E' quasi un miracolo

… un gatto che si prende cura di una gabbianella… e per di più in carcere… … quasi un miracolo, come il fatto che ancora oggi esista qualcuno che voglia “correre il rischio del bene” …
di Massimiliano Andreoni
Lucca. Il 4 ed il 6 giugno all’interno del carcere di Lucca ci sono stati due importanti avvenimenti, due nuove tappe del cammino del Gruppo Teatrale San Giorgio tra le Mura, la prima rivolta ad un pubblico “esterno” formato da circa 100 spettatori (non c’erano in pratica più posti a sedere), la seconda rivolta ai compagni dei detenuti/attori.
Il gruppo ha rappresentato “La Gabbianella e il gatto”, liberamente tratto dal romanzo di Luis Sepúlveda.
Davanti al folto pubblico di volontari, operatori, amici, colleghi e persone comunque sensibili alle problematiche del carcere i detenuti/attori coadiuvati dai volontari del progetto di servizio civile “Nonsolopena”, hanno potuto mostrare il frutto di diversi mesi di duro lavoro e ci sembra che gli spettatori abbiano gradito il risultato.
Tra l’altro ad applaudire i neo attori, in mezzo al numeroso pubblico, ci ha fatto piacere notare la presenza di diversi amministratori e dirigenti della provincia (tra cui il Presidente), dei comuni di Lucca e Capannori (tra cui il sindaco), ed anche dell’onorevole Raffaella Mariani, oltre che dell’arcivescovo Italo
Così per qualche ora anche chi attualmente vive dentro “il San Giorgio” si è potuto sentire una parte della città e non un mondo a parte.
Questa nuova tappa del gruppo teatrale è stata particolarmente importante ed anche "complicata", perché, dopo l'indulto, tutte le persone che avevano partecipato alle rappresentazioni dei tre anni precedenti sono, per loro fortuna, uscite in libertà, quindi per la per la prima volta ci si è trovati a ricostruire per intero il gruppo, mentre nelle occasioni precedenti c'era sempre qualcuno che costituiva il trait d’union, la continuità con l'esperienza passata.
Non è stato quindi facile, tra l'altro con una popolazione detenuta straniera che sfiora il 90% a Lucca, ma i nuovi esordienti attori ci hanno messo tutto il loro entusiasmo e tutti lo hanno potuto apprezzare.
Ma chi sono questi attori? O meglio perché sono “dentro”? Sono forse persone che hanno commesso reati violenti (omicidio, ecc.)? Direi di no, anche perché Lucca è una Casa Circondariale e non possono essere “accolti”, se non per brevi periodi persone con condanne superiori ai cinque anni. (E poi quanti omicidi sono realmente detenuti in carcere?) Allora forse spacciatori? Bè dipende dai punti di vista! Visto che frequento questi luoghi da circa un ventennio posso affermare senza timore di essere smentito che se per spacciatore si intende colui (almeno per me è così) che ha fatto di questa attività la propria fonte di reddito, ebbene, non ne ho mai incontrato uno in carcere…mi sa che sono altrove. Se al contrario si intende il giovane (anche non più giovane) tossico, italiano o straniero, disturbato o meno, che vende la polvere bianca per pagarsene il consumo allora forse sì c’erano. O forse scippatori, ladri più o meno abili, persone finite in gattabuia per oltraggi, per danni alla proprietà e chi più ne ha più ne metta? Insomma tutte “personcine” più o meno raccomandabili con le quali probabilmente non vorremmo condividere la cena di stasera…E non forse il nostro prossimo, l’altra faccia della nostra realtà, delle nostre città, dei nostri quartieri…???
Sì forse sto esagerando, penserete che sono un provocatore! E magari avete ragione, ma almeno lasciatemi dire una cosa, non ho cominciato io! Da anni la televisione, la stampa, anche quella locale, ci propinano una serie inarrestabile di luoghi comuni, di caccia all’untore, di fotografie del carcere che, credetemi, non sono neanche minimamente aderenti alla realtà.
Ministri che hanno parlato di hotel a cinque stelle, anchormen che hanno fatto puntate di talk-show parlando dell’amnistia mentre ci descrivevano le efferatezze del mostro del Circeo, fiumi di parole e di particolari sulle varie Erike, Cogne, Rignano di turno e quasi sempre sullo sfondo il carcere! Anche la nostra stampa locale non si è fatta mancare niente con noti giornalisti locali che sparavano a zero sull’indulto.
