lunedì, maggio 28, 2007

''Sono persone, non reati che camminano''. A Padova l'annuale convegno di Ristretti Orizzonti


Favero: ''Stare in carcere e non capire il senso della pena e ritenere di stare subendo una ingiustizia è quanto di meno rieducativo ci sia nella vita di una persona detenuta''

Padova. Sono persone, non reati che camminano. Questa l'affermazione da cui è partito l'annuale convegno organizzato da Ristretti orizzonti, per riflettere sul carcere, sulle misure alternative, sulla legislazione vigente e su quella che sembra non arrivare mai. Venerdì 25 maggio all’interno della casa di reclusione Due Palazzi di Padova operatori, direttori di carceri, magistrati, docenti universitari si sono confrontati sul mondo dietro le sbarre e sulla necessità di ripensare la pena. L’assunto che ha trovato tutti concordi è che il carcere debba essere necessariamente l’estrema ratio, l’ultimo possibile intervento della giustizia. Prima devono essere considerate e previste tutte le misure alternative, cercando di favorire il reinserimento della persona nella società. E se proprio reclusione deve essere, allora si devono trovare sistemi per dare un senso al tempo che si trascorre reclusi, per non far credere ai detenuti di essere "un morto che respira”.
“Stare in carcere e non capire il senso della pena e ritenere di stare subendo una ingiustizia è quanto di meno rieducativo ci sia nella vita di una persona detenuta - scrive Ornella Favero, di Ristretti orizzonti –. Una pena scontata dove si può fare buon uso del tempo è radicalmente diversa da una pena fatta di tempo morto”. Poi c’è lo scoglio dell’uscita, come spiega Elton Kalica, della redazione interna di Ristretti orizzonti: “Il detenuto che non ha potuto seguire un percorso di reinserimento quasi sicuramente si ritrova a fine pena buttato in mezzo a una strada, senza un soldo e senza un lavoro. E tutti i sogni e i progetti di vita finiscono sotto il ponte dove andrà a dormire o accanto alla panchina del giardinetto dove si metterà a spacciare”.
Il magistrato Alessandro Margara, presidente della Fondazione Michelucci, ha sottolineato nel corso del suo intervento come “il carcere dovrebbe essere l’estrema ratio, invece adesso è quasi routine”. Margara, autore di una proposta di riforma dell’ordinamento penitenziario, ha anche descritto come è perché deve essere modificato il Codice penale proprio alla luce del ripensamento della pena. Se, dunque, le misure alternative sono la strada maestra da seguire, alcuni di coloro che vivono dentro il carcere per lavoro cercano di attenuare i possibili effetti peggiorativi della detenzione. È il caso di Lucia Castellano, direttrice della casa circondariale di Bollate, che ha raccontato la propria esperienza: “Il carcere per la stragrande maggioranza delle persone che lo abitano non ha effetti migliorativi, tutt’altro. Detto questo, cosa fare per rendere il tempo al suo interno sensato? Il carcere deve essere inteso come un servizio, perdendo la mistica del controllo totale della persona reclusa.
A Bollate ad esempio abbiamo permesso ai detenuti, con le cooperative che operano all’interno, la gestione economica dell’istituto”. Un secondo aspetto su cui insiste la direttrice è che “bastano i muri di cinta a contenere le persone, non serve aggiungere altro. Le celle dovrebbero essere aperte, lasciando liberi i detenuti di muoversi nell’istituto senza doverli controllare ogni secondo, perché tanto è impossibile”. La gestione partecipata del carcere, dunque, serve a dare un senso al luogo e allo spazio nel quale le persone vivono. Paolo Cavenelli, magistrato dell’Ufficio sorveglianza di Roma, ha voluto infine evidenziare che il 60% dei detenuti in Italia oggi si trovano in carcere in condizione di custodia cautelare, senza avere una sentenza definitiva, mentre in fase esecutiva la carcerazione non è frequente. “Molti detenuti sono ancora reclusi per reati commessi 10-15 anni fa e questo non mi sembra civile”.

fonte: Redattore Sociale

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Ristretti orizzonti. Dal 1998 al 2005 recidiva del 19%: "L'81% delle persone non è tornato a delinquere"


Ancora troppo scarso il ricorso alle misure alternative. Cesaris: ''Tolleranza zero? Il nemico è sempre lo stesso: l’immigrato, il terrorista, il tossicodipendente''

