lunedì, marzo 31, 2008

Ottimo successo dell'apertura del corso "Un'altra giustizia è possibile"



Si è aperto sabato 29 marzo il corso di formazione organizzato dal Gruppo Volontari Carcere di Lucca "Un'altra giustizia è possibile" per volontari ed operatori dell'area penale.
Gli iscritti sono complessivamente 25, di varia provenienza, sia da un punto di vista professionale, che "geografico"...(un saluto ad Anna che per partecipare a questo corso ogni week end parte da Avellino!!!).
Il clima d'aula è stato ottimo ed a questo ha contribuito anche il docente, l'amico Alessandro Margara, che ci ha introdotti magistralmente ai temi del carcere e della pena.
Quando si pensa, si progetta e si realizza un percorso, si vive un'esperienza particolare, come un "piccolo" parto e successiva crescita, per questo mi fa particolarmente piacere l'interesse e lo sviluppo che sta prendendo questo corso.
Grazie a tutti.

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domenica, marzo 30, 2008

Il cinque per mille????? ...ma al Gruppo Volontari Carcere no??!!


Anche quest’anno c’è una nuova possibilità per aiutare la nostra Associazione. Nella dichiarazione dei redditi che ci apprestiamo a fare nei prossimi mesi, potremo infatti decidere di destinare una quota pari al 5 per mille dell’IRPEF a sostegno di una specifica associazione che svolge attività di promozione sociale e di volontariato e che non ha fini di lucro. Anche il GRUPPO VOLONTARI CARCERE di Lucca rientra fra le associazioni cui è possibile destinare tale quota. Fare questa scelta è molto semplice, e soprattutto non comporta alcun costo per il contribuente. Non si tratta infatti di una tassa in più ma sei tu che decidi a chi destinare il 5 per mille di quello che hai pagato di tasse in un anno. Si tratta di una parte di imposte a cui lo Stato rinuncia per destinarla alle organizzazioni no-profit per sostenere le loro attività. Questo 5 per mille, inoltre, si va ad aggiungere e non sostituisce l’ 8 per mille destinato ad altri enti, il quale rimane possibile con le stesse modalità degli anni precedenti. Come fare per destinare il 5 per mille della propria IRPEF al GRUPPO VOLONTARI CARCERE? I modelli per la dichiarazione dei redditi (CUD, modello 730, UNICO persone fisiche),contengono uno spazio dedicato al 5 per mille,in cui devi apporre la tua firma ed indicare il codice fiscale del GRUPPO VOLONTARI CARCERE (01271500462) nella sezione relativa al volontariato. Automaticamente lo Stato verserà nei mesi successivi alla nostra associazione l’equivalente di quanto i contribuenti hanno deciso di destinarvi, senz’alcun costo aggiuntivo per essi. Ti chiediamo quindi di portare con te questo foglio quando andrai al CAF per fare il 730 o dal tuo commercialista e di chiedere che venga indicato nell’apposito riquadro il codice fiscale dell’Associazione. Se fai il 730, qui sotto trovi il fac-simile del riquadro che deve essere compilato. Assicurati che il codice fiscale sia indicato correttamente, in caso di errore di scrittura la destinazione non andrà a buon fine. Un grazie di cuore per il tuo aiuto.

GRUPPO VOLONTARI CARCERE LUCCA
Codice fiscale . 01271500462
Piazza San Francesco n. 19 55100 Lucca
telefono 0583 91797 fax 1786003376 cell. 3491067623

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sabato, marzo 29, 2008

Corso di formazione per volontari ed operatori dell'area penale.


Inizierà oggi pomeriggio il corso di formazione per volontari ed operatori dell'area penale: "Un'altra giustizia è possibile" - Volontariato e area della giustizia: dal carcere alle misure alternative alla pena detentiva.
L'apertura del corso presso il Centro Nazionale per il Volontariato in Via Catalani, 158 a Lucca, alle 14.30 con i saluti di Sergio Mura, Presidente della Delegazione di Lucca del Cesvot, ente che ha finanziato il progetto, e di Valentina Cesaretti, assessore al volontariato ed alla cooperazione della Provincia di Lucca, amministrazione con la quale da molti anni collaboriamo in un percorso di formazione, informazione e sensibilizzazione della cittadinanza sui temi del carcere e della pena.
Il primo modulo formativo previsto subito dopo i saluti vedrà la partecipazione di Alessandro Margara, ex Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze ed ex Direttore del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, che ci introdurrà ai temi del carcere e della pena.
Alessandro Margara è una personalità "universalmente" riconosciuta del settore, al quale ha dedicato e continua a dedicare il suo impegno anche adesso che ha da anni raggiunto l'età pensionabile.
E' uno dei "padri ispiratori" della riforma della legge sull'ordinamento penitenziario, meglio conosciuta come legge Gozzini, norma che permette da oltre 20 anni la possibilità delle misure alternative all'esterno del carcere e che risulta a tutt'oggi come una delle norme di maggior successo in ambito penale, con una percentuale di insuccessi che non ha mai superato la soglia del 10%!
Mi piace aggiungere che nella mia esperienza ventennale nel mondo del carcere è l'unica figura di Magistrato a cui anche la popolazione detenuta ha da sempre riconosciuto autorevolezza e stima.
Il corso ha incontrato un buon interesse, tanto che il numero dei partecipanti ha praticamente raggiunto il massimo previsto.
A tutti un augurio di Buon lavoro.