Allora voglio provare ad esprimermi anch’io visto che me ne è data l’occasione.
Indulto perché sì?
Anzitutto per, usando le parole di Adriano Sofri, “…correre il rischio del bene…”. Cito il detenuto Sofri (anzi ex-detenuto ma solo perché ha problemi di salute), perché ho trovato nelle sue parole quella umanità, quell’amore per l’altro che spesso in questi mesi sono stati soffocati dai tecnicismi, dalle dichiarazioni di principio, dalle dietrologie.
Ha scritto Sofri: “... quattro anni fa scrissi una lettera al Papa, alla vigilia della sua visita al Parlamento. Finiva così: ‘Sapesse come sono belli i piedi dei ragazzi che escono dalla galera’...
Ecco sui giornali dei giorni dell’indulto, sui siti Internet, ci si è rincorsi a descrivere come il primo “indultiato” (chissà se si scrive così) fosse un agricoltore uxoricida, tralasciando di dire ad esempio quanti anni della sua vita aveva già trascorso nelle patrie galere, oppure raccontare di quei detenuti che hanno battuto il guinness del minor tempo trascorso in libertà per essere riusciti a farsi arrestare nuovamente dopo due ore, infine raccontare che anche i “mostri”, le Erike, i Maso, ecc. ne avrebbero potuto usufruire!!!
Perché nessuno o quasi si è messo fuori dagli istituti a fotografare, raccontare le emozioni di chi esce e di chi aspetta.
Sono state emozioni forti, belle, indimenticabili, le ho provate anch’io. L’emozione di trovarmi per la prima volta, dopo tre anni di avventure teatrali dietro le sbarre, con Marco, il primo regista della compagnia “San Giorgio tra le Mura”, che mentre insiste per offrirmi un gelato, è trepidante, emozionato, sembra un extraterrestre sbarcato oggi sulla terra tanto è spaesato.
Oppure quella di Nicu, già semilibero, chiamato dalla matricola (l’ufficio interno) del carcere per la notifica della libertà, che corre da una stanza all’altra della casa di accoglienza, alza lo stereo a paletta, si vede già sul volo che lo riporterà in Romania…
“Ma io in Italia torno tra poco”… E ancora l’abbraccio tra Said e Aziz, appena arrivato, mentre si era sparsa la voce che era stato sì liberato, ma anche espulso.
E tra le emozioni forti c’è anche il dolore, quello ad esempio per la quasi certezza che Salem, anche lui attore dietro le sbarre, è stato sì liberato, ma anche espulso in maniera coatta. Marco me lo ha confermato, ma lo sapevo già, lui aveva in tasca un foglietto con il mio cellulare, so che avrebbe chiamato subito, per salutare, per ringraziare, per chiedere una mano, ma il telefonino non ha mai suonato. Salem è uno degli esempi dell’inefficienza e delle incapacità del nostro sistema penale, giudiziario, carcerario. L’ho conosciuto nel 2005, ha frequentato in maniera dignitosa un corso per muratori stranieri in carcere. È stata individuata una cooperativa che fuori gli avrebbe permesso di fare lo stage, abbiamo anche trovato una comunità che lo avrebbe accolto per il vitto e l’alloggio, ha presentato la sua richiesta il 14 marzo 2006. Cinque mesi dopo, senza ricevere alcuna risposta, liberato anche lui è vero, ma anche rimpatriato, in quella terra del Magreb da cui era partito, lui che ha la pelle talmente nera che sembra venire da altre terre. Sono sicuro, anzi spero, che ovunque lui sia ora, stia bene e che si faccia sentire, anche solo per un ciao. Bene questo per dire, per raccontare, che l’indulto, con tutte le sue contraddizioni, con la mancanza di altri provvedimenti che avrebbero dovuto e potuto ben supportarlo (revisione della Bossi-Fini, della Fini-Giovanardi, abrogazione della Cirielli, tutte leggi particolarmente “carcerogene”), di azioni volte all’accoglienza ed al reinserimento degli ex-detenuti nel mercato del lavoro, ha almeno rappresentato un tentativo di “…correre il rischio del bene…”.
E poi chi è uscito con l’indulto? Certamente anche, purtroppo, qualche potente, qualche furbetto del quartiere, qualche onorevole, qualche boss, ma soprattutto una parte di quella detenzione sociale costituita da immigrati colpevoli di non essersi allontanati dal nostro paese, da tossicodipendenti che forse dovrebbero essere aiutati altrove, da poveri, tanti poveri e non solo economicamente.