Padova. Articolati gli interventi nel corso del convegno organizzato da Ristretti orizzonti venerdì 25 maggio a Padova, nella casa di reclusione Due Palazzi, dove un folto gruppo di esperti ha messo a confronto esperienze, professionalità e anche idee diverse. Non sono mancati gli spunti tecnici relativi alla legislazione, al futuro di alcune norme, agli effetti di leggi - l'indulto - che sono state recentemente varate. E non sono mancati i dati, necessari per inquadrare un aspetto della società così rilevante. Luciano Eusebi, ordinario di Diritto penale nella facoltà di Giurisprudenza di Piacenza e membro della commissione di studio per la riforma del Codice Penale: "Se vogliamo fare una buona prevenzione non possiamo rinunciare al contributo della società e alla presenza dello Stato. Prima ancora che il diritto penale devono essere tutti gli altri diritti a trovare soluzioni per prevenire i reati: il penale non può essere un alibi per non applicare tutti quegli interventi che a monte impediscano comportamenti criminosi. Ecco perché più che a un nuovo Codice penale bisognerebbe guardare a una nuova struttura preventiva”. E l'esperto continua nella riflessione: “Nel momento in cui viene commesso il reato, però, come procedere? Nulla rafforza di più l’autorevolezza delle norme che una persona che viene recuperata. La pena deve diventare un percorso, anche se difficile, verso il reinserimento”.
Sui dati e le statistiche si è soffermata Chiara Ghetti, direttrice dell’Ufficio per l’Esecuzione Penale Esterna di Venezia, Belluno e Treviso: “Dal 1975, quando sono state introdotte, le misure alternative sono state ampliate, ma non hanno ancora guadagnato la rilevanza che invece spetterebbe loro. Dal 1998 al 2005 la recidiva è stata del 19%. Ciò vuol dire che l’81% delle persone non è tornato a delinquere e questo dato è particolarmente confortante. Le persone che si trovano in condizione di affidamento ai servizi sociali fanno un percorso, entrano in una dimensione dinamica che contrasta con la staticità negativa del carcere”. Protagonista del convegno è stato anche l’indulto, che si appresta a compiere un anno di vita. Ne ha spiegato la logica, gli obiettivi, il significato e gli effetti benefici Luigi Manconi, sottosegretario alla Giustizia con delega alle carceri.
Franco Corleone, garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Firenze non ha esitato a definire questa legge “un miracolo, che però rischia quasi di essere vanificato dalla mancanza di leggi emanate da parte del Parlamento e del Dipartimento di amministrazione penitenziaria”. E ha sottolineato che l’indulto non deve avere come effetto che vengano annullate le misure alternative per chi non ha beneficiato della legge. Scoppiettante e non da tutti condivisa una parte dell’intervento, relativa ai tossicodipendenti, che altro non sarebbero che “persone che consumano sostanze che qualcun altro ha deciso essere illegali. Criminale non è chi le consuma, ma la logica proibizionista” ha detto con in sottofondo un’ovazione. Laura Cesaris, ricercatrice di Procedura penale all’Università di Pavia ha invece sollecitato a uscire da una logica di legge emergenziale, strumenti normativi troppo spesso usati a sproposito e nati per combattere una minaccia ben definita, quella del terrorismo negli Anni di piombo: “Il sistema normativo vigente manca di una struttura coordinata e unitaria. Le leggi emergenziali danno corpo a quell’esigenza di giustizia che adotta un linguaggio usato per ricevere soltanto consenso, come lo slogan “Tolleranza zero”. Il nemico è sempre lo stesso: l’immigrato, il terrorista, il tossicodipendente”.