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giovedì, marzo 27, 2008

Quattro priorità per una nuova giustizia penale


La percezione di insicurezza che viene sbandierata al fine di giustificare provvedimenti di natura repressiva non trova spiegazioni nella dimensione qualitativa e quantitativa del crimine. Essa va comunque tenuta in considerazione in quanto insoddisfatta è la domanda di giustizia e di tutela dei diritti. La magistratura deve assicurare efficienza attraverso processi dalla durata ragionevole. Un nuovo codice penale di ispirazione garantista, la riduzione del numero complessivo di reati, la depenalizzazione delle pratiche di consumo delle droghe e della condizione di immigrato, oltre ad avere ricadute positive sul sovraffollamento penitenziario avrebbero una immediata ripercussione positiva sul lavoro dei magistrati che così potrebbero concentrarsi solo su questioni di grave portata criminale, riducendo i tempi infiniti della giustizia. La giustizia non è al centro di questa campagna elettorale. Laddove lo è viene declinata in termini di sicurezza urbana. Non ci si preoccupa oramai più della cifra ignota del crimine, del sistema investigativo che non riesce a risolvere i veri (o presunti) crimini più gravi, della giustizia oramai al collasso, dell’inefficienza dei tribunali, della lentezza e iniquità dei processi. Dopo un quindicennio durante il quale il gioco delle corporazioni e il pro o anti-berlusconismo ha fortemente condizionato le politiche e le parole della giustizia ora è calato il silenzio. Un silenzio che non fa presagire niente di buono. Noi pensiamo che la giustizia debba essere riformata nel segno della equità, della ragionevolezza, della minimizzazione dell’impatto penale. Non rinunciamo all’idea che il diritto penale debba essere un diritto penale minimo, che la pena carceraria debba essere la extrema ratio, che vada individuata una gerarchia di beni fondamentali da proteggere e che per tutti gli altri vadano trovate forme di protezione giuridica diverse. Riteniamo che la giustizia debba essere un terreno su cui sperimentare un modello di comunità capace di includere, di costruire coesione sociale, di restituire dignità e memoria.

1. UNA GIUSTIZIA EQUA E UNA DIFESA PUBBLICA
Il sistema della giustizia si presenta fortemente discriminatorio. Il totale delle garanzie è a disposizione dei soli che possono permettersi una adeguata difesa tecnica. I non abbienti sono esclusi da ogni forma di tutela processuale. Il sistema di difesa dell’imputato non può più prescindere dall’istituzione di una difesa pubblica realmente funzionante, complementare rispetto alla libera professione. A questo fine, vanno anche riviste le due differenti figure del difensore d’ufficio e del gratuito patrocinio, a oggi non effettivamente in grado di garantire una difesa usufruibile dalla totalità dei cittadini.

2. IL DIRITTO PENALE DEVE GIUDICARE I FATTI E NON LE STORIE DI VITA
Va rivisitato il sistema sanzionatorio, che dopo l’approvazione della legge ex Cirielli sulla recidiva, è definitivamente improntato a giudicare la storia socio-penale degli imputati piuttosto che i singoli e concreti fatti da loro compiuti. Il nostro sistema penale tende a giudicare in modo diseguale due persone che hanno compiuto lo stesso reato a seconda dei precedenti loro contestati, della loro storia personale. La recidiva, la delinquenza abituale, professionale e per tendenza sono oggi causa di pene elevatissime per fatti non gravi. È necessario ritornare al diritto penale del fatto ponendolo in contrapposizione al nuovo e pericoloso diritto penale del reo. E’ necessario investire nelle misure alternative, come dimostrato dalle statistiche, vero antidoto alla recidiva.

3. I DIRITTI VANNO PROMOSSI E PROTETTI
La giustizia penale non può superare un limite invalicabile, quello costituito dai diritti fondamentali della persona. Per questo va prevista l’introduzione di un meccanismo indipendente di tutela delle persone private o limitate nella libertà. Figura necessaria, anche alla luce di recenti obblighi internazionali (protocollo Onu alla Convenzione sulla tortura, firmato nel 2003 ma non ancora ratificato dall’Italia). Nelle carceri, nelle caserme delle forze dell’ordine, nei luoghi di detenzione amministrativa per immigrati in via di espulsione, i diritti sono inevitabilmente e quotidianamente a rischio.

4. LA TORTURA VA MESSA FUORILEGGE
A oltre vent’anni dalla ratifica della Convenzione Onu contro la tortura va conseguito l’obiettivo dell’introduzione del crimine di tortura nel nostro codice penale. L’Italia versa oggi in un pericoloso e umiliante vuoto normativo che va urgentemente colmato. La tortura è un crimine contro l’umanità e la legislazione penale vigente è assolutamente insufficiente.