Sempre più il carcere è “ricettacolo” di quelli che sono in ogni caso più sofferenti, più deboli, più sbagliati, mentre chi ha le possibilità (culturali, familiari, economiche, “ambientali”, ecc.), riesce, ben difeso dal nostro sistema giudiziario, a non entrarci neanche per un minuto in carcere.
Molto bene per questi ultimi, ma una domanda resta senza risposta: perché tale possibilità non può essere concessa, come previsto dal nostro ordinamento (La legge è uguale per tutti!) a tutti i cittadini, qualunque sia il cielo sotto il quale dormono?
Il carcere è il posto dei poveri, è sempre più il posto degli ultimi, grazie anche a noi, il luogo degli indesiderati e ha fallito, se mai sia stato messo in grado di farlo, la sua mission, la rieducazione, la riabilitazione, il reinserimento. Ma non è difficile comprenderne le ragioni, quando sempre meno soldi si affidano all’amministrazione penitenziaria per le sue azioni, amministrazione peraltro spesso incapace di utilizzarli bene, o quando si privilegia certamente la sicurezza, la nostra sicurezza, di noi cittadini liberi, a scapito del trattamento delle persone detenute, leggasi riabilitazione: circa 45-50.000 agenti contro meno di 500 educatori in tutta Italia.
E certamente, come da molti affermato, normative come la legge Cirielli che privilegia i potenti con prescrizioni più corte per i reati tipici del loro censo e affossa gli ultimi a causa della propensione alla recidiva, piuttosto che le normative degli ultimi anni su immigrazione e stupefacenti, hanno, guarda caso, concentrato in carcere una umanità allo sbando, forse solo bisognosa di un aiuto ed un sostegno diversi.
Così, come un’Armata Brancaleone il pianeta carcere si muove sbattuto dalle onde dell’immaginario giustizialista, piuttosto che vittimista, da proclami del ministro di turno al talk show di turno e tutto si promette ma nulla cambia.
Anche perché è sicuramente impopolare, come lo è stato l’indulto, dire che occorre dare più soldi per aiutare chi ha sbagliato, ed è davvero un miracolo che qualcuno voglia ancora stare dalla parte degli ultimi, dei poveri.
Ecco il carcere è anche e soprattutto questo. Scusate la passione e, forse, la brutalità delle mie parole.
Il gruppo ha rappresentato “La Gabbianella e il gatto”, liberamente tratto dal romanzo di Luis Sepúlveda.
Davanti al folto pubblico di volontari, operatori, amici, colleghi e persone comunque sensibili alle problematiche del carcere i detenuti/attori coadiuvati dai volontari del progetto di servizio civile “Nonsolopena”, hanno potuto mostrare il frutto di diversi mesi di duro lavoro e ci sembra che gli spettatori abbiano gradito il risultato.
Tra l’altro ad applaudire i neo attori, in mezzo al numeroso pubblico, ci ha fatto piacere notare la presenza di diversi amministratori e dirigenti della provincia (tra cui il Presidente), dei comuni di Lucca e Capannori (tra cui il sindaco), ed anche dell’onorevole Raffaella Mariani, oltre che dell’arcivescovo Italo
Così per qualche ora anche chi attualmente vive dentro “il San Giorgio” si è potuto sentire una parte della città e non un mondo a parte.
Questa nuova tappa del gruppo teatrale è stata particolarmente importante ed anche "complicata", perché, dopo l'indulto, tutte le persone che avevano partecipato alle rappresentazioni dei tre anni precedenti sono, per loro fortuna, uscite in libertà, quindi per la per la prima volta ci si è trovati a ricostruire per intero il gruppo, mentre nelle occasioni precedenti c'era sempre qualcuno che costituiva il trait d’union, la continuità con l'esperienza passata.
Non è stato quindi facile, tra l'altro con una popolazione detenuta straniera che sfiora il 90% a Lucca, ma i nuovi esordienti attori ci hanno messo tutto il loro entusiasmo e tutti lo hanno potuto apprezzare.