fonte: Redattore Sociale

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domenica, maggio 27, 2007

I tatuaggi invisibili del bullo


di Vincenzo Andraous

Pavia. Sono stato invitato a un incontro con gli alunni delle scuole secondarie di 1° grado, con la presenza degli insegnanti e di alcuni medici di base.
Ho raccontato la mia adolescenza da bullo, da prevaricatore: un cancellino lanciato alle spalle della maestra, la gomitata sulla testa del compagno più debole, il gioco del capro espiatorio che ingiustamente patisce le pene dell’inferno, e calcio dopo calcio, silenzio dopo silenzio, il gruppo si rafforza, tutti dentro quel territorio ben delimitato.
I ragazzini stanno fermi sulle sedie, ascoltano la mia storia raccontata piano, comprendono che non è quella dei videogames, dei violenti scambiati per eroi, bensì è la storia della vergogna.
Bulli crescono intorno a una equipe senza tanto tempo a disposizione, attraverso un giudizio espresso senza titolo, con l’impossibilità a leggere più in là di un voto elargito a piene mani.
Prepotenti e sprinter dell’immediato bruciano le tappe nell’indifferenza colpevole, in quel cancellino lanciato, senza il timore del dazio da pagare, perché nessuno parlerà, nella sfida scagliata senza troppi inciampi, tatuaggi invisibili di medaglie guadagnate sul campo, un potere riconosciuto, che assomiglia a una condanna senza appello.
I bulli crescono e gli insegnanti sopravvivono, i genitori indisturbati sono in gara per poter vincere il traguardo del benessere, ognuno gioca la propria partita evitando la fatica di un confronto, un comportamento incomprensibile soprattutto da parte di chi è persona pratica della lettura, dell’osservare e ascoltare, di chi annota, verifica, e elabora strategie, per tentare di sfiorare quelle note nascoste, importanti al punto da rimanerne emozionati.
Adolescenti contaminati si addentrano nella trasgressione, nella devianza, mentre la società si dibatte nelle norme poco condivise, nel rigore e nella severità da usare chiaramente per l’altro, non per il proprio figlio.
Vittime e carnefici diventano carne da macello, c’è chi muore e c’è chi rimane oltraggiato per l’intera esistenza.
I ragazzi mi guardano, la mia storia li fa preoccupare, perché con le malefatte perpetrate, prima o poi occorrerà farci i conti, nessuno è infallibile, e nessuno può pensare di continuare a fare il furbo impunito a spese del compagno.
L’incontro è con i ragazzi, sono qui per loro, perché non abbiano a fare i miei stessi errori da bullo, ma poi è con chi educa che si protrae la discussione, perché non sapere e quindi non intervenire, spiana la strada al riconoscimento di un potere vero e proprio del bullo all’interno del gruppo, e peggio dentro l’Istituzione.
Il prepotente che emargina il più debole, che esclude gli altri, che colpisce e infierisce, per guadagnare consenso, non è un problema abortito dalla scuola, ma una lacerazione della relazione, che produce incapacità a convivere, nonchè una forzatura al crescere insieme.
E’ davvero necessario che poli convergenti della collettività si incontrino e si confrontino: studenti, insegnanti, genitori, esperti, per far nascere delle idee e aiutare a diventare adulti insieme, ben sapendo, che se uno solo di questi poli sarà messo in “fuorigioco”, l’intero progetto è destinato a fallire.
[dal di dentro]

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martedì, maggio 22, 2007

Percorsi di giustizia, codice penale e inclusione sociale

di Claudio Messina (*)

Roma. Siamo particolarmente contenti che questa nostra IV Assemblea si tenga in un contesto così prestigioso, come è l’Università Roma Tre che ci ospita, per la disponibilità del Rettore Prof. Guido Fabiani, del Preside della Facoltà di Scienze Politiche Prof. Luigi Moccia, della Preside della Facoltà di Economia Prof.ssa Maria Paola Potestio, ai quali va il nostro vivo ringraziamento. Essere qui oggi, in un luogo dove gli studenti portano avanti la loro formazione, ci dà la possibilità di lanciare anche ai giovani un invito a non ignorare i temi della giustizia, per una cittadinanza più consapevole in una società che muta rapidamente e che spesso disorienta. A loro, ai giovani essenzialmente, sono affidate le nostre speranze di vedere realizzata in futuro una società migliore, più giusta, solidale, affrancata dalle conseguenze dei nostri errori. La giustizia è un concetto tanto forte quanto astratto e per riempirlo di significati non bastano enunciazioni e proclami, che tutti facciamo con grande enfasi, politici in testa. Dobbiamo “metabolizzarla” questa giustizia, perché entri nel nostro modo di pensare, di essere e di agire, nel rapportarci con gli altri, nel rispetto delle regole e delle istituzioni, nel denunciare con forza quelle situazioni scandalose d’ingiustizia per le quali c’è ancora troppa tolleranza, divisione, mancanza di una strategia comune. In questa nostra “tre giorni” del Volontariato Giustizia ci ritroviamo con tanti amici, con esperti, con rappresentanti di governo e istituzioni per valutare insieme molti aspetti della vita del nostro paese, come la legislazione penale, il welfare e la prevenzione dei reati, le politiche della giustizia minorile, nuove e più efficaci misure alternative alla detenzione, le sfide che attendono il volontariato nell’ottica di una concreta “sussidiarietà orizzontale” tanto auspicata... (continua nella sezione DOCUMENTI)

(*) Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia. Intervento di apertura della IV Assemblea Nazionale, 17 maggio 2007.