Associazione Antigone Onlus

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martedì, marzo 18, 2008

Le violenze impunite del lager di Bolzaneto


Oggi la caserma non è più quella di allora: cancellati i "luoghi della vergogna"
Manganellate, minacce, umiliazioni: tutto ricostruito al processo da più di 300 testimoni



di GIUSEPPE D'AVANZO

C'ERA anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. "Giovanissimo". Più o meno ventenne, forse "di leva". Altri l'hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di "sospensione dei diritti umani", ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.

Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.

Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che "soltanto un criterio prudenziale" impedisce di parlare di tortura. Certo, "alla tortura si è andato molto vicini", ma l'accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.

Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).

Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.

Nella prima Magna Carta - 1225 - c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese". Nella nostra Costituzione, 1947, all'articolo 13 si legge: "La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà"

La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i "luoghi della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come "Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori di "Benvenuti ad Auschwitz".

Dov'era il famigerato "ufficio matricole" c'è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.

Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l'ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).

A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: "Allora, non li vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato. Minacciano di "tagliarle la gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a trovarti, sai". Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni "per accertare la presenza di oggetti nelle cavità".

Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di permanenza nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.

È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola". Superati gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella "posizione della ballerina", in punta di piedi.

Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro stasera vi scoperemo tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva il duce", "viva la polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.

D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella "posizione della ballerina". Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. "Comunista di merda". C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.

Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". S. D. lo percuotono "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti", "Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte". S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". J. S., lo ustionano con un accendino.

Ogni trasferimento ha la sua "posizione vessatoria di transito", con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C'è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.

In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l'altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: "I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone". Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.

B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: "E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci". Poi un'agente donna gli si avvicina e gli dice: "È carino però, me lo farei". Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell'unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all'accompagnatore. Che sono spesso più d'uno e ne approfittano per "divertirsi" un po'.

Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, "arrangiandosi così". A. K. ha una mascella rotta. L'accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto "se è incinta". Nel bagno, la insultano ("troia", "puttana"), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: "Che bel culo che hai", "Ti piace il manganello".

Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché "puzzano" dinanzi a medici che non muovono un'obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato "strattonato e spinto".

Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con "questo è pronto per la gabbia". Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di "trofei" con gli oggetti strappati ai "prigionieri": monili, anelli, orecchini, "indumenti particolari". È il medico che deve curare L. K.

A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un'iniezione. Chiede: "Che cos'è?". Il medico risponde: "Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!". G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All'arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c'è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due "fino all'osso". G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede "qualcosa". Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.

Per i pubblici ministeri, "i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria".

Non c'è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell'estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un'osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che - ha ragione Marco Revelli a stupirsene - l'indifferenza dell'opinione pubblica, l'apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.

Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la "dimensione dell'umano" di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre "con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l'etica, con l'identica allergia alla coerenza"?

La Repubblica - 17 marzo 2008

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domenica, marzo 16, 2008

Giustizia: "pene certe e più agenti", slogan di tutti i Partiti



di Carlo Mercuri


Più simili che differenti. I programmi Pd e Pdl sulla sicurezza giocano su inulti slogan a effetto, complicati da garantire nella pratica. Entrambi chiedono "più risorse" economiche per il settore. Ma è certo che tagli e fondi da ridurre saranno la croce del prossimo ministro dell’Interno, qualunque sia il vincitore alle elezioni. Con le risorse sempre più scarse al Viminale hanno fatto i conti sia Beppe Pisanu, con Berlusconi a Palazzo Chigi, sia Giuliano Amato con Prodi. E non c’è motivo di ritenere che il quadro sia nel frattempo migliorato. Pd e Pdl, poi, invocano all’unisono "la certezza della pena": un titolo da riempire con molti contenuti.

Il Pdl: chiudere la porta ai clandestini
Il primo provvedimento da approvare nel primo Consiglio dei ministri di un governo di centrodestra (se il Popolo della Libertà vincerà le elezioni) sarà una misura finalizzata a "chiudere la porta agli immigrati clandestini". Lo ha promesso agli elettori Silvio Berlusconi e da qui si capisce quale importanza il leader del PdL attribuisca al tema della sicurezza. "La sinistra allo champagne", come Berlusconi ha definito pochi giorni fa la coalizione che ha dato vita al governo uscente, è infatti colpevole, secondo il PdL, di aver portato avanti una politica "di dissennata apertura ai clandestini, contribuendo alla attuale ondata di criminalità". Come si in verte allora la tendenza? Chiudendo la porta ai clandestini, come ha detto Berlusconi, e ripristinando certe garanzie di sicurezza "dal basso". Si spiega così uno dei punti qualificanti del programma del Pdl, e cioè l’annunciato aumento del numero dei poliziotti e dei carabinieri di quartiere in tutte le città italiane oltre i 15.000 abitanti. Ciò su cui il PdL intende fare leva è evidentemente sulla percezione minima di sicurezza da parte dei cittadini. Ogni progetto politico "rassicurante" deve partire da qui. Berlusconi e Fini si propongono quindi di assestare un colpo formidabile alla cosiddetta "microcriminalità", una parola il cui stesso suono fa venire i brividi ai due leader del PdL. "È un nome inventato dalla Sinistra", ha detto Berlusconi qualche giorno fa. E ha aggiunto: "La microcriminalità non è poi così "micro", perché colpisce i cittadini più esposti come gli anziani". Certo, un aumento massiccio di poliziotti e carabinieri di quartiere significherà aprire i cordoni della borsa e fare nuove assunzioni, giacché sarebbe impensabile attingere ai già asfittici organici delle Forze di Polizia. Ci si riuscirà?