Ma chi sono questi attori? O meglio perché sono “dentro”? Sono forse persone che hanno commesso reati violenti (omicidio, ecc.)? Direi di no, anche perché Lucca è una Casa Circondariale e non possono essere “accolti”, se non per brevi periodi persone con condanne superiori ai cinque anni. (E poi quanti omicidi sono realmente detenuti in carcere?) Allora forse spacciatori? Bè dipende dai punti di vista! Visto che frequento questi luoghi da circa un ventennio posso affermare senza timore di essere smentito che se per spacciatore si intende colui (almeno per me è così) che ha fatto di questa attività la propria fonte di reddito, ebbene, non ne ho mai incontrato uno in carcere…mi sa che sono altrove. Se al contrario si intende il giovane (anche non più giovane) tossico, italiano o straniero, disturbato o meno, che vende la polvere bianca per pagarsene il consumo allora forse sì c’erano. O forse scippatori, ladri più o meno abili, persone finite in gattabuia per oltraggi, per danni alla proprietà e chi più ne ha più ne metta? Insomma tutte “personcine” più o meno raccomandabili con le quali probabilmente non vorremmo condividere la cena di stasera…E non forse il nostro prossimo, l’altra faccia della nostra realtà, delle nostre città, dei nostri quartieri…???
Sì forse sto esagerando, penserete che sono un provocatore! E magari avete ragione, ma almeno lasciatemi dire una cosa, non ho cominciato io! Da anni la televisione, la stampa, anche quella locale, ci propinano una serie inarrestabile di luoghi comuni, di caccia all’untore, di fotografie del carcere che, credetemi, non sono neanche minimamente aderenti alla realtà.
Ministri che hanno parlato di hotel a cinque stelle, anchormen che hanno fatto puntate di talk-show parlando dell’amnistia mentre ci descrivevano le efferatezze del mostro del Circeo, fiumi di parole e di particolari sulle varie Erike, Cogne, Rignano di turno e quasi sempre sullo sfondo il carcere! Anche la nostra stampa locale non si è fatta mancare niente con noti giornalisti locali che sparavano a zero sull’indulto.
Allora voglio provare ad esprimermi anch’io visto che me ne è data l’occasione.
Indulto perché sì?
Anzitutto per, usando le parole di Adriano Sofri, “…correre il rischio del bene…”. Cito il detenuto Sofri (anzi ex-detenuto ma solo perché ha problemi di salute), perché ho trovato nelle sue parole quella umanità, quell’amore per l’altro che spesso in questi mesi sono stati soffocati dai tecnicismi, dalle dichiarazioni di principio, dalle dietrologie.
Ha scritto Sofri: “... quattro anni fa scrissi una lettera al Papa, alla vigilia della sua visita al Parlamento. Finiva così: ‘Sapesse come sono belli i piedi dei ragazzi che escono dalla galera’...
Ecco sui giornali dei giorni dell’indulto, sui siti Internet, ci si è rincorsi a descrivere come il primo “indultiato” (chissà se si scrive così) fosse un agricoltore uxoricida, tralasciando di dire ad esempio quanti anni della sua vita aveva già trascorso nelle patrie galere, oppure raccontare di quei detenuti che hanno battuto il guinness del minor tempo trascorso in libertà per essere riusciti a farsi arrestare nuovamente dopo due ore, infine raccontare che anche i “mostri”, le Erike, i Maso, ecc. ne avrebbero potuto usufruire!!!
Perché nessuno o quasi si è messo fuori dagli istituti a fotografare, raccontare le emozioni di chi esce e di chi aspetta.
Sono state emozioni forti, belle, indimenticabili, le ho provate anch’io. L’emozione di trovarmi per la prima volta, dopo tre anni di avventure teatrali dietro le sbarre, con Marco, il primo regista della compagnia “San Giorgio tra le Mura”, che mentre insiste per offrirmi un gelato, è trepidante, emozionato, sembra un extraterrestre sbarcato oggi sulla terra tanto è spaesato.
Oppure quella di Nicu, già semilibero, chiamato dalla matricola (l’ufficio interno) del carcere per la notifica della libertà, che corre da una stanza all’altra della casa di accoglienza, alza lo stereo a paletta, si vede già sul volo che lo riporterà in Romania…
“Ma io in Italia torno tra poco”… E ancora l’abbraccio tra Said e Aziz, appena arrivato, mentre si era sparsa la voce che era stato sì liberato, ma anche espulso.