Puoi riascoltare gli interventi dei partecipanti alla IV Assemblea Nazionale sul sito di Radio Radicale: ACCEDI ALLO SPECIALE.

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lunedì, maggio 21, 2007

Riconciliazione o vendetta?

Il nuovo libro di Vincenzo Andraous.

"Dio non ha creato ricchi e poveri, persone scomode o piacevoli, Dio ha creato l'uomo libero" don Enzo Boschetti

A volte una cella, uno spazio chiuso, fa strani effetti. Ti riduce, ti restringe, ti limita, ti spegne. A fronte di questa morte annunciata, della galera così com'è, c'è questo sorprendente incontro con gli altri che ci attende, c'è lo stupore di ritrovarsi al cospetto dell'universo interiore che è in noi il quale ci conduce sul sottile confine che delimita la scelta di rinnovarsi, di cambiare, ricorrendo alle proprie forze, alle proprie energie per cercare di essere un uomo libero nonostante il carcere.

Vincenzo Andraous
Riconciliazione o vendetta?
Ed. CdG
€ 15,00

Vincenzo Andraous è nato a Catania il 28-10-1954, ristretto da trent'anni e condannato all'ergastolo "fine pena mai". In regime di semilibertà svolge attività di tutor nella Comunità Casa del Giovane di Pavia. Collabora a tesi di laurea in psicologia, criminologia e sociologia. È titolare di una rubrica settimanale sul quotidiano Avvenire, altresì su alcuni periodici on line di informazione. Ha pubblicato libri di poesia, di saggistica sul carcere e la devianza, sul bullismo, nonché la propria autobiografia.

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domenica, maggio 20, 2007

La desertificazione di ogni riservatezza

di Vincenzo Andraous

Pavia. Come è possibile in un paese progredito, dove a democrazia sta giustizia, dove a società sta solidarietà, che un fatto di cronaca, sebbene assordante per disumanità, ammutolente per indicibilità, possa diventare uno spazio ove fare convergere le attenzioni più morbose, a tal punto da relegare di lato quelle doverose garanzie di tutela appartenenti a ogni cittadino?
I mostri pedofili di Rignano Flaminio sono stati tutti scarcerati, “inspiegabilmente “ sono ritornati in seno alle proprie famiglie, vicino ai propri figli.
Donne e uomini liberati dalle catene, e soprattutto, dalla infamia più grande, quella di avere abusato di bambini inermi.
Processi di piazza così ben elaborati da divenire programmi da prima serata, format così ben confezionati da dirottare opinioni e giudizi.
Articoli su carta stampata disegnati senza la fatica dell’indagine svolta sul campo, verifica necessaria per poi formulare eventuali convinzioni o dubbi, non per narrare trame romanzate infettate dalla dietrologia più spicciola.
C’è un paese che rimane preso dentro, non dalla sofferenza di una vita malamente al macero, bensì dall’emozione scatenata dall’eventuale ipotesi da affiancare e supportare ideologicamente, per crocifiggere o assolvere repentinamente.
Il risultato in ogni caso è di alterare le condizioni di equità, di pari dignità tra accusa e difesa, soprattutto di mettere al bando, fuori dalle coordinate sociali, persone innocenti fino a prova contraria, quella prova contraria di pertinenza esclusivamente del giudizio di un tribunale, moltiplicato per tre volte, non certamente abortito dalle urla di strada.
La spettacolarizzazione di un evento tragico non consente di esprimere sentimenti di compassione, bensì di vendetta a priori, il che è anche peggio.
Questa desertificazione mediatica della riservatezza è iniziata con ferocia durante tangentopoli, con l’ossessione delle catene ai polsi, delle celle stracolme di corpi piagati, della gogna penitenziaria, depredando la dignità di qualsiasi persona incappata nelle maglie della giustizia, maglie larghe e di larga intesa, dove ore e luoghi erano ben circostanziati, per poter riprendere le scenografie dell’arresto.
Oggi come allora il lavoro ai fianchi della folla è svolto con seria professionalità, al digrignare di denti si alterna il battito di mani, alla dialettica di alto registro si oppone la festa degli aggettivi inopportuni, consentendo a ognuno di ritirarsi senza troppo rumore, tranne dimenticare qualche vita umana, innocente, frantumata sul terreno.
Comunque è roba di poco conto, al cospetto di una informazione che è innanzitutto servizio.
Gran bel servizio davvero.
[dal di dentro]

