasma, di una barca che ufficialmente non è mai partita dalla Libia così come non è mai partita un'inchiesta giudiziaria. I nomi dei testimoni sono stati cambiati. Fonti della polizia di frontiera confermano al Corriere 17 salme tunisine. Ricordando le liste fatte circolare nelle prigioni libiche, diversi sopravvissuti parlano di una quarantina di vittime. Sul peschereccio erano stipati nordafricani, egiziani, ma anche senegalesi, nigeriani e somali in fuga dalla guerra civile. Metà tunisini, e di questi 54 sono partiti da qui, Metlaoui. Dalla città grigia dei fosfati viene un ragazzo che ha avuto più fortuna. Stessa tratta, qualche giorno dopo. Da un mese fa il bracciante in Sicilia. È contento. Dalla sua voce è arrivato al Corriere il passaparola di questa storia: una telefonata a casa, le prime notizie sul naufragio, l'arresto dei sopravvissuti, la violenza, le ingiurie, il lento ritorno, l'attesa di una nuova partenza. Zizou è tornato a Metlaoui una settimana fa. Due mesi in prigione l'hanno segnato. «Quando è arrivato non l'ho riconosciuto» dice il padre. Disoccupato, come tanti. Per pagare i 5.000 euro del passaggio per i due figli ha venduto la casa. I ragazzi si sono salvati, il resto no. Adesso sono in affitto, pochi mobili. Zizou ha ricominciato a lavorare: trasporta sabbia dal deserto per tre dinari al giorno (meno di due euro). Nessuno sa che la legge in Italia (e in Europa) sta cambiando. Il reato di clandestinità, reclusione fino a 18 mesi... «Meglio una galera in Italia che il nulla qui» sbotta il padre. Zizou annuisce. I compagni di naufragio sono d'accordo. Ali, 30 anni, vende angurie. Ha vissuto cinque anni a Padova, 2 in galera per spaccio. Rispedito in Tunisia nel 2007. Dice che l'ha denunciato «la moglie napoletana». «Ha detto alla polizia che non vivevamo insieme». Perché? «Non le passavo più 500 euro al mese». Un matrimonio d'interesse: «Vai a Napoli, paghi 6.000 euro e ti sposi in Comune. C'è un mediatore. Un tunisino. Arrivo alla stazione. Lui arriva con una cinquantenne sul motorino. "Tua moglie", mi fa in arabo. "Così anziana?", dico io. E lui: "Devi forse andarci a letto?". Il giorno dopo a un mio amico è andata peggio: un'ottantenne in sedia a rotelle». E in Comune? «Tutto combinato». Perché non a Padova? «Lì non ti sposano neanche per 50 mila euro. Razzisti!». Ride, Ali. Ma quando parla dell'ultimo viaggio la faccia diventa dura. «Volevano farci morire». Con l'acqua nella stiva, l'egiziano al timone chiama il boss libico. «Quel bastardo dice che viene un peschereccio ad aiutarci. Dopo 4 ore ancora niente. Alla fine appare un gommone con una pompa. Neanche quella funziona». Secondo un sopravvissuto poi giunto in Italia, Mohammed, i libici sul gommone (4 armati) avevano l'ordine di affondare la barca. Ma si sono impietositi quando qualcuno a bordo ha alzato i bambini in aria. Il barcone che affonda arranca verso la costa. Arriva a un vecchio porto. Il sollievo delle luci, la paura della polizia. Questa è la Libia di Gheddafi. Il peschereccio è fermo a poche centinaia di metri da riva. C'è chi grida «affondiamo», chi sente degli spari. Si buttano. È il caos. Una nigeriana incinta è la prima ad annegare. A riva gli agenti accolgono i superstiti con i manganelli elettrici. I naufraghi passano settimane in quattro prigioni. Le famiglie pagano gli avvocati che pagano chi di dovere. «Gli agenti pisciavano nel pozzo dell'acqua». Nuovi arrivi: «Un giorno sono arrivate 26 nigeriane. Quelle con i soldi sono uscite, le altre le violentavano gli agenti, una era incinta ». Zizou racconta di alcuni somali che stanno là da anni senza processo. Il traffico parte dalla Libia. Meno dalla Tunisia, che ha inasprito le pene per gli scafisti. Si attraversa il confine con i passatori. Di là qualcuno ti porta in un centro di raccolta, una casa abbandonata. Isham giura di essere arrivato su un camion militare libico. «È un business dove mangiano in tanti». La Libia è uno Stato di polizia efficiente, difficile agire senza coperture. I migranti restano chiusi giorni prima di essere condotti alla spiaggia. Da lì in gommone fino al peschereccio. «Italia, Italia, Italià, mi sentirò bene solo quando sarò all'Italià...».
Corriere della Sera, 7 giugno 2008