Il Pd: più uomini nelle strade, soprattutto al Nord
"Non voglio più vedere poliziotti che mettono i timbri sui passaporti. I poliziotti devono stare per strada". Lo ha detto Veltroni, presentando il programma sulla sicurezza del Partito Democratico. Due parole che dicono più di un trattato. Significano maggiore mobilitazione di forze, più impegno, più presenza delle forze dell’ordine tra i cittadini. Veltroni però non parla, come fa Berlusconi, di aumentare il numero dei poliziotti di quartiere. No, egli piuttosto si rivolge alle tecnologie, che auspica divengano un po’ i nostri "angeli custodi". Là dove i poliziotti non arrivano, arriveranno le "macchine": sembra essere questo lo slogan di Veltroni. Siccome di fronte a queste affermazioni il cittadino comune sgrana gli occhi, ecco pronta la spiegazione fornita dallo stesso Veltroni: "C’è uno strumento, tipo un portachiavi - ha detto il leader del Pd -. Questo strumento garantisce ai cittadini più attaccati come benzinai e tabaccai, di segnalare l’emergenza alle forze dell’ordine attraverso una rete di copertura". È ciò che si chiama "telesorveglianza". Il programma del Pd prevede una riconferma dei "Patti per la sicurezza", che sono "espressione della solidarietà interistituzionale nell’affrontare meglio il problema della sicurezza", come ha detto il ministro dell’Interno, Giuliano Amato. I "patti" dovranno essere approvati, secondo il Pd, in ogni capoluogo di provincia. Il programma del Pd prevede anche un utilizzo più razionale delle forze dell’ordine sul territorio, preconizzando uno spostamento di uomini e mezzi verso il Nord, ritenuto evidentemente più "sensibile", in questo contesto. E non ha trascurato, naturalmente, la necessità di aumentare le risorse per le forze dell’ordine.

Udc: Microcriminalità e droga le emergenze da combattere
L’Udc, in tema di sicurezza, inette al centro del proprio programma la lotta alla microcriminalità, al traffico di stupefacenti, allo sfruttamento della prostituzione e alla riduzione in schiavitù. E parla di ripristinare gli stanziamenti di bilancio precedenti alle ultime due Finanziarie del governo Prodi a favore delle forze dell’ordine. Per quanto riguarda l’immigrazione extracomunitaria, l’Udc la vuole controllata e condizionata alla disponibilità di lavoro e prevede una celere espulsione degli stranieri autori di reati. Il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, dice che, nel centrodestra, "i distinguo sulla sicurezza non sono ammessi". Eppure, proprio l’annuncio di Berlusconi di aumentare i poliziotti e i carabinieri di quartiere fa storcere la bocca a Oronzo Cosi, già leader del Siulp e ora candidato nelle prossime elezioni. Afferma Cosi: "So per esperienza diretta che molte Volanti non escono perché mancano i soldi per la benzina. Una ditta di Trieste ha un credito di 300.000 euro di carburante non pagato. E sono le Volanti che fanno i controlli sul territorio, non i poliziotti di quartiere!".

Sinistra Arcobaleno: sicurezza… ma sui luoghi di lavoro
Se si va a leggere il programma elettorale della Sinistra arcobaleno ci si imbatte nella parola "sicurezza" solo a proposito della "sicurezza sul lavoro" e non altrimenti. Ma non è che concetti come ordine pubblico e microcriminalità non vengano contemplati dalla Sinistra. È solo che essi sono "capovolti" rispetto alla logica corrente, secondo quanto afferma Elettra Deiana, vice-presidente uscente della commissione Difesa della Camera e candidata in Sardegna nelle prossime elezioni. Spiega Deiana: "Dopo l’omicidio della Reggiani abbiamo assistito alla criminalizzazione di un’intera porzione della società romena; si è parlato poi tanto della violenza sulle donne e ci si è dimenticati che l’80 per cento degli abusi avviene tra le pareti domestiche. Noi proponiamo invece il capovolgimento delle logiche securitarie per cui si mette tutto nello stesso sacco, chi delinque con chi forse potrà essere spinto a delinquere perché è un diverso. E sull’immigrazione ci impegneremo ad abolire la Bossi-Fini. L’immigrazione è un fenomeno che va affrontato con l’accoglienza sociale e con la solidarietà".
Il Messaggero, 13 marzo 2008

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sabato, marzo 15, 2008

Giustizia: CNVG; un comunicato sulle violenze di Bolzaneto


Comunicato Stampa, 13 marzo 2008


La Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, che raccoglie le associazioni di volontariato che operano nelle carceri, si augura che sia fatta al più presto piena luce sulle responsabilità degli agenti e graduati delle varie forze di polizia imputati di comportamento inumano e degradante verso i manifestanti fermati nei fatti di Genova. Sia i mandanti che gli esecutori delle violenze - tra questi alcuni appartenenti al Corpo della Polizia Penitenziaria - devono essere giudicati con imparzialità e senza sconti, perché tortura e violenza nulla hanno a che vedere con civiltà e giustizia. Ricorrenti episodi di violenza da parte di agenti della Polizia Penitenziaria, come i fatti di Sassari del 2003 o le oscure imprese delle squadrette punitive ancora oggi operanti in alcuni istituti, sono indegni di un Corpo che legittimamente ambisce a svariati compiti extra moenia e addirittura di affiancamento degli assistenti sociali nell’ambito degli uffici per l’esecuzione penale esterna (ipotesi peraltro fortemente avversata da tutto il mondo del volontariato impegnato in ambito giustizia). Piuttosto che prendere posizioni insostenibili in difesa degli imputati, le Organizzazioni sindacali della Polizia Penitenziaria, dovrebbero dimostrare all’opinione pubblica la capacità del sistema di isolare le "mele marce", per la tutela di tutti gli altri operatori della giustizia che, con professionalità, garantiscono la sicurezza dei cittadini e collaborano al recupero dei detenuti. I volontari che operano quotidianamente a fianco degli agenti, sanno che il corpo della Polizia Penitenziaria è sano e crede nella capacità di ogni uomo di reinserirsi nella società, una volta scontata la pena. Fin dall’insediamento del Dott. Ettore Ferrara a capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia ha chiesto di essere cooptata durante i corsi di formazione degli agenti perché si crei da subito con i volontari penitenziari un clima di comprensione e collaborazione fattiva.

Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia

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Toscana: una bomba-sovraffollamento pronta a scoppiare



È una bomba che rischia di scoppiare da un momento all’altro il tema degli istituti di pena in Toscana, dove nelle principali città (Firenze, Prato, Livorno e Pisa) il sovraffollamento è una regola. Lo denuncia il garante per i diritti dei detenuti del comune di Firenze Franco Corleone. Sovraffollato anche uno dei sei ospedali giudiziari italiani, quello di Montelupo Fiorentino (Firenze), che funziona a metà regime per inagibilità di una parte dell’istituto e che ospita, ad oggi, circa 190 detenuti. A fronte di questa situazione (case circondariali dove si trovano 863 detenuti a fronte di una tollerabilità di meno della metà), ci sono case mandamentali dove si trovano pochissimi detenuti come Empoli (che potrebbe ospitare 24 unità e ne detiene 6) e Massa Marittima (Grosseto), con una capienza di 28 e una presenza di 15. C’ è anche un istituto fantasma, quello di Pontremoli (Massa Carrara) dove non ci sono detenuti ma solo personale della polizia penitenziaria. Una situazione border line nel carcere di San Gimignano è stata denunciata da Franco Corleone, garante fiorentino per i diritti dei detenuti. Alcuni ospiti del carcere infatti gli hanno scritto denunciando violenze e una situazione "intollerabile" come la mancanza di acqua corrente dai rubinetti. "Fino a quando la regione Toscana non ratificherà la legge che prevede l’istituzione del garante regionale - ha detto Corleone - sarà impossibile intervenire in casi come quello di San Gimignano che è davvero border line". Corleone ha poi raccontato il caso di un detenuto in graduatoria per una casa popolare dal Comune di Firenze. "Per correttezza - ha detto Corleone - il detenuto ha mandato una lettera al Comune chiedendo di esser tolto dalla graduatoria proprio perché detenuto, ma di poter mantenere il punteggio. Il Comune ha preso per buona la prima parte ma non la seconda: così il detenuto è uscito e ora è costretto a dormire su un camion"


Ansa, 13 marzo 2008

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venerdì, marzo 14, 2008

Galleria fotografica dell'incontro "Giustizia riparativa: quali prospettive oggi?" dell'11 marzo 2008















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martedì, marzo 11, 2008

Ciao Riccardo

Il 2 febbraio scorso abbiamo appreso dai giornali locali la notizia della tua scomparsa. Fino a questo momento avevamo avuto probabilmente un po' di pudore a parlarne, ma proprio ieri, mentre riguardavamo con nostalgia alcune foto dell'ultima "fatica" del Gruppo Teatrale San Giorgio Tra la Mura, La Gabbianella e il Gatto, ci è venuta voglia di ricordarti anche sul nostro sito.
Ciao Riccardo, vogliamo ricordarti così, su un palcoscenico di un teatrino di un carcere di provincia, dove tu eri salito per prenderti assieme a compagni e compagne di avventura, gli applausi finali, perché la riuscita dello spettacolo era anche merito del tuo contributo.
Ciao.

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lunedì, marzo 10, 2008

Giustizia riparativa: quali prospettive oggi? Esperienze con adulti e minori a Lucca


Martedì 11 marzo 2008, alle ore 15.00, nella Sala Maria Luisa del Palazzo Ducale di Lucca, si terrà il seminario dal titolo "Giustizia riparativa: quali prospettive oggi? Esperienze con adulti e minori a Lucca."
Tale incontro è promosso dal Gruppo Volontari Carcere in collaborazione con il Cesvot, la Provincia di Lucca, l'Ufficio Esecuzione Penale Esterna di Pisa-Lucca e l'Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni di Firenze - sede staccata di Lucca.
L'incontro offrirà l'occasione di ascoltare dalla voce degli operatori lucchesi quale è la situazione dei progetti di giustizia riparativa, una forma nuova e diversa di "amministrazione" della stessa, nell'ambito minorile e degli adulti della nostra città. Inoltre ci saranno interventi dalla commissione nazionale giustizia riparativa e dal Provveditorato Regionale dell'amministrazione penitenziaria, dai quali trarre nuovi stimoli su ciò che si sta muovendo in questo ambito anche in altre realtà.
Il Gruppo Volontari Carcere di Lucca da anni è impegnato su questo fronte, come su quello della mediazione penale, perché da tempo riteniamo che solo un nuovo modello di giustizia, che permetta un reale incontro tra "un Tu ed un Io", anche là dove è stato infranto il patto sociale, possa condurre ad una vera situazione di giustizia e sicurezza.

GIUSTIZIA RIPARATIVA: QUALI PROSPETTIVE OGGI?

ESPERIENZE CON ADULTI E MINORI A LUCCA.

11 MARZO 2008

ORE 15.00- PALAZZO DUCALE - SALA MARIA LUISA

15.00 - SALUTO DELLE AUTORITÀ PRESENTI

15.20 - APERTURA DEI LAVORI

Coordina VALENTINA CESARETTI - Assessore al Volontariato e alla Cooperazione Sociale - Provincia di Lucca

15.30 – PRESENTAZIONE DELLE ESPERIENZE PROGETTUALI NELL’AMBITO DELLA GIUSTIZIA RIPARATIVA DELL’UFFICIO DI SERVIZIO SOCIALE PER I MINORENNI TOSCANO, CON PARTICOLARE RIFERIMENTO AL TERRITORIO DI LUCCA.

ANNA AMENDOLEA - Direttore U.S.S.M. di Firenze

ROSANNA DELLA BIDIA - Referente Sede U.S.S.M. staccata di Lucca

16.00 - IL DIVENIRE DELLA GIUSTIZIA RIPARATIVA NELL’ESPERIENZA E NELLE RIFLESSIONI DELL’U.E.P.E. - Sede di servizio di Lucca

CAROLINA ESPOSITO - Ass. Soc. Coordinatore U.E.P.E. di Pisa - Lucca

MARZIA BINI - Ass. Soc. Sede di servizio Lucca

PATRIZIA SANTANGELO - Ass. Soc. Sede di servizio Lucca

16.30 - PAUSA

16.50 - AGGIORNAMENTO LAVORI COMMISSIONE NAZIONALE GIUSTIZIA RIPARATIVA

BEATRICE LIPPI - Referente Regionale per la Commissione di Studio “Mediazione Penale e Giustizia Riparativa” del D.A.P.

17.10 - PERCORSI DI SENSIBILIZZAZIONE E FORMAZIONE ALLA GIUSTIZIA RELAZIONALE

ROSSELLA GIAZZI - Dirigente E.P.E. del Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria

17.30- DIBATTITO e CONCLUSIONI.

Coordina MARIO REGOLI - Assessore alle Politiche Sociali - Provincia di Lucca


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GIUSTIZIA, SICUREZZA E IMMIGRAZIONE - Programmi elettorali dei diversi partiti politici


Da "Ristretti News" - Notiziario quotidiano dal e sul carcere



Programmi elettorali dei diversi Partiti politici


Partito Democratico
Approvare subito il "Pacchetto sicurezza" e attivare il Piano contro la violenza alle donne. Certezza della pena: chi è stato condannato, sconti effettivamente la pena. Tutti più sicuri: applicare la nuova tecnologia (anche la banda larga) per chiedere e ottenere aiuto - in casa o per strada - in tempi rapidissimi. Più agenti per le strade, evitando doppioni nei compiti tra le forze dell’ordine, e trasferendo dalle questure agli uffici comunali il rilascio di passaporti e permessi di soggiorno. Estendere il "Patto per la sicurezza", sperimentato in alcune grandi città, a tutti i capoluoghi di Provincia.

Popolo delle Libertà
Maggiore presenza sul territorio delle forze dell’ordine ed incremento della polizia di prossimità, dei poliziotti e dei carabinieri di quartiere per rafforzare la prevenzione dei "reati diffusi" (furto in appartamento, furto d’auto, spaccio di droga, sfruttamento della prostituzione, etc.). Garanzia della certezza della pena, con la previsione che i condannati con sentenza definitiva scontino effettivamente la pena inflitta ed esclusione degli sconti di pena per i recidivi e per chi abbia commesso reati di particolare gravità e di allarme sociale. Inasprimento delle pene per i reati di violenza sui minori e sulle donne; gratuito patrocinio a favore delle vittime; istituzione del Tribunale della famiglia, per garantire i diritti fondamentali dei componenti del nucleo familiare. Costruzione di nuove carceri e ristrutturazione di quelle esistenti. Contrasto immigrazione clandestina, attraverso la collaborazione tra governi europei e con i paesi di origine e transito degli immigrati Apertura nuovi Centri di permanenza temporanea per l’identificazione e l’espulsione dei clandestini. Contrasto insediamento abusivo di nomadi e allontanamento di tutti coloro che risultino privi di mezzi di sostentamento legali e di regolare residenza.


Sinistra Arcobaleno
Reddito sociale per i giovani in cerca di occupazione e per i disoccupati di lungo periodo. Immediata approvazione dei decreti attuativi del Testo Unico sulla Sicurezza sul lavoro e quindi più controlli e più certezza e severità delle pene per le imprese che trasgrediscono le norme. Inasprimento delle pene contro i reati ambientali e le ecomafie. Abolizione della legge Bossi-Fini, e approvazione di una nuova normativa che introduca l’ingresso per ricerca di lavoro, meccanismi di regolarizzazione permanente, il diritto di voto alle elezioni amministrative, la chiusura dei Cpt, una legge sulla cittadinanza sulla base del principio dello jus soli.

U.D.C.
Lotta senza quartiere alla c.d. microcriminalità, al traffico di stupefacenti, allo sfruttamento della prostituzione e alla riduzione in schiavitù. Certezza della pena: il giudice del giudizio decide anche le modalità di esecuzione della pena. Sfoltimento delle misure alternative al carcere, limitate a casi tassativi dopo aver scontato effettivamente almeno 2/3 della pena. Esclusione del giudizio abbreviato e della applicazione della pena su richiesta delle parti per i reati più odiosi. Contestualità di giudizio tra libertà e colpevolezza; collegialità nei giudizi sulla libertà personale. Previsione di una effettiva e celere espulsione degli stranieri autori di reati. Reintroduzione del reato di oltraggio a pubblico ufficiale, per restituire autorevolezza e prestigio alla funzione svolta dagli operatori del settore. Immigrazione controllata e condizionata alla disponibilità di lavoro, abitazione e regolarizzazione fiscale. Integrazione nel rispetto non solo della nostra legge ma anche della nostra cultura e tradizione.

Italia dei Valori
Più Polizia nelle strade e più video sorveglianza nel territorio. Inasprimento delle pene per i reati contro i minori e contro le donne. Pene certe e processi penali e civili più rapidi (possibilità di applicazione della pena dopo il secondo grado di giudizio e sospensione della prescrizione dopo il rinvio a giudizio). Reintroduzione del reato di falso in bilancio. Rimpatrio immediato ed effettivo degli immigrati clandestini e obbligo, per quelli condannati, di scontare le pene nei Paesi di origine. Eliminazione del conflitto di interessi di ogni tipo e ad ogni livello.

La Destra
Restituire autorevolezza alle forze di polizia, reintroducendo il reato di oltraggio. Stop alle condanne in comodità, con scarcerazioni facili legate all’affidamento ai servizi sociali. Rilevazione delle impronte digitali per gli stranieri con permesso di soggiorno per evitare le false generalità. Numero chiuso nelle città agli stranieri - previa applicazione di una direttiva comunitaria sui loro doveri praticamente ignorata - che non sono in grado di dimostrare come mantengono se stessi e la loro famiglia ed espulsione dal territorio nazionale. Divieto di indossare il velo nelle scuole Le moschee si edificano solo se c’è il nulla osta del Viminale, non può più bastare l’autorizzazione del sindaco. Come i sacerdoti italiani predicano in altri paesi nelle lingue locali, anche in Italia deve accadere che i sermoni e le preghiere vadano pronunciati in lingua italiana quando non codificati in testi riconosciuti.

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mercoledì, marzo 05, 2008

Giustizia: sistema penitenziario, ormai il collasso è alle porte




di Gennaro Santoro (Coordinatore Associazione Antigone)

L’approfondimento Se anche qui da noi si continua a percorrere la strada della carcerazione di massa, come accade in America, si avrà la fine di quelle conquiste che sembravano irreversibili. La commissione Pisapia ha elaborato un progetto di codice penale che garantirebbe maggiore efficacia della giustizia e dunque maggior sicurezza delle vittime, così come degli imputati e dei condannati Gli Stati Uniti, esportatori di diritto, vantano una popolazione carceraria superiore a quella di qualsiasi altro Paese al mondo: 2milioni e 300mila persone private della libertà. Seguono la Cina, con 1 milione e mezzo di persone in carcere, e la Russia con 890mila detenuti. L’Europa, culla dei diritti, mantiene le distanze con i suoi 600mila detenuti. Nell’Unione Europea il tasso medio di carcerazione è di 125 detenuti ogni 100mila abitanti. In America è di mille ogni 100mila (un detenuto su 100 abitanti). Carceri etniche, quelle private e americane, se nel 2006 un afro-americano su 15 era in prigione (uno su 9 se si guarda alla fascia di età compresa tra i 20 e i 34 anni), contro la presenza dietro le sbarre di un americano bianco su 106. Ma il modello della disuguaglianza americana, quello della repressione totale a scapito del welfare state, sembra influenzare le politiche criminali dei paesi UE, dove in 23 stati su 27 è aumentata costantemente la popolazione carceraria. Dove Sarkozy propone il carcere a vita per i recidivi. Dove l’Italia vanta il suo primato per i tempi biblici della giustizia e il 60% della popolazione carceraria è in attesa di giudizio, presunta innocente. E non scherza il nostro paese neanche in tema di detenzione etnica: i detenuti stranieri superano il 35% della popolazione carceraria (nel 1990 rappresentavano l’8%) e gli africani sono i detenuti non autoctoni maggiormente presenti. Intanto nelle patrie galere è di nuovo allarme sovraffollamento: quasi 51.000 i detenuti, oltre 7.700 detenuti in più rispetto la capienza regolamentare. Un dato preoccupante che sarebbe diventato tragico (72.000 detenuti) se non vi fosse stato nel frattempo il tanto contestato provvedimento di indulto. Ma le leggi criminogene sulle droghe, sull’immigrazione e sulla recidiva (ex Cirielli) continueranno a far aumentare gli ingressi in carcere, con una crescita media mensile di circa 1.000 detenuti. Un carcere - discarica sociale dove finisce solo la manovalanza del crimine se i condannati detenuti per mafia rappresentano il 3,2% e quelli per reati contro l’amministrazione sono il 3,7% della popolazione carceraria. Un carcere che continua a caratterizzarsi per uno "standard sociale" da far tremare i polsi: il 23,4% è tossicodipendente, il 64% ha un grado di istruzione tra analfabeta e licenza media inferiore, oltre il 35% è di origine straniera. Il collasso della giustizia ipertrofica e inefficace è alle porte. La commissione Pisapia ha consegnato al paese un progetto di codice penale che garantirebbe maggiore efficacia della giustizia e dunque maggiore sicurezza dei diritti delle vittime, così come degli imputati e dei condannati. Un codice di ispirazione garantista che ridurrebbe il numero complessivo dei reati e permetterebbe ai magistrati di concentrarsi solo su questioni di grave portata criminale, riducendo i tempi infiniti della giustizia. Ma nel circo politico si è più attenti ai pacchetti sicurezza che, come insegnano Bauman e la storia, portano più voti e permettono alla politica di nascondere le proprie responsabilità sul tramonto del welfare state. Il carcere, come sostenevano Gramsci e i costituenti, è la cartina di tornasole di una società. Il nostro è una discarica sociale inefficace dove il 68% dei detenuti, una volta fuori, commette nuovamente un crimine. Bisogna investire su una riforma organica della materia e sulle misure alternative perché abbattono la recidiva al 19%. Bisogna trovare gli strumenti per far capire che soltanto un potenziamento delle politiche sociali può garantire (anche) più sicurezza urbana. Altrimenti la deriva americana della carcerazione di massa spazzerà quelle conquiste del dopo guerra che sembravano irreversibili. Altrimenti la dignità della persona umana non sarà più il fondamento e la ragion d’essere dello Stato.
Aprile on-line, 4 marzo 2007


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lunedì, marzo 03, 2008

Corso di formazione per volontari ed operatori dell'area penale "Un'altra giustizia è possibile"




Cari amici, finalmente ci siamo, il 29 marzo partirà il corso "Un'altra giustizia è possibile" - Volontariato e area della giustizia: dal carcere alle misure alternative alla pena detentiva.

Il progetto nasce dall’esigenza di aiutare le persone che operano nella realtà carceraria o in quella delle misure penali esterne, o che abbiano l’intenzione di farlo, a comprenderne il sistema, fornendo loro gli strumenti operativi necessari e allargando la loro opera in un contesto più ampio.

Il corso si propone come obiettivi principali:
- sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche della realtà penitenziaria;
- promuovere lo sviluppo di contatti concreti tra il mondo penitenziario e la società “esterna”, per favorire il reinserimento dei detenuti;
- far prendere coscienza ai volontari già attivi ed agli aspiranti volontari delle caratteristiche del loro ruolo e dell’importanza che essi rivestono nella creazione di un rapporto tra mondo esterno e circuito penale.

La decisione di realizzare questo corso è dovuta fondamentalmente a due motivazioni:
- la prima, di carattere temporale: sono ormai molti anni, più di un decennio, che nella nostra città è assente un percorso di formazione rivolto a volontari che operano nell’area penale o che intendano avvicinarsi ad essa;
- la seconda è rappresentata dalle tante richieste di carattere formativo che sono giunte alla nostra associazione. Tali richieste, ci sono pervenute in particolar modo nell’ultimo triennio, grazie agli incontri di sensibilizzazione promossi dal gruppo nelle scuole superiori, nelle parrocchie, nelle associazioni, e anche dai partecipanti e/o da persone interessate ai corsi che abbiamo progettato e gestito, come IMAGINE, su immigrazione e giustizia e NONSOLOSBARRE, sui nuovi modelli di giustizia, e, soprattutto, con il progetto I.C.A.R.E. che ci ha condotti per un anno in giro per tutta la provincia.

Gli incontri, che prevederanno lezioni frontali, lavori di gruppo, simulate, role playing, ecc., saranno condotti da esperti del settore, in grado di fornire tutti i contenuti utili all’approfondimento ed offriranno ai partecipanti l’occasione per condividere esperienze personali particolarmente arricchenti.
Per iscriversi è sufficiente scaricare il volantino che trovate qui sotto ed inviare il form di iscrizione al numero di fax 1786003376. Per informazioni telefonare alla segreteria al numero 3491067623.

DOWNLOAD: locandina e scheda di iscrizione (file .PDF)


Volantino/Scheda di iscrizione




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