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venerdì, maggio 18, 2007

La doppia tragedia che attraversa le coscienze


di
Vincenzo Andraous

Pavia. Ci sono metropolitane che sembrano vicoli senza uscita, sentieri dimenticati di ogni giorno qualunque.
Ma quel che è accaduto a Vanessa, non è il risultato di un luogo abbandonato a se stesso, di una zona rossa da scansare, di uno spazio ove non esiste sicurezza.
Quel che è successo là sotto, poteva accadere nel bel mezzo di un viale cittadino, il problema non sta nella poca o assente illuminazione, o nell’insufficienza di tutori dell’ordine.
Abbiamo un’Italia che sta conoscendo il fondo senza bisogno di raschiarlo con le unghie, un paese che ulula per la troppa immigrazione, ma rimane silenziosamente in disparte, a fronte della troppa subcultura che dilaga.
Mi viene in mente come gli zingari, i sinti, i rom, definiscono una persona di razza differente, o meglio di altra origine, dal momento che la razza umana è una sola: la chiamano “gagio”, per sottolineare erroneamente la totale diversità, tutta dentro una supposta supremazia razziale.
C’è una intolleranza che si insinua sottotraccia, fino a diventare una forma di razzismo capovolto, per cui non è più il cittadino italiano a rifiutare o addirittura a rigettare l’altro, ma è colui che s’avventura in terra straniera a incalzare per tenere a distanza.
Vanessa morta, le due ragazze dell’est in prigione, rappresentano la doppia tragedia che ci attraversa la coscienza: la vita umana cancellata senza un fremito e il comportamento che ne ha prodotto il gesto folle.
C’è davvero una insofferenza imbracciata come un mitra, dentro una prossimità fatta di bisogni, di necessarietà, di tensioni, che confondendosi si urtano vicendevolmente fino a creare ulteriore disagio, fino a far straripare la misura delle accettazioni ospitali, sotto la pressione di nuove e incombenti intolleranze, le quali non sono più riconducibili alle differenze religiose o culturali, bensì alle miserie umane, che disconoscono accoglienza e accompagnamento, e non riconoscono il valore della propria dignità nel rispetto dell’altro.
Vanessa è morta, due ragazze sono in carcere, giustizia è fatta, ma per qualcuno il bene, la solidarietà, la giustizia, sono solo simboli altisonanti, quel che conta è il resto, che è appunto di più.
Nel disagio che solitamente attribuiamo a questa invasione di umanità, c’è solo un aspetto del disagio che viviamo tutti, che potrà trovare soluzione all’interno di un ripensamento culturale, proprio perché l’assenza eterna di Vanessa è fardello di tutti, e non è possibile scaricarla sul dolore solitario provocato dalla vittima di turno.
[dal di dentro]

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mercoledì, maggio 16, 2007

5 per mille: sostenere le nostra attività non costa nulla

Lucca. Con la nuova legge Finanziaria (L. 27 dicembre 2006 n. 296), quest’anno puoi sostenere le attività svolte nel carcere San Giorgio e nella casa di accoglienza San Francesco destinando al Gruppo Volontari Carcere di Lucca il “5 per mille” della tua imposta sul reddito (IRPEF).

Come donare il tuo 5 per mille al Gruppo Volontari Carcere di Lucca. [clicca sulla foto per ingrandire]

Su tutti i modelli per la dichiarazione dei redditi (Modello Unico, 730, CUD eccetera) compare un riquadro appositamente creato per la destinazione del 5 per mille.
Nel riquadro sono presentate tre aree di destinazione del 5 per mille. Scegli quella dedicata al “Sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale” (la prima in alto a sinistra).