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venerdì, giugno 06, 2008

Immigrazione: "non in nostro nome", associazioni a confronto



Arci, Caritas Firenze, Cnca, Cospe e Fondazione Michelucci, firmatarie dell’appello, hanno incontrato oggi presidente e il vicepresidente della Regione Toscana, trovando conforto nelle loro preoccupazioni sul clima sviluppatosi in Italia. Le associazioni Arci, Caritas di Firenze, Cnca Toscana, Cospe e Fondazione Michelucci, firmatarie dell’appello "Razzismo. Non in nostro nome", fortemente preoccupate per il clima che si sta sviluppando nel paese, hanno chiesto e ottenuto un incontro al presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, e al Vice Presidente, Federico Gelli. L’incontro si è svolto oggi e ha mostrato una sostanziale condivisione col Presidente Martini e il Vice Presidente Gelli delle preoccupazioni delle associazioni. Nel corso dell’incontro, Vincenzo Striano, presidente dell’Arci Toscana, ha esposto le motivazioni che hanno spinto questo gruppo di associazioni (altre aderiranno in seguito) a concordare una serie comune di iniziative. "Vanno sempre prese in considerazione le paure della popolazione, anche quelle più irrazionali, ma per farle scomparire - ha affermato -. È pericoloso inseguirle e alimentarle. Bisogna reagire al clima di razzismo che sta pericolosamente crescendo nel paese. Per quanto ci riguarda non solo siamo contrarissimi ad ipotesi di Cpt ma proporremo alle altre associazioni, alla Caritas in particolare, di scrivere insieme una carta dell’inclusione o della convivenza da affiggere in tutti i luoghi frequentati da molte persone come case del popolo e parrocchie." Per la Caritas diocesana di Firenze, il direttore Alessandro Martini ha voluto ricordare che "la Toscana delle istituzioni e della società civile, nella sua tradizione storica e nella realtà diffusa, ha sempre proposto un modello sociale inclusivo. La situazione di disagio in cui per una serie di fattori versano le città (la precarietà o la mancanza del lavoro, l’impoverimento delle famiglie, la mancanza di abitazioni, la solitudine degli anziani, lo smarrimento dei giovani, una diffusa percezione di insicurezza) va affrontata con la volontà di risolvere i problemi e non di inasprirli, di produrre coesione sociale e non divisione. Una rapida approvazione della Legge regionale sull’immigrazione - ha concluso - costituirebbe un segnale concreto di contrasto e di rifiuto della xenofobia e del razzismo, che costituiscono un pericolo sempre latente nelle situazioni di crisi sociale, anche nel nostro territorio". Da parte sua Alessandro Margara, presidente della Fondazione Michelucci, ha introdotto il tema delle nuove previsioni normative, del Governo. "Molte di queste - l’aggravante per la condizione di irregolarità del titolo di soggiorno per chi commette reati, la previsione dell’irregolarità stessa come reato, l’innalzamento del periodo di permanenza nei Centri di Permanenza Temporanea (ora denominati Cie, Centro di Identificazione ed Espulsione) - presentano non solo una dubbia efficacia e il rischio di effetti perversi sul sistema giudiziario e penitenziario, ma anche forti perplessità sotto il profilo costituzionale. In particolare - ha sottolineato - l’innalzamento tempi di trattenimento da 2 a 18 mesi nei Cie, configura queste strutture come surrogati carcerari e la permanenza al loro interno come una anticipazione di una pena detentiva, pur in assenza di reato, di gran lunga superiore a quella che nelle carceri viene mediamente scontata". Sull’ipotesi nuovamente affacciata nelle ultime settimane, da parte governativa, di realizzare un Cie in Toscana si è soffermato don Armando Zappolini, presidente regionale del Cnca. "Le associazioni sono state contrarie negli scorsi anni ai Cpt perché questi rappresentavano una palese violazione dei diritti umani e delle garanzie personali". Nel caso che, nonostante la diffusa opposizione, un Cir venisse realizzato in Toscana "le associazioni firmatarie si impegnano a promuovere in tutto il variegato mondo dell’associazionismo e del terzo settore toscano un fermo e condiviso atteggiamento di contrarietà alla costruzione di un Cie in Toscana e, nel caso questo fosse nonostante tutto realizzato, un generalizzato diniego a qualunque forma di coinvolgimento nella sua gestione". Infine Udo Enwereuzor, del Cospe, ha ricordato che "la forte difficoltà, dettata dalla Legge Bossi-Fini, ad entrare regolarmente in Italia costringe, più o meno temporaneamente e reversibilmente, a situazioni di irregolarità moltissimi immigrati che hanno un lavoro, una casa, e che rimangono esposti per via della loro condizione a lavoro nero e malpagato e a forme di sfruttamento. L’unica strada per limitare l’irregolarità, che non sia l’impraticabile suggestione repressiva, è una politica dei flussi che faciliti l’ingresso regolare. L’idea di espellere tutti coloro che in questo quadro normativo non sono in regola con il titolo di soggiorno contrasta con la realtà di inserimento lavorativo - e con l’interesse di imprese e famiglie italiane - che riguarda la stragrande maggioranza degli irregolari".


Redattore Sociale, 6 giugno 2008

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martedì, giugno 03, 2008

LA DOMANDA DI SICUREZZA PUO' NON INVESTIRE I SERVIZI?


Tracce per una discussione pubblica

Anna Muschitiello Segretaria Nazionale Coordinamento Assistenti Sociali della Giustizia (CASG)

La domanda di sicurezza è diventata negli ultimi tempi sottofondo mediatico che accompagna la nostra quotidianità di cittadini in generale e di professionisti del sociale in particolare e sta determinando cambiamenti sostanziali per la convivenza civile, generando conflitti sociali inediti nel nostro paese. Mai in passato l’Italia, che pure ha attraversato momenti difficili, come ad es. il terrorismo degli anni ’70, si era dovuta confrontare con episodi che fanno apertamente riferimento a forme di intolleranza verso la diversità, in qualunque modo essa si evidenzia fino a rasentare forme di vero e proprio razzismo. La situazione attuale appare come la naturale e-voluzione o meglio in-voluzione della tendenza, affermatasi nella politica degli anni appena trascorsi, spostando sempre di più nell'area del penale le soluzioni a problematici fenomeni sociali, quali: le dipendenze, l’immigrazione, il disagio psichico, il progressivo impoverimento di sempre maggiori strati di popolazione, ecc. Stiamo assistendo di fatto ad un rilevante allargamento dell’area del penale, con la conseguente riduzione, non certamente senza grossi rischi, delle politiche sociali e degli spazi di democrazia. A questo proposito esiste un‘attenta analisi sui fenomeni che stanno caratterizzando i contesti politici e sociali dei giorni nostri nelle società moderne occidentali fatta da D. Garland. Sembra che con l’ultima campagna elettorale e con i risultati emersi dal voto sia caduta ogni remora e ci si senta legittimati ad attuare il controllo sulle aree più povere e marginali, ricorrendo ai soli metodi di pura repressione o di risolvere l'incapacità di gestire adeguatamente enormi emergenze sociali, quali: i processi migratori, la precarizzazione del lavoro, l’impoverimento dei meno abbienti e di aree di ceto medio, l’ aumento della marginalità sociale, attraverso l’uso della forza e trasformando di fatto problemi sociali solo in problemi di ordine pubblico. Non c’è dubbio che tutto ciò abbia un forte impatto in termini di consenso sociale e politico, ma è necessario che emergano anche le ricadute nei diversi contesti istituzionali e della società. Il fatto che queste scelte porteranno necessariamente alla ri-proposizione della situazione carceraria pre-indulto con un sovraffollamento ingestibile, sembra preoccupare solo gli addetti ai lavori, mentre la classe politica è preoccupata solo di assecondare un immaginario… di un'opinione pubblica spaventata e vendicativa, disposta ad attribuire consenso solo in cambio di rassicurazione immediate e non razionali e a lungo termine. Ci chiediamo: una volta finita la pena quando si torna nel proprio contesto territoriale, in quali condizioni ci si ritrovi se non si hanno quelle condizioni minime per sopravvivere, quali: casa, lavoro, relazioni affettive e amicali valide? Non si è nei fatti solo spostato nel tempo il problema? Questo è il quadro che dà ragione ad un inaccettabile paradosso: più emerge con evidenza il fallimento delle funzioni storiche, degli stessi fondamenti teorici della pena (retribuzione, rieducazione, prevenzione), tanto più si ricorre alla stessa, nella sua versione carceraria, massicciamente applicata al di fuori dei necessari criteri di proporzionalità e di garanzia, soprattutto verso quei soggetti e quei comportamenti (di devianza sociale) cui più frequentemente si associano immagini di insicurezza. Riteniamo che non siano queste le soluzioni che risolvono i problemi di una società post industriale confusa, disorientata, abbandonata alla precarietà esistenziale. 1 F.Prina “Il declino dell’ideale riabilitativo” in Animazione Sociale n.8/9 2002 pp.3 -10 2 Questo non è un fenomeno solo italiano, ma in Italia sta assumendo forme inedite e molto più cruente che negli altri paesi europei, probabilmente a causa sia di un’endemica debolezza del nostro sistema sociale sia dell’assenza di un adeguato sistema di garanzie. Nelle società più avanzate, l’affermazione di una visione economicistica, riduttiva e banalizzante della società riduce la società stessa ad una somma di individui, con spinte molto forti verso l’individualismo, illudendosi, che si possa vivere al di fuori delle relazioni socio emotive tra le persone stesse che la compongono. Questa situazione fa da sfondo alla convinzione che l'individuo che si colloca al di fuori del sistema socio-economico e che esprime un disagio, vada controllato o meglio, contenuto con la forza, tanto da far ritenere prioritario investire nel sistema penale e di polizia riducendo sempre di più le risorse in campo sociale. Ci si illude che lo spostamento dei costi da un’organizzazione (servizi sociali) all’altra (polizia) possa corrispondere ad un risparmio (tutto da dimostrare), invece è indicatore della fragilità della società moderna. Una società che sente il bisogno di usare la forza per garantire la sicurezza dei propri cittadini e non è capace di gestire le proprie paure, attraverso l’inclusione della diversità, la ricerca delle soluzioni ai problemi piuttosto che attraverso la repressione, dimostra di fatto tutta la sua impotenza di fronte a tali problemi. Come operatori del sociale e in particolare del settore penale raccogliamo la sfida lanciata da Franca Olivetti Manoukian di “….farci carico del disagio collegato alla percezione della insicurezza dilagante e contagiosa e di offrire letture meno semplificate di quelle circolanti”. E’ innanzitutto importante premettere che la lettura semplificata di questi fenomeni trova uno spazio sui “media” impensabile, al contrario non trovano lo stesso spazio gli episodi di quotidiana positività (fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce). Nell’articolo di F. Olivetti Manoukian si fa presente che: “… nonostante il lavoro che da anni svolgono, nonostante gl’investimenti di motivazione, di energie, di varie forme di finanziamenti (n.d.r.pochi) non possiamo registrare nei confronti dei servizi sociali un’ampia e solida legittimazione…né da parte dell’utenza diretta né da parte di quella indiretta (società, opinione pubblica)”. E’ opportuno segnalare che negli ultimi anni le numerose ricerche finalizzate a valutare la utilità e a misurare l’efficacia delle misure alternative al carcere e quindi dei servizi preposti ad esse, hanno dato risultati positivi, sia per quanto attiene la percentuale di revoche (dati rilevati dal sito del Ministero della Giustizia), sia per la recidiva. La crescita delle misure alternative è stata costante ed esponenziale: in particolare, dal 1991, anno in cui le misure alternative erano complessivamente inferiori a 5.000, se ne è avuta la decuplicazione, avendo raggiunto nel 2005 quasi quota 50.000. Le misure alternative seguite dagli UEPE nell’anno 2006 sono state 45.546 mentre Il totale delle revoche di tutte le misure alternative solo 2564 (6,06%) Per quanto riguarda le recidive: le conclusioni di una ricerca della Direzione Generale Esecuzione Penale Esterna del DAP, condotta su 8.817 casi di affidamento, conclusasi nel 1998 in tutta Italia, mirata essenzialmente alla valutazione della recidiva in nuovi reati da parte dei fruitori di affidamento in prova negli anni seguiti alla conclusione della esecuzione dello stesso, ha riscontrato che solo nel 19% dei casi vi era stata recidiva negli anni successivi al 1998 fino al 2005 e, quindi, per 7 anni. Parallelamente si è verificato, fra tutti gli scarcerati a fine pena nel 1998 (5772), non fruitori pertanto di misure alternative, che aveva recidivato il 68,45%. Mentre da altra ricerca condotta nel 2005 dall’ UEPE di Firenze (Progetto Misura), in collaborazione con l’Università di Firenze, è stato messo in evidenza che una modalità di esecuzione della pena diversa da quella del carcere, svolta con forme di gestione diversa da parte di 3 assistenti sociali e operatori sociali e con strumenti tecnico-professionali di tipo relazionale, risulta più efficace. Non si pretende che i dati statistici spieghino tutto, ma che essi ci diano una visuale diversa da quella data dai mass media e più oggettiva della situazione, certamente si; la loro valutazione, infatti, porta a concludere che il sistema di implementazione della misura dell'affidamento, imperniato sulle modalità operative del servizio sociale, che utilizza il lavoro di rete con i servizi territoriali pubblici e privati, ha complessivamente funzionato nel raggiungimento del duplice obiettivo di rafforzare i processi di inclusione e coesione sociale, attraverso il rispetto delle prescrizioni e della legalità e favorendo, in tal modo, una maggiore sicurezza dei contesti di vita dei cittadini. Quando i dati non c’erano, tutti ne rimarcavano l’assenza e ci si affannava a dimostrare che le MM.AA in realtà funzionavano, ora che i dati ci sono, sembrano non avere alcuna importanza. Il fatto che un vasto numero di condannati abbia usufruito di percorsi d’inclusione e che la maggioranza ne abbia fatto anche buon uso sembra non interessi proprio a nessuno. Inoltre gli episodi negativi riportati ed enfatizzati dalla stampa e dalle televisioni riguardano singoli soggetti che rappresentano una minima parte di coloro che vivono, lavorano e hanno un’esistenza del tutto normale a contatto quotidianamente con la cittadinanza, senza che nessuno si accorga della diversità e che si senta minacciato dal “deviante”. Questa descrizione dettagliata dell’ambito in cui operiamo, quotidianamente, come assistenti sociali del settore penale è stata fatta per mettere in evidenza che la percezione di insicurezza ha origini molto diverse e che non sempre è collegata ad episodi concreti e reali. Spesso le persone intervistate dichiarano di non aver subito direttamente reati, ma di avere paura in base ad un copione già sentito e ripetuto in televisione. Questo non vuol dire che si tratta di un falso problema, ma bisogna avere la consapevolezza che la paura che attraversa le nostre società post industriali è una paura profonda che riguarda l’incertezza del futuro e la paura concreta di dover modificare il tenore di vita che si è conquistato e che si affronta prendendosela con l’ultimo arrivato (l’immigrato) o con il più debole (il malato psichico o il tossicodipendente ecc.) Dicendo questo non si vuole negare il problema della sicurezza, né si vuole dire che i servizi sociali non possano fare di più e meglio per intercettare questo disagio dilagante e farsene carico, però una cosa è certa e cioè che i servizi non possono farlo da soli. I servizi sociali, (sia quelli presenti sul territorio sia quelli più specialistici), non possono operare concretamente per farsi carico del disagio che attraversa i vari strati di società, se non c’è una volontà sociale e politica, quello che si chiama “mandato istituzionale” che legittimi il loro intervento, anche attraverso le risorse necessarie, i finanziamenti e le politiche finalizzate all’ascolto e alla rassicurazione delle persone. Una società avanzata come la nostra non può considerare i servizi sociali un optional o uno spreco, ma essi sono l’espressione di una società evoluta che intende andare alla radice dei problemi, cercando di trovare soluzioni adeguate agli stessi. Fino a quando la classe dirigente del nostro paese continuerà, invece, a seguire per ragioni di puro consenso le richieste della popolazione, rafforzandone le forme di pulsioni più basse ed emotive, anziché guidarla e indirizzarla attraverso l’individuazione delle soluzioni ai problemi che l’angosciano, i servizi avranno difficoltà a raggiungere i propri obiettivi. La legislazione emanata nell’anno 2000 sia in campo sociale con la “legge Quadro sui servizi integrati alla persona (l. 328/2000)” che attraverso la coniugazione dei bisogni della popolazione con le risorse messe a disposizione sia dalle istituzioni locali e statali, ma soprattutto dalla comunità territoriale in forme di solidarietà e imprenditorialità sociale, forme che si erano molto sviluppate nel corso degli anni in un’ottica di sussidiarietà con l’ente pubblico, sia in campo penale: “Nuovo regolamento di esecuzione dell’Ordinamento Penitenziario L. 230/2000”, che recepiva le istanze più innovative della legislazione sociale e dava indicazioni chiare agli allora CSSA oggi UEPE, circa le modalità con cui dovevano integrarsi con il territorio, per soddisfare i 4 bisogni dei soggetti sottoposti ad esecuzione penale. avrebbe potuto rappresentare un’opportunità per le politiche sociali in risposta alle esigenze delle popolazioni, attraverso una programmazione integrata a livello territoriale che tenesse conto dei fenomeni sociali più evidenti ed emergenti, con il contributo dei servizi pubblici e privati, operanti su quel territorio e anche della popolazione attraverso le sue forme organizzate. Questo però non è avvenuto o non è avvenuto dappertutto, perché sono mancati i finanziamenti necessari e la volontà politica di realizzare una vera integrazione, nonché la necessaria divulgazione e affermazione di questa nuova cultura dei servizi. Occorre, quindi che ciascuno riveda, superando le superficiali e semplificate rappresentazioni mediatiche, l’idea che ha della società, della convivenza civile, della struttura che vuole dare al sistema dei servizi e alla persona e della concezione della pena. Noi siamo convinti che la sicurezza e una vita sociale soddisfacente per tutti è garantita da un sistema democratico che si rivolga al cittadino in quanto persona nel suo ”Intero” al di là della sua condizione particolare di ricco, povero, malato, disoccupato, detenuto, immigrato ecc.
Milano 03/06/08.

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lunedì, giugno 02, 2008

Mi sento poco sicuro, perché ho paura degli italiani!




di Marino Buzzi
Mi guardo intorno con un po’ di sgomento e mi rendo conto che da qualche tempo ho cominciato ad avere paura. Non mi sento più sicuro in questo paese. Guardo il telegiornale e assisto impotente ad una serie di servizi sulla criminalità degli stranieri. La prima notizia tratta di una rumena che ha cercato di rapire un bambino. La seconda di un extracomunitario che ha violentato una ragazza. La terza notizia parla di furti in villa commessi da stranieri. Io però non ho paura degli extracomunitari, in questo momento, in questo paese, ho paura dei miei connazionali. Ho paura degli italiani. Da anni ormai l’informazione lavora a creare un clima razzista. Io credo che chi sbaglia, a prescindere da sesso, razza e religione, debba rispondere delle proprie azioni. Rimango però stupito nell’apprendere che il rumeno che uccide rimane sui giornali per settimane mentre l’italiano che commette lo stesso reato ha il privilegio di venire immediatamente dimenticato dai mass media. Ora, mi rendo conto che occorra trovare dei capri espiatori per far credere agli ingenui che la situazione italiana non sia colpa degli italiani stessi e di una classe politica inadatta, ma possibile che la gente creda veramente che, in un paese in cui ci sono la mafia e la camorra, l’emergenza sicurezza sia da attribuire ai rom? Vedo in tv uno speciale sulla criminalità, intervistano brave famiglie di Reggio Emilia, sono tutti indignati per la presenza di stranieri. Il giornalista chiede se questi delinquono e la gente risponde: "no, no… anzi…". Il vero problema è che siamo razzisti. Senza scuse né giri di parole. Vogliamo la forza lavoro, vogliamo pagarli poco, magari farli lavorare in nero e poi vogliamo che quelle stesse persone che sfruttiamo scompaiano nel nulla alla fine del turno. Non li vogliamo nel nostro stesso palazzo, neghiamo loro i diritti che ogni cittadino dovrebbe avere e pretendiamo che questi stiano zitti solo perché "sono in casa nostra". Non vogliamo vedere gli stranieri nei nostri bar, nelle nostre piazze, nelle nostre scuole. Non vogliamo concedere loro la possibilità di mescolarsi con i nostri figli, di pregare il proprio Dio, di diffondere la loro cultura. Perché li riteniamo esseri inferiori, carne da macello destinata alla produzione senza pensare che dietro a quei nomi stranieri che fatichiamo a pronunciare ci sono uomini e donne che hanno rischiato la vita per assicurare un futuro migliore ai propri figli. Che poi è la stessa cosa che abbiamo fatto noi italiani sino a non molto tempo fa, quando emigravamo in America e venivamo sottoposti alle stesse umiliazioni che oggi infliggiamo agli stranieri. Però ce ne siamo dimenticati perché è più facile vedere solo il proprio pezzetto di giardino piuttosto che avere una visione globale del problema e se qualcuno ci fa notare questa cosa subito ci indigniamo e diciamo "eh ma è successo tanto tempo fa". Sento i discorsi della gente in treno, dicono che gli stranieri puzzano, che parlano sempre ad alta voce, che i rom devastano ogni cosa, che gli stranieri fanno pipì per la strada e poi fanno quella cosa strana, come si chiama, quel Ramadan. Ma si può? In un paese cristiano come il nostro! È una vergogna… una vergogna. Eppure le fabbriche hanno bisogno di queste persone, gli imprenditori hanno bisogno di gente ricattabile e senza diritti e anche la malavita organizzata italiana (che, a sentire i telegiornali, è scomparsa) ne ha bisogno. Io cammino per le vie di Bologna, la città in cui lavoro, e percepisco la paura delle persone che stanno per la strada. Quando ti fermi a chiedere un’informazione la gente scappa e ti guarda terrorizzata, se cammini più velocemente degli altri e ti avvicini troppo a qualcuno quello subito si volta a guardarti e afferra la propria borsa come se tu volessi rubargli il portafogli. Ho sentito ragionamenti del genere "tutti a casa propria" oppure "I soldi devono rimanere nelle regioni di provenienza", a un certo punto (sempre in treno, sono pendolare) qualcuno teorizzava di mandare a casa tutti gli extracomunitari, di curare tutti i "froci" e di dividere il nord dal sud. Beh, almeno lui aveva le idee chiare. Quello che è un po’ confuso e spaesato sono io. Sino ad un anno fa si parlava di Pacs, di integrazione, di voto agli stranieri e oggi si dà fuoco ai campi Rom e si parla di tolleranza zero. Mi devo essere perso qualche passaggio, la società italiana si è trasformata improvvisamente da una società desiderosa di andare "avanti" ad una società chiusa e razzista. E poi mi chiedo ma tolleranza zero verso chi? Verso i ragazzi (italiani) che a Verona hanno ucciso un ragazzo per un futile motivo? Verso i bulli (italiani) che hanno incendiato i capelli ad un loro amico e che avevano, sul computer, foto e siti neonazisti? Verso i ragazzi (italiani) che hanno violentato e ucciso una loro compagna di classe di quattordici anni? Verso l’italiano che ha stuprato una ragazza rumena? O la tolleranza zero deve valere solo per gli extracomunitari e i nostri figli devono essere lasciati liberi di delinquere? Sì, io mi sento meno sicuro in questo paese e ho molta paura. Degli italiani però.
Kataweb, 30 maggio 2008

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