martedì, febbraio 26, 2008

Giustizia: i detenuti e i potenti, dis-uguali davanti alla legge




di Giancarlo Trovato

In occasione dei precedenti innumerevoli turni elettorali, facce tristi e compassionevoli accompagnavano i candidati in carcere per ricordare ai detenuti che il voto era l’ottima occasione per far valere i loro diritti. Specie se la croce andava a porsi su un simbolo di sinistra. Al momento questa tradizione sembra essere messa da parte: non c’è tempo o è tempo sprecato. Di carcere non si parla e di giustizia se ne parla a sproposito. Sempre per colpa dei meccanismi della famigerata legge elettorale, questa volta i manovratori delle varie compagini politiche sono impegnati a tempo pieno nel fare i conti per conquistare il potere o perlomeno per occupare una strategica posizione in Parlamento. Quanti non se la sbrogliano bene con i conti, vanno in giro e in televisione a seminare promesse: la situazione è drammatica, ma si sistema tutto! Non mancano le ricette miracolose. Anzi, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Nell’attesa di vedere qualcuno entrare in carcere per spargere anche lì una ventata di belle promesse, al detenuto - messa da parte la speranza che qualcuno s’interessi anche di lui - non resta che guardare all’esterno e chiedersi se non sarebbe meglio prolungare per l’arco di un’intera legislatura la propaganda elettorale, quando tutti sono sicuri di realizzare quei miracoli dati per certi. Se è così facile garantire un congruo salario a tutti e se è alla portata di mano far star tranquille le mamme con ricchi benefici economici, sorge il dubbio che Prodi sia caduto sotto il fuoco amico. È pure normale chiedersi perché nei venti mesi nessuno abbia suggerito a lui le facili soluzioni, piuttosto che attendere di renderle note agli elettori. Da destra e da sinistra l’imperativo è cambiare il Paese. E non è una gran novità. È sempre quello dalle prime elezioni dell’Italia repubblicana. Nessuno pensa che un vero cambio del Paese porterebbe pure ad un mutamento degli italiani, spingendoli a cacciare via per sempre tutti i mestieranti della politica, interessati unicamente ai bene di se medesimi e dei loro "grandi elettori". Nessuno di questi vive in carcere e tanto meno ci vuole entrare. Nessuno, pertanto, se ne interessa nonostante ospiti circa cinquantamila cittadini, la maggioranza dei quali nell’attesa di espiare una pena per reinserirsi a pieno titolo nella società. Sono in attesa soprattutto che si metta mano a radicali riforme affinché il carcere sia realmente rieducativo. Ma di questo nessuno ne parla, trascurando che il problema della sicurezza sociale deve essere risolto partendo da lì dentro. Spiegando i dodici punti programmatici del suo schieramento, Walter Veltroni ha posto al decimo posto quello della sicurezza e della giustizia, limitandosi a fumose affermazioni: "Dobbiamo far sentire sicuri i cittadini aumentando la presenza di agenti per strada e anche utilizzando nuove tecnologie. La vera emergenza giustizia, quella che l’opinione pubblica avverte come tale, è quella dei tempi del processo, sia penale che civile, che vedono l’Italia agli ultimi posti in Europa e nel confronto con i Paesi avanzati il mondo". Dato che le lungaggini dell’amministrazione della giustizia colpiscono soprattutto tanti detenuti innocenti, non ha dedicato nemmeno un accenno al tema del carcere e a quello intimamente collegato del degrado sociale. Ha promesso la certezza della pena, ma ha dimenticato quanti trascorrono anni in carcere per la mancanza di certezza della sentenza. Gli sarebbe stato sufficiente verificare quanto lo Stato spende per errori giudiziari e per ingiuste detenzioni. Non ha, però, dimenticato di porre l’accento sul fatto "che da troppi anni c’è uno scontro nel Paese sulla giustizia e tra politica e magistratura". Non ha perso l’occasione per ricordare che ormai la giustizia è fraintesa con il lasciare in pace i potenti. Pur scimmiottando i modelli statunitensi, Veltroni ha trascurato che in America e ovunque nel mondo i potenti coinvolti in vicende giudiziarie non si sognano neanche un po’ di prendersela con i giudici, ma accettano normalmente che la giustizia faccia il suo corso, mentre in Italia il magistrato che sfiora certi interessi deve mettere in conto che potrà essere aggredito, in virtù della consolidata tattica del difendersi non tanto dalle accuse quanto dal processo. L’insegnamento offerto al cittadino è che, invece di chiedere più giustizia, si chiede meno giustizia tutte le volte che si incrociano determinati interessi. La giustizia, oggi vista solo come campo di battaglia dove consumare vendette e scontri politici, non riacquista il suo valore e la sua dignità" con l’aumento (...promesso!) di organico e di stipendi. Amaramente l’attuale concezione della giustizia lascia irrisolto il quesito se i peggiori nemici della società civile sono veramente quelli che stanno in carcere.
Rinascita, 23 febbraio 2008

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domenica, febbraio 24, 2008

L'incontro con Andrea Callaioli nella sede del Gruppo Volontari Carcere






Si è svolto giovedì sera, 21 febbraio 2008, nella casa di accoglienza San Francesco (Lucca) l'atteso incontro con il Garante dei diritti delle persone private della Libertà istituito dall'amministrazione comunale pisana, Andrea Callaioli. Per l'associazione GVC non è stato il primo incontro con Andrea, perché in passato le nostre strade si sono più volte incrociate a causa della "specializzazione" sul campo che si è guadagnato rispetto alle norme sull'immigrazione e che hanno fatto di lui in questo decennio un punto di riferimento costante ed importante per tanti migranti.

L'incontro, ironia del destino, era da tempo programmato in quella data, data che nel pomeriggio aveva visto l'ultimo saluto al nostro presidente, Giuseppe Bicocchi, che nell'ultimo anno aveva, proprio sul tema del garante, puntato l'attenzione della nostra associazione, affinché si promuovesse anche nella nostra città una sensibilità nuova all'argomento.

... la vita fa dei giri strani, e noi ci siamo trovati lì tutti insieme a discuterne proprio nel giorno del ricordo più struggente ...

L'incontro è stato comunque partecipato, interessante, e ci ha permesso di avere un quadro più completo del ruolo e delle funzioni del garante. I due assessori presenti, Mario Regoli, assessore provinciale per il sociale e Valentina Cesaretti, assessore provinciale per il volontariato e la cooperazione, si sono dichiarati molto interessati alla questione, e hanno già previsto un percorso per la verifica della fattibilità del progetto di un garante provinciale magari in coordinamento con le altre province della Toscana. Un grazie a tutti i partecipanti.

Massimiliano Andreoni
Gruppo Volontari Carcere Lucca

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Giustizia: detenzione a vita per criminali "a rischio recidiva"

Giuliano Vassalli

I criminali più pericolosi, quelli che rischiano una recidiva, non saranno più liberati dopo aver scontato la loro pena carceraria: finiranno in centri di detenzione "socio - medico - giudiziari", dai quali potrebbero non uscire mai. Nicolas Sarkozy si appresta a firmare la legge votata poche settimane fa dal parlamento e avallata dal Consiglio Costituzionale, che ha censurato solo l’emendamento che la rendeva retroattiva. La Francia cambia linea, adotta una politica penale diversa dalla sua tradizione e introduce una "prevenzione", cioè una difesa della società dai criminali più pericolosi. La nuova legge, secondo i suoi critici, abbandona il criterio della pena carceraria come strumento rieducativo. In qualche modo, prende atto che per certe persone la detenzione non basta. Il provvedimento può applicarsi a chi è stato condannato a più di quindici anni di carcere per reati particolarmente gravi. Nel mirino ci sono soprattutto i crimini sessuali, gli stupri, le sevizie, ma anche gli assassinii particolarmente feroci, le torture inflitte alle vittime. Una volta scontata la pena, i criminali potranno essere rinchiusi nei centri di detenzione, quando giudici e psicologi individueranno "disturbi" psichici tali da far temere una recidiva. La detenzione potrà essere ordinata per un anno, ma potrà essere rinnovata per un numero indefinito di volte. In sostanza, una persona potrebbe anche non ritrovare più la libertà. Ed è proprio questo a sollevare le critiche più forti. Tre paesi europei adottano questa strategia penale: Germania, Belgio, Olanda. Alla base c’è una dottrina derivata dalle tesi dei positivisti italiani dell’Ottocento e in particolare da Cesare Lombroso: non si tratta di punire, ma di difendere la società dai comportamenti devianti. Idee che naturalmente suscitano reazioni appassionate, come ha dimostrato il dibattito parlamentare: avvocati e giuristi sono contrari, le associazioni di difesa delle vittime approvano. E proprio a queste ultime pensa Nicolas Sarkozy, che in campagna elettorale ha sempre battuto su questo tasto ("da noi non si pensa abbastanza alle vittime"). La legge si potrà difficilmente applicare a chi sta per uscire dal carcere, a causa degli articoli soppressi per incostituzionalità: finirà nei centri di detenzione solo se non rispetterà alcuni obblighi imposti dai giudici. Da questo punto di vista, il verdetto del Consiglio costituzionale è un insuccesso per il governo. La Cancelleria, infatti, aveva già stilato la lista di trentadue criminali (fra cui una donna) considerati pericolosi e la cui liberazione è prevista entro il 2010. La lista, la cui esistenza è stata rivelata dal Parisien, contiene i nomi di altre duecento persone, che devono ancora scontare diversi anni. Per tutti, i reati sono atroci e in moltissimi casi commessi sotto l’effetto dell’alcol.

Vassalli: in Italia la Costituzione non lo consente

Per Giuliano Vassalli, ex ministro della Giustizia e presidente emerito della Consulta, quella della Francia in materia di politica penale non è una svolta isolata. "Serpeggia in tutti i paesi occidentali la tendenza a un inasprimento delle misure contro la criminalità - commenta Vassalli - ed è esemplare in questo senso quanto accade negli Stati Uniti. La Germania ha una norma sulla creazione dei centri di detenzione, in cui una volta scontata la pena vengono rinchiusi i criminali considerati più pericolosi. Questa "custodia di sicurezza" può arrivare fino a 10 anni, ma è sempre stata applicata dai giudici con grande parsimonia".

l modello adottato da questi Paesi è quello della "difesa sociale": l’intento è di guardare più alla vittima che al delinquente?
"È un vecchio ritornello che in Francia si è sentito più volte e che ora un mutato clima politico ha riportato in auge. È giusto tenere in considerazione la pericolosità del delinquente, ma il fatto di non adottare il modello tedesco e ora francese non vuol dire disattenzione verso la vittima, che infatti anche in un sistema come il nostro non è dimenticata".

Una norma del genere potrebbe passare in Italia?
"No, perché l’Italia ha un vincolo costituzionale al principio rieducativo e per approvare una simile norma si dovrebbe cambiare la Costituzione. Ciò non significa tuttavia che da noi non si tenga conto della pericolosità del delinquente, poiché il Codice individua il delinquente abituale, e quello professionale nel caso di reati contro il patrimonio. Non bisogna dimenticare che la legge ex Cirielli ha inasprito il trattamento per i pluri-recidivi. A mio parere questo è già il massimo, non credo sia giusto negare ad alcuno la speranza di una rieducazione".

Repubblica, 23 febbraio 2008

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APPELLO - In carcere 30.000 in attesa di giudizio


Detenuti presenti al 31 dicembre 2007: 48.693
Detenuti presenti al 21 febbraio 2008: 50.851

In soli 52 giorni, dall'1 gennaio 2008 al 21 febbraio 2008, il numero dei detenuti nelle carceri italiane è aumentato di oltre 2.000 unità. Dall'inizio del 2007 ad oggi l'aumento è stato di quasi 12.000 persone! Di questo passo le carceri "esploderanno" prima della fine dell'anno: gestire oltre 60.000 detenuti, con le strutture e il personale attualmente a disposizione, sarà impossibile per chiunque, insostenibile dal punto di vista logistico e anche sotto il profilo economico (ricordiamoci che ogni detenuto costa circa 150 euro al giorno alle casse dello Stato).

Eppure la soluzione sarebbe a portata di mano: tenere in carcere soltanto le persone che REALMENTE non possono stare fuori: oggi in carcere ci sono quasi 30.000 persone in attesa di giudizio (e circa la metà di loro verrà assolta, nei diversi gradi del processo); dei restanti 20.000 condannati, ben 12.000 hanno una pena inferiore ai 3 anni e quindi potrebbero anche espiarla con la misura alternativa dell'affidamento ai servizi sociali.

Il numero delle persone arrestate non è sostanzialmemte cambiato negli ultimi tre anni: 89.887, di cui 45% straniere, nel 2005; 90.714, di cui 48% straniere, nel 2006; 90.441, di cui 48% straniere, nel 2007.
Nello stesso periodo, dopo che l'indulto aveva portato il numero dei detenuti al minimo storico di 38.000 persone, c'è stato un aumento di quasi 1.000 detenuti al mese, mentre il numero dei condannati ammessi a misure alternative alla detenzione è aumentato di 500 al mese (4.106 ammessi al 31 dicembre 2006 e 10.379 31 dicembre 2007). Questo nonostante in carcere ci siano oltre 12.000 persone che potrebbero scontare la pena in misura alternativa!

La realtà, drammatica e ineludibile, è che la martellante campagna sulla sicurezza, che ci accompagna da più di un anno, "sconsiglia" a chi deve decidere (cioè i vari Organi Giudiziari) l'eventuale concessione di una misura alternativa ai condannati o della "libertà provvisoria" agli imputati... alle prese col dilemma "coraggio o prudenza" si affidano sempre di più alla seconda, col risultato che le carceri si stanno gonfiando di detenuti a ritmi mai visti...
Questo è un appello, perché torni a prevalere non dico il coraggio ma almeno la ragionevolezza: ci sono 6.000 detenuti con la pena inferiore a un anno, non penso che tra loro ci siano molti "pericolosissimi criminali"... dato che per il possesso di un grammo di hascish o per un furto di generi alimentari dagli scaffali del supermercato si prende una condanna superiore... che cosa aspettiamo ad affidare ai servizi sociali queste persone, magari in questo modo riusciranno pure a trovarsi un lavoro, un po' "sostenuti" un po' "controllati", e infine a "rigare dritto" alla fine della pena.

Alla fine dell'anno saranno comunque tutti fuori dal carcere, il loro posto sarà preso da altri, più numerosi e più disgraziati, in una catena ininterrotta che serve soltanto ad accontentare chi chiede "certezza della pena" e non vuole intendere altre ragioni, nemmeno se sono, come sono, sacrosante.
Francesco Morelli, di Ristretti Orizzonti

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sabato, febbraio 23, 2008

Giustizia: la classe politica non vuole sottoporsi al controllo

Il Procuratore Aggiunto di Torino Bruno Tinti

"La giustizia italiana è programmata per non funzionare, perché la nostra classe politica non intende sottoporsi al controllo di legalità. Per farlo ha creato delle leggi che la favoriscono". È un estratto dell’intervista che il Procuratore Aggiunto di Torino Bruno Tinti ha rilasciato al mensile "L’Eco di S. Gabriele", dei padri passionisti del santuario ai piedi del Gran Sasso (Teramo). "Se si tratta di un obiettivo studiato a tavolino non lo so - ha proseguito Tinti - il risultato però è che l’impunità che la classe politica ha guadagnato per se stessa adesso si estende a tutti i cittadini". Il magistrato ha parlato della legge sul falso in bilancio: "Come riesce a evitare le sbarre chi ruba miliardi e falsifica i bilanci? Attraverso una delle leggi che la classe dirigente ha fatto per se stessa. La legge è studiata in modo da consentirglielo". Poi si è indirizzato verso il rapporto tra legge e politica: "Le vicende giudiziarie di Mastella, Berlusconi, D’Alema e Fassino: è un atteggiamento assolutamente trasversale, di tutta questa classe politica - ha premesso Tinti -. Mastella si è messo a urlare dal primo giorno e ancora prima il giudice che si occupava di lui, vedi De Magistris, è stato allontanato. Il caso Mastella è una vergogna, è la cosa più pericolosa che sta succedendo in Italia in questo momento. Qui la sentenza equivale alla dichiarazione politica. Questa gente, invece, ha ridotto l’attività giudiziaria allo stesso livello dell’attività politica". Le carceri? "I penitenziari sono affollati da gente di passaggio, sono pieni di poveri cristi". Il codice penale? "Se fossi ministro della Giustizia acquisterei in Svizzera un nuovo codice di procedura penale e lo sostituirei senza modifiche a quello esistente. Perché in Svizzera? Perché noi non siamo in grado di realizzarne uno efficiente". Duro anche nei confronti dell’indulto: "È stato cavalcato da tutta la classe politica per fare uscire Previti dagli arresti domiciliari di Piazza Farnese. Che senso ha estendere l’indulto a reati per i quali non c’era nessuna persona detenuta, tranne lui?".

Ansa, 22 febbraio 2008

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Giustizia: quanto è lenta, ha fatto danni per tre Finanziarie

di Graziella Mascia (Deputata uscente)

"Fine pena mai", un saggio di Luigi Ferrarella, cronista giudiziario del Corriere della sera. Un viaggio attraverso aule e corridoi dei tribunali, da nord a sud. Inefficienze, ritardi, sprechi e ripercussioni sugli individui meno garantiti. Giuliano Pisapia, dopo l’insediamento del governo Prodi, ha presieduto la commissione per la riforma del codice penale che la fine anticipata della legislatura non ha consentito di votare. In quel programma c’è scritto che "una macchina della giustizia improduttiva ed inefficace, per quanto riguarda la materia penale, danneggia i cittadini meno protetti, ed in quella civile, data la quasi paralisi della giurisdizione, favorisce i soggetti anche economicamente più forti".

Non se ne avrà a male Luigi Ferrarella, cronista giudiziario del Corriere della Sera , e autore del libro: "Fine pena mai", (il Saggiatore, euro 15), se partiamo da qui per presentare il suo libro. Perché l’ergastolo cui fa riferimento non è, infatti, quello comminato a diversi detenuti, ma quello inflitto ai diritti dei cittadini, a causa dell’inefficienza del sistema giudiziario. E il suo paziente lavoro è, come egli stesso sottolinea, una visita guidata in un sistema crollato. Così Ferrarella ci introduce nelle aule giudiziarie e nei corridoi dei tribunali, dal sud al nord del paese, fornendoci dati, tempi e costi della giustizia italiana, attraverso una ragnatela burocratica di inefficienze, che portano l’Italia a guadagnare il record europeo di condanne inflitte dalla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo, per violazione del principio della ragionevole durata dei processi. Il libro si apre con una battuta del presidente della Cassazione, Gaetano Nicastro: "Se lo Stato italiano dovesse risarcire tutti i danneggiati dalla irragionevole durata dei processi, non basterebbero tre leggi finanziarie". Ma ogni operatore di questa perversa organizzazione, appare allo stesso tempo responsabile e vittima. Una procedura che sembra far perdere tempo, rappresenta in realtà un punto di garanzia per l’imputato. Un avvocato può contribuire a mandare in tilt il sistema delle notificazioni, fino a stroncare numerosi processi. Ma in realtà sono la carenza di organico e le disfunzioni organizzative di uffici privi di controllo, a far grippare la macchina. E se l’azione disciplinare del Csm chiama in causa la negligenza di taluni magistrati, le esperienze concrete di taluni tribunali raccontano di magistrati che devono risolvere, in proprio, problemi organizzativi che non dovrebbero competere loro. È la carenza di cancellieri, segretari, assistenti dei giudici la ragione che fa interrompere alle ore 14 lo svolgimento delle udienze. E quindi la non ragionevole durata dei processi arriva poi a procurare la scarcerazione per decorrenza dei termini per imputati detenuti. Omogenei sono invece i tagli ai bilanci delle finanziarie, la quasi impossibilità di recuperare i crediti e la difficoltà di spendere i beni confiscati, che, diversamente, porterebbero all’autofinanziamento della giustizia. Non mancano esperienze virtuose, di Procure che provano a inventare soluzioni organizzative, con le poche risorse a disposizione, e facendo appello alla collaborazione di funzionari e avvocati di buona volontà. Ma non mancano neppure i casi di magistrati e impiegati amministrativi fannulloni, che approfittano delle carenze della macchina per coprire la propria negligenza. In ogni caso, la malagiustizia costa, e a farne le spese sono i cittadini e l’economia del paese nel suo insieme. "Quanto valgono per un operaio due mani perse sul lavoro? - scrive Ferrarella - A Milano in media quasi 200 mila euro meno che a Roma… Perché accendere un mutuo costa più che in Germania? Anche per il fatto che in Italia un imprenditore (e quindi anche una banca) per recuperare in tribunale un credito impiega il triplo del tempo, e per riuscirci spende l’8% in più. Quanto perde il sistema dei sei milioni di imprese artigiane per colpa delle procedure fallimentari? Poco meno di 400 mila euro all’anno per impresa". Intanto, le spese per le intercettazioni passano da 165 milioni di euro spesi nel 2001, a 224 milioni di euro nel 2006. Solo Russia, Turchia e Spagna hanno più tribunali di primo grado dell’Italia. Ma, se tanti posti in organico risultano scoperti, è anche perché 270 magistrati fuori ruolo sono andati a ricoprire temporalmente funzioni amministrative presso numerosi ministeri, consulenze di commissioni parlamentari e di autorità garanti, incarichi in organismi internazionali. Questa colossale macchina giudiziaria consuma più di 7,7 miliardi di euro l’anno, eppure nei tribunali mancano le penne, la carta, i computer, l’inchiostro per le stampanti, le fotocopiatrici. "L’ipertrofia legislativa e la contraddittorietà delle spinte politico-culturali dell’ordinamento hanno prodotto una situazione insostenibile. Il processo penale sembra concepito da un lato per consentire che un uso spregiudicato delle garanzie difensive possa interdire l’esercizio della giurisdizione; e, dall’altro lato, per stritolare i soggetti più deboli, insensibile com’è ai diritti delle vittime dei reati e alle esigenze di efficienza del sistema processuale". Così, se la ex Cirielli ha trasformato la prescrizione, da garanzia per l’imputato a strumento per un ulteriore intasamento dei tribunali, l’indulto non ha potuto evitare che le carceri, a causa di leggi come la Bossi-Fini sull’immigrazione e la Fini-Giovanardi sulla droga, siano già tornate sopra la capienza massima stimata in 43.140 posti. E ancora, su 100 incriminati, 54 sono prosciolti alla fine dei procedimenti, e di tutte le circa 220 mila sentenze di condanna emesse in media ogni anno, un terzo si collocano tra 3 e 6 mesi. Insomma, non c’è da meravigliarsi se i cittadini italiani non hanno fiducia nella giustizia italiana e se "il crac della giustizia insegue tutti i cittadini fin dentro casa e invade la loro vita quotidiana". Un libro che, in ogni caso, chiama in causa la politica, perché, se c’è un problema di finanziamenti, c’è anche il problema di finalizzare le spese in una macchina organizzativa che può essere riformata. A patto che si abbia il coraggio di assegnare ruoli e responsabilità precise ai diversi protagonisti del sistema, chiedendone conto, e anche di mettere in discussione interessi particolari o locali, in nome di un vantaggio collettivo e nazionale. Per questo, è necessario ricostruire un clima politico e un’idea di bene comune.

Liberazione, 20 febbraio 2008

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venerdì, febbraio 22, 2008

Giustizia: escludere gli ex terroristi avvilisce la democrazia

Sergio D'Elia

di Sergio Segio (Società INFormazione)


Il veto posto dai vertici del Pd nei confronti della candidatura di Sergio D’Elia, oltre a negare ogni valore etico al cambiamento, costituisce uno strappo alle stesse regole di quel neonato partito e cozza contro ogni regola giuridica e principio costituzionale. Vale a dire con la legge suprema di quella democrazia che, oltre due decenni fa, per fortuna ha sconfitto la violenza armata.


Sergio D’Elia, dopo aver scontato per intero la condanna ricevuta per la militanza in Prima Linea negli anni Settanta, tempo addietro ha ottenuto la cosiddetta "riabilitazione", istituto che, ai sensi dell’art. 178 del codice penale, estingue ogni pena accessoria ed effetto penale della condanna ricevuta. Peraltro, è uno dei pochissimi a trovarsi nello stato del "riabilitato", dato che questa misura viene quasi sempre negata agli "ex terroristi", interpretando surrettiziamente uno dei commi ostativi, secondo il quale il beneficio non può essere concesso qualora l’interessato "non abbia adempiuto le obbligazioni civili derivanti dal reato, salvo che dimostri di trovarsi nell’impossibilità di adempierle". Una norma tesa al risarcimento economico ma, il più delle volte, nella discrezionalità del giudice, tradotta in una precondizione di "perdono" da parte dei parenti delle vittime, che raramente sussiste.


D’Elia, nonostante sia persona che ha pagato per intero i propri errori di 30 anni fa, nonostante sia appunto giuridicamente "riabilitato", nonostante sia da decenni quotidianamente impegnato per promuovere una cultura della nonviolenza, non potrà dunque candidarsi. Lui stesso, peraltro, in questi giorni è parso disponibile a un passo indietro, memore della precedente esperienza: dopo che nelle ultime consultazioni era stato eletto, divenendo deputato, è stato letteralmente e pubblicamente linciato per mesi sui media. Una campagna che non si è limitata al concreto disprezzo della Costituzione, ma finanche a quello della Bibbia, laddove ha alimentato un sito dal significativo nome "Nessuno voti Caino".


Si dirà, e si è detto, quei drammatici errori non vengono superati e azzerati semplicemente scontando la condanna; richiedono un di più di discrezione e di ritegno. L’accesso a incarichi parlamentari può ferire sentimenti ed essere percepito come immeritato privilegio.

Un argomento che meriterebbe magari non consenso (sono infatti convinto che si tratti invece di una simbolica e potente rappresentazione della supremazia della democrazia e delle sue istituzioni sulla violenza armata) ma certo considerazione. Se non fosse per un particolare: il medesimo linciaggio è toccato e tocca a chiunque altro degli "ex terroristi", dissociato o meno che sia, abbia la sventura di essere oggetto di articoli di stampa e proteste, prontamente alimentate e cavalcate da qualche esponente politico in cerca di visibilità, che si fa scudo dei sentimenti dei parenti delle vittime. Di quei sentimenti e di quelle persone occorre certo tenere debito conto, riconoscendo loro vero rispetto e reale considerazione, anziché strumentalizzarli a fini politici o allo scopo recondito di imporre il silenzio su quegli anni, ancora in parte da sviscerare.


Sono recenti i casi di Susanna Ronconi, che si vorrebbe impossibilitare a lavorare anche nel Terzo settore, di Renato Cucio cui si vorrebbe impedire ogni apparizione pubblica, del br Vittorio Antonini, ora impegnato sui temi carcerari o dell’ex ordinovista nero Pierluigi Concutelli e - mi si consenta - del sottoscritto, frequentemente oggetto di inviti alla gogna e alla costrizione al silenzio da salotti televisivi o dalle colonne di autorevoli quotidiani.


Il combinato disposto tra malafede di molti opinionisti, disinformazione della pubblica opinione sollecitata a interessate rimozioni (a partire dalle responsabilità istituzionali nella strategia della tensione) e "doppiopesismo" nella considerazione delle vittime, e una più generale cultura intollerante ormai saldamente insediata a livello politico e sociale, ha prodotto questa consolidata situazione in cui prevale - è stato scritto sulla vicenda Ronconi - una irragionevole persecuzione e una cultura della gogna. Tanto che ci è creata una vera e propria black list, una lista di proscrizione periodicamente pubblicizzata sulle colonne dei giornali e rimbalzata da blog e siti internet in cui finisce chi non accetti la morte civile, imposta extra legem da queste campagne, non sia riuscito a farsi dimenticare o anche, semplicemente, abbia la sventura di essere preso di mira per qualsivoglia circostanza.


Alla solidarietà umana e fraterna per Sergio D’Elia, alla considerazione per Marco Pannella e per i radicali, storicamente e coraggiosamente capaci di battaglie solitarie e scomode, voglio unire un appello "politico" rivolto a quella composita sinistra (comunista, democratica, ecologista, pacifista, socialista, liberale e libertaria) che afferma di voler competere, pur senza asprezze, con il partito di Veltroni (che, sono certo, non è un monolite su questa questione, pur se regna assordante un prudente silenzio): Oltre a tanti temi economici, sociali e ambientali, è rimasto progressivamente in questi anni orfano il tema dei diritti civili, dello stato di dirittoe della democrazia "mite" e includente. La persecuzione nei confronti degli "ex terroristi" non è altro che la cartina di tornasole di un più complessivo problema: quello di una idea di società claustrofobica e intollerante che ha preso saldamente piede nella Seconda Repubblica.


Per contrastarla servono anche gesti simbolici e controcorrente, tanto più in un periodo elettorale segnato dall’equivalenza dei programmi e delle maggiori forze politiche. Si apra dunque la porta che il Pd ha chiuso, si rendano ospitali le liste a ex terroristi, ex detenuti, tossici, immigrati, operai, precari, ai tanti paria e invisibili che questa "politica dei valori" e delle apparenze, verticale e autoritaria, sta producendo. Come ha scritto oggi Gustavo Zagrebelsky: "Non si parla mai tanto di valori, quanto nei tempi di cinismo".


Lettera alla Redazione di Ristretti, 22 febbraio 2008

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giovedì, febbraio 21, 2008

Il Gruppo Volontari Carcere ricorda il Presidente Giuseppe Bicocchi


Dal 2003 Giuseppe Bicocchi era presidente del Gruppo Volontari Carcere di Lucca.
"Lo ricordiamo con profondo affetto. In questi ultimi anni, con la sua gestione, Bicocchi ha sempre puntato sulla diffusione di un'idea diversa del mondo penitenziario e su nuovi concetti dell'area penale. Si è fatto promotore di convegni e incontri in cui si potesse parlare e discutere di un carcere 'diverso' da come lo interpreta o lo vuole l'opinione comune. Il nostro presidente era infatti molto interessato alle nuove forme di giustizia, a partire dalla mediazione penale. Il Gruppo Volontari Carcere di Lucca lo ringrazia per il suo grande impegno".

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martedì, febbraio 19, 2008

Ciao Presidente

Il Presidente del GVC Lucca, Giuseppe Bicocchi, durante il convegno
del 15esimo anniversario della Casa San Francesco
(Palazzo Ducale, 14 novembre 2006)


Questa notte ci ha lasciato il nostro Presidente. Grazie di tutto.
Ti ricorderemo.

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mercoledì, febbraio 13, 2008

Il garante dei diritti delle persone private della libertà personale


Cari amici del Gruppo Volontari Carcere (e non solo), dopo che al convegno per il ventennale il garante dei diritti delle persone detenute di Pisa non poté venire a causa di un contrattempo (un'udienza) Andrea Callaioli si è reso nuovamente disponibile e verrà a trovarci presso la Casa san Francesco, giovedì 21 (ore 21) per riprendere il discorso su questa nuova figura.
Hanno assicurato la partecipazione anche gli assessori di provincia e comune che già intervennero al convegno.
L'incontro stavolta non sarà pubblico ma riteniamo utile invitare tutti coloro che ruotano fisicamente o idealmente intorno all'associazione, per discutere insieme.
Vi aspettiamo numerosi.

Massimiliano Andreoni


Incontro dibattito

Il garante dei diritti delle persone private della libertà personale
21 febbraio 2008, ore 21
c/o Casa di accoglienza per detenuti ed ex detenuti - Casa San Francesco

Partecipa il garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Pisa
Andrea Callaioli

Interverranno:
· Valentina Cesaretti (Assessore al volontariato - Provincia di Lucca)
· Angelo Monticelli (Assessore alle politiche sociali - Comune di Lucca)
· Mario Regoli (Assessore alle politiche sociali - Provincia di Lucca)

download: locandina

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