È sufficiente la tua firma e il numero del Codice fiscale del Comitato Italiano per il Gruppo Volontari Carcere (01271500462) e la quota della tua imposta sul reddito sarà devoluta al Gruppo per le numerose attività (teatro, biblioteca, arteterapia, comunicazione, formazione, eccetera).

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mercoledì, maggio 09, 2007

"La Gabbianella e il Gatto" in scena a San Giorgio il 4 giugno 2007

Lucca. Cari amici, eccomi di nuovo qua per riproporvi uno spettacolo teatrale del Gruppo Teatrale San Giorgio Tra le Mura che opera all’interno del carcere di Lucca.
Questa volta verrà rappresentata "La Gabbianella e il Gatto" di L. Sépulveda e il tutto dovrebbe avvenire la mattina del 4 giugno 2007 dalle ore 9.30 alle ore 11.30.
La mattinata si concluderà con un piccolo rinfresco preparato dai detenuti che partecipano al corso di cucina.
Questa nuova tappa del gruppo teatrale è particolarmente importante ed anche "complicata", perché, dopo l'indulto, tutte le persone che avevano partecipato alle rappresentazioni dei tre anni precedenti sono, per loro fortuna, uscite in libertà, quindi per la per la prima volta ci si è trovati a ricostruire per intero il gruppo, mentre nelle occasioni precedenti c'era sempre qualcuno che rappresentava la continuità con l'esperienza passata.
Quindi non è stato facile, tra l'altro con una popolazione detenuta straniera che sfiora il 90% a Lucca, ma... ma i nuovi esordienti attori ci hanno messo e ci stanno mettendo tutto il loro entusiasmo e quindi speriamo che vorrete "accorrere" per vedere i frutti del loro lavoro.
Dunque come al solito per partecipare, poiché si tratta di un ingresso in carcere, c'è un po' di burocrazia: ci servono nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza.
Una nota finale: l'urgenza, poiché il carcere vuole i nomi circa un mese prima e ci siamo... perciò vi chiedo di decidere velocissimamente e di inviarmeli via mail gruppovolontaricarcere@email.it oppure telefonare al numero 349 1067623. Comunque bando alle ciance, si aspettano le iscrizioni.

Massimiliano Andreoni
[dal di fuori]

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mercoledì, maggio 02, 2007

ESPRESSIONI - dal di dentro, dal di fuori - n° 12


E' uscito il nuovo numero della rivista Espressioni
ESPRESSIONI - dal di dentro, dal di fuori - n° 12


Scarica il numero 12 in formato PDF >>>

Indice

pag. 3
CORRERE IL RISCHIO DEL BENE editoriale
Massimiliano Andreoni
pag. 5
UN GIORNO CON FRATE BEPPE
Maddalena Batistini
pag. 6
CASTIGHI E PENNELLI
M. Batistini - E. Pierallini
pag. 8
15 ANNI INSIEME
Massimiliano Andreoni
pag. 9
SCRIVERE SENZA LE MANI LEGATE
Marco Dioli
pag. 10
LA BUROCRAZIA CONTRO I DEBOLI
Bernardo Severgnini
pag. 11
LE “RAGAZZE FUORI” SONO CRESCIUTE
Patrizia Tellini
pag. 12
SI E’ APERTA UNA PORTA
Redazione
pag. 15
IL SILENZIO DEI POVERI

Massimiliano Andreoni
pag. 17
LA FINESTRA CHE GUARDA VERSO IL MONDO racconto
Daniele Golinelli
pag. 18
LA GABBIANELLA VOLA A TEATRO
Mr. Noodle
pag. 19
QUANDO IL PALCO CI UNISCE
M. Batistini - E. Pierallini
pag. 20
LA CENTRALITA’ DEL VOLONTARIATO
Gianluca Testa
pag. 22
MEMORIE SONORE
Nazario Augusto
pag. 23
QUESTIONI DI STILE
Daniele Silvestri
pag. 24
DE ANDRE’ E LE VITTIME DELLA LEGGE
Bernardo Severgnini
pag. 26
FUMETTI DAL CARCERE
Davide Calì

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martedì, maggio 01, 2007

Nullatenenti delle relazioni

di Vincenzo Andraous

Pavia. Ora che i riflettori sono stati spenti e la grancassa mediