lunedì, gennaio 28, 2008

Giustizia: se la realtà supera l’immaginazione

di Marco Travaglio (*)

Nella scena finale de "Il Caimano", Nanni Moretti nei panni di Berlusconi esce dal Tribunale che l’ha condannato fra il tripudio della folla che lancia molotov contro i giudici e dà alle fiamme il tribunale. A due anni dall’uscita del film, quella profezia si sta avverando. Con una variazione sul tema: il protagonista della jacquerie non è più soltanto Berlusconi. È un’intera classe dirigente, anzi digerente, stretta intorno ora a Mastella e signora, ora a Cuffaro, ora a Contrada, prossimamente a Dell’Utri.
Nemmeno la fertile fantasia di Moretti poteva immaginare la scena della detenuta lady Mastella che arriva in tribunale per l’interrogatorio a bordo dell’auto blu con tanto di scorta (che, di passaggio, investe un cameraman), saluta e bacia la folla festante dei fans che lanciano petali di rosa manco fosse Evita Peròn, mentre il marito l’aspetta a casa dando del "farabutto", "macchietta da rinchiudere in un istituto" al procuratore di S. Maria Capua Vetere, e mentre l’Udeur concute il governo per strappare una mozione di fiducia alla famiglia Mastella.
Il fatto poi che, nello stesso giorno, il Csm unanime sanzioni con censura e trasferimento il pm Luigi De Magistris, colpevole di aver scoperchiato un’immonda ruberia trasversale in Calabria e una fogna di toghe sporche in Lucania, diventa un messaggio vagamente mafioso a tutti i magistrati: se vi capita tra le mani uno scandalo che coinvolga politici, peggio ancora se di destra e di sinistra insieme, voltatevi dall’altra parte. Oppure fatevi furbi e trovate una scappatoia agli imputati eccellenti, salvando le apparenze.
Fate come la magistratura pre-1992 che - come scrive Giuseppe Di Lello, già membro del pool di Falcone e Borsellino - mostrava "grande scaltrezza nel riconoscere in teoria la pericolosità della mafia per le sue connessioni col potere politico ed economico e, al momento di passare alle prassi giudiziarie, nel perseguire costantemente l’ala militare dell’alleanza,tenendo fuori dal campo d’azione l’altro corno del problema". Insomma imparate da quelli che Alfredo Morvillo, procuratore aggiunto a Palermo e cognato di Falcone, chiama i "professionisti delle carte a posto". La sentenza Cuffaro è esemplare: 5 anni per favoreggiamento di alcuni mafiosi, ma non per favoreggiamento della mafia.
Così tutti cantano vittoria: i pm per il bicchiere mezzo pieno (la condanna), l’imputato per il bicchiere mezzo vuoto (niente aggravante mafiosa). Visto quel che ha combinato e quel che gli poteva capitare, ha ragione Totò. La pena, senza l’aggravante mafiosa, rientra nell’indulto e scende da 5 anni a 2: niente carcere, nemmeno se diventasse definitiva. Ma non lo diventerà, perché il reato si prescrive entro un paio d’anni, prima che si concluda il processo d’appello. Il Tribunale ha sparato un colpo a salve e il fuciletto a tappo gliel’ha fornito la Procura quattro anni fa, quando Piero Grasso e i fedelissimi Pignatone, De Lucia e Prestipino fecero archiviare il reato più grave, il concorso esterno in associazione mafiosa, lasciando le briciole: due episodi di favoreggiamento e rivelazione di segreti. Il pm che aveva avviato l’inchiesta, Gaetano Paci si oppose, sostenuto da un bel numero di sostituti e aggiunti.
Ma finì in minoranza e fu estromesso dalle indagini. Così come il pm Nino Di Matteo, l’anno scorso. Sostenevano, i "dissidenti" dalla linea morbida, che dimostrare il favoreggiamento mafioso è difficile: molto più logico che il governatore abbia fatto avvertire il boss Guttadauro delle cimici in casa sua per evitare che parlasse di lui e dei suoi fedelissimi, anziché per favorire l’intera Cosa Nostra.
Molto più facile dimostrare che Cuffaro è da 17 anni al servizio della mafia, visti i racconti di numerosi pentiti a cominciare da Siino, a cui Totò chiese i voti nel ‘91 per entrare in Regione. Il Tribunale ha confermato che avevano ragione i dissidenti. E ora persino Grasso dichiara al Corriere: per il favoreggiamento mafioso occorreva "una prova diabolica, complicata da trovare". Bella scoperta: Paci, Di Matteo, Scarpinato, Lo Forte, Morvillo, Ingroia e altri pm da lui emarginati lo dicono inascoltati dal 2004.
Grasso ribatte che, col concorso esterno, sarebbe andata anche peggio. Ma manca la controprova. Anzi, c’è la prova del contrario: fior di sentenze di giudici di Palermo riconoscono la colpevolezza di personaggi più potenti di Cuffaro (da Andreotti a Contrada, da Mannino a Dell’Utri) per concorso esterno. Non per favoreggiamento mafioso. E concorso esterno, quando ci sono le prove, funziona. O forse è proprio questo il problema?

(*) L’Unità, 23 gennaio 2008

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domenica, gennaio 27, 2008

Giustizia: Eurispes; in Italia chi sbaglia non paga, se ci sa fare

"Nel nostro paese chi sbaglia non paga, soprattutto se ci sa fare". Lo dice l’Eurispes, nel capitolo riguardante la legalità in Italia, all’interno del Rapporto 2008 sul nostro paese. L’Istituto di studi politici, economici e sociali fotografa una realtà sociale in cui si fa "scempio dei diritti", in cui la giustizia è "ridotta a un campo di battaglia", dove "consumare vendette e scontri politici, personalismi e polemiche".
I processi sono lenti, "le carceri sempre più piene". Lo scenario, insomma, "è cupo": "uno scempio quotidiano - analizza l’Eurispes - di diritti e legalità, un processo farraginoso e incomprensibile, con costi e tempi che generano sfiducia e insicurezza. La giustizia è ridotta a campo di battaglia dove consumare vendette e scontri politici, personalismi e polemiche che accompagnano ogni vicenda giudiziaria. Parlare di legalità e giustizia non è facile.
Tanto più in presenza di cattivi esempi o modelli negativi che si ispirano a "filosofie" del tipo così fan tutti, così va il mondo, perché scaldarsi, non vale la pena (…). Nel nostro Paese chi sbaglia non paga, soprattutto se conta o ci sa fare. Grazie anche alla diffusione di condoni persino tombali, dell’indulto o di leggi mirate su specifici, particolari interessi. (...) Si aprono sempre più spazi all’Italia dei furbi, degli affaristi, degli impuniti. Legalità e giustizia non attraversano un buon momento, nel nostro Paese. Crisi e sofferenza, malessere e problemi si intrecciano inestricabilmente. È del tutto evidente che senza giustizia deperisce la qualità della convivenza. (...)".
"Ma la legalità non è soltanto questo. Il rispetto della legge conviene. Serve a evitare effetti dannosi per sé e per i terzi. Il parziale recupero di legalità, ottenuto con le inchieste avviate contro la mafia dopo le stragi del 1992-93 ha impedito al nostro Paese di diventare preda del potere criminale mafioso. Ha impedito che l’Italia diventasse un narco-stato, uno stato-mafia controllato da criminali stragisti. Se non ci fosse la mafia il Pil pro capite del Sud sarebbe sostanzialmente uguale a quello del Centro-Nord. La drammatica realtà delle mafie, oggi, è che esse hanno costruito una vera e propria "economia parallela", con guadagni giganteschi e con andamento sempre in crescita. Questa economia illegale pian piano risucchia nel suo gorgo commerci, imprese e forze economiche sane. (...)
L’Italia è poi al terzo posto per i morti sul lavoro con meno di 18 anni. La mortalità minorile è più del doppio rispetto alla media europea. Molto elevata è la percentuale degli infortuni occorsi agli immigrati, che hanno il 14 per cento di probabilità in più di subire infortuni sul lavoro. Il lavoro sommerso (che in Italia, secondo stime prudenziali, riguarda 3,5 milioni di persone), mostra un numero elevatissimo di infortuni: circa 225.000, dei quali 17.500 nel settore edilizio; ma sono infortuni che in gran parte, per forza di cose, restano sommersi.
L’Eurispes ci ricorda che, dal 2003 al 2006, abbiamo avuto più morti in Italia per infortuni sul lavoro (5.252) di quanti soldati della coalizione sono caduti nel corso della guerra in Iraq (3.520). Legalità come cardine della civile convivenza, legalità come vantaggio. Poi ci si scontra con la durata, spesso interminabile, dei processi (civili e penali) che frustra, con regolarità inesorabile ed invariata, le pretese di legalità dei cittadini (...)".
"Lo stato della giustizia nel nostro Paese è prossimo alla paralisi, ma ci sono alternative allo sfascio concretamente praticabili. A una condizione: che non si prosegua con il disimpegno amministrativo e con il perseguimento di un disegno che confonde il rilancio della giustizia con la normalizzazione dei magistrati. Il nostro sistema penale si caratterizza ormai per la compresenza di due distinti codici: uno per i "galantuomini" (cioè le persone giudicate, in base al censo o alla collocazione sociale, comunque per bene, a prescindere (...); l’altro per cittadini "comuni".
L’utilità, ormai, è il metro di valutazione dell’intervento giudiziario. Un metro che ha sostituito i tradizionali criteri della correttezza e del rigore. (...) La curva dei reati, nel nostro Paese (e pressoché ovunque nei paesi occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti) è stazionaria o addirittura in discesa. Secondo le rilevazioni del Ministero dell’Interno, c’è stato un calo dei reati commessi pari a 145.043. Il numero dei delitti resta molto elevato (2.791.279), ma sono in calo i reati cosiddetti "predatori" (scippi e furti), le rapine, le violenze sessuali, gli incendi, le estorsioni, i reati legati agli stupefacenti e gli omicidi. (...)
Qualche riflessione - infine - sul cambio di maggioranza delle ultime elezioni politiche e sulle aspettative che esso aveva originato in tema di legalità e giustizia. La nostra opinione è che tali aspettative siano andate fin qui deluse. Le leggi ad personam, che nella scorsa legislatura hanno imbarbarito il sistema, continuano a far "bella" mostra di sé. Le risorse destinate alla giustizia restano gravemente deficitarie.
La sostituzione della riforma targata Castelli è stata difficile, tortuosa e assai meno incisiva di quanto fosse lecito attendersi: utile forse in un’ottica di riduzione del danno, ma deludente in termini di reale rinnovamento. Più che edificare una nuova casa, si è restaurata la vecchia. In questo contesto emergono nella magistratura forti segnali di inquietudine e di insofferenza. Nuovi problemi, dunque, si affiancano a quelli antichi. Non è un’altra storia, ma un capitolo ulteriore della stessa vicenda che sembra non cambiare, neppure coi cambi di maggioranza".

fonte: Il Velino, 25 gennaio 2008

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venerdì, gennaio 11, 2008

Troppi detenuti, il carcere scoppia

Lucca. Segnaliamo un articolo (scaricabile qua sotto in formato pdf) pubblicato dal Tirreno di Lucca mercoledì 9 gennaio 2008 e firmato da Luca Tronchetti. Titolo: "Troppi detenuti, il carcere scoppia - Svanito l'effetto indulto, 130 reclusi nella struttura che cade a pezzi". Chi volesse discutere di questo tema può farlo utilizzando i commenti di questo post.

download: /doc/2008.01.09.troppidetenuti.PDF

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mercoledì, gennaio 02, 2008

Tanti auguri a tutti voi... e una segnalazione

Da troppo tempo, ormai, non aggiorniamo queste pagine. Ci dispiace. Cercheremo di rimediare con pubblicazioni più o meno periodiche. Approfittiamo quindi di questo intervento per fare a tutti voi i migliori auguri per questo nuovo anno.

E con l'occasione segnaliamo un appuntamento in programma mercoledì 16 gennaio 2008 alla libreria Lucca Libri di corso Garibaldi (Lucca, ore 17.30): l'incontro con Bruno Bini e Giuseppe Sica, autori del libro Scrivere di carcere (Edizioni PLUS, Pisa 2007).

"La difficoltà di sapere, di capire, di scoprire che cosa avviene dietro le mura di una carcere, dentro le celle, dentro alle persone che in quella struttura devono trascorrere il loro tempo, più o meno lungo. È stato questo il punto da cui sono partiti Bruno Bini e Giuseppe Sica, i due autori del libro Scrivere di Carcere, aiutati in questo lavoro dal Centro per i Diritti Umani, dal Centro Interdisciplinare Scienza per la Pace e dal progetto Carcere & Comunitàdi Pisa."
Leggere queste pagine è come effettuare un viaggio attraverso la sofferenza legale e così conoscere il dolore che la società infligge ad un gruppo particolare di uomini, i criminali, in realtà infliggendolo a se stessa.
Per informazioni telefonare al numero 0583 469627
o scrivere a a.paolinelli@epii-gn.org

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