E tra le emozioni forti c’è anche il dolore, quello ad esempio per la quasi certezza che Salem, anche lui attore dietro le sbarre, è stato sì liberato, ma anche espulso in maniera coatta. Marco me lo ha confermato, ma lo sapevo già, lui aveva in tasca un foglietto con il mio cellulare, so che avrebbe chiamato subito, per salutare, per ringraziare, per chiedere una mano, ma il telefonino non ha mai suonato. Salem è uno degli esempi dell’inefficienza e delle incapacità del nostro sistema penale, giudiziario, carcerario. L’ho conosciuto nel 2005, ha frequentato in maniera dignitosa un corso per muratori stranieri in carcere. È stata individuata una cooperativa che fuori gli avrebbe permesso di fare lo stage, abbiamo anche trovato una comunità che lo avrebbe accolto per il vitto e l’alloggio, ha presentato la sua richiesta il 14 marzo 2006. Cinque mesi dopo, senza ricevere alcuna risposta, liberato anche lui è vero, ma anche rimpatriato, in quella terra del Magreb da cui era partito, lui che ha la pelle talmente nera che sembra venire da altre terre. Sono sicuro, anzi spero, che ovunque lui sia ora, stia bene e che si faccia sentire, anche solo per un ciao. Bene questo per dire, per raccontare, che l’indulto, con tutte le sue contraddizioni, con la mancanza di altri provvedimenti che avrebbero dovuto e potuto ben supportarlo (revisione della Bossi-Fini, della Fini-Giovanardi, abrogazione della Cirielli, tutte leggi particolarmente “carcerogene”), di azioni volte all’accoglienza ed al reinserimento degli ex-detenuti nel mercato del lavoro, ha almeno rappresentato un tentativo di “…correre il rischio del bene…”.
E poi chi è uscito con l’indulto? Certamente anche, purtroppo, qualche potente, qualche furbetto del quartiere, qualche onorevole, qualche boss, ma soprattutto una parte di quella detenzione sociale costituita da immigrati colpevoli di non essersi allontanati dal nostro paese, da tossicodipendenti che forse dovrebbero essere aiutati altrove, da poveri, tanti poveri e non solo economicamente.
Sempre più il carcere è “ricettacolo” di quelli che sono in ogni caso più sofferenti, più deboli, più sbagliati, mentre chi ha le possibilità (culturali, familiari, economiche, “ambientali”, ecc.), riesce, ben difeso dal nostro sistema giudiziario, a non entrarci neanche per un minuto in carcere.
Molto bene per questi ultimi, ma una domanda resta senza risposta: perché tale possibilità non può essere concessa, come previsto dal nostro ordinamento (La legge è uguale per tutti!) a tutti i cittadini, qualunque sia il cielo sotto il quale dormono?
Il carcere è il posto dei poveri, è sempre più il posto degli ultimi, grazie anche a noi, il luogo degli indesiderati e ha fallito, se mai sia stato messo in grado di farlo, la sua mission, la rieducazione, la riabilitazione, il reinserimento. Ma non è difficile comprenderne le ragioni, quando sempre meno soldi si affidano all’amministrazione penitenziaria per le sue azioni, amministrazione peraltro spesso incapace di utilizzarli bene, o quando si privilegia certamente la sicurezza, la nostra sicurezza, di noi cittadini liberi, a scapito del trattamento delle persone detenute, leggasi riabilitazione: circa 45-50.000 agenti contro meno di 500 educatori in tutta Italia.
E certamente, come da molti affermato, normative come la legge Cirielli che privilegia i potenti con prescrizioni più corte per i reati tipici del loro censo e affossa gli ultimi a causa della propensione alla recidiva, piuttosto che le normative degli ultimi anni su immigrazione e stupefacenti, hanno, guarda caso, concentrato in carcere una umanità allo sbando, forse solo bisognosa di un aiuto ed un sostegno diversi.
Così, come un’Armata Brancaleone il pianeta carcere si muove sbattuto dalle onde dell’immaginario giustizialista, piuttosto che vittimista, da proclami del ministro di turno al talk show di turno e tutto si promette ma nulla cambia.
Anche perché è sicuramente impopolare, come lo è stato l’indulto, dire che occorre dare più soldi per aiutare chi ha sbagliato, ed è davvero un miracolo che qualcuno voglia ancora stare dalla parte degli ultimi, dei poveri.
Ecco il carcere è anche e soprattutto questo. Scusate la passione e, forse, la brutalità delle mie parole.
[dal di fuori, ma anche un po' dentro]
articolo pubblicato su "Toscana Oggi", 10 giugno 2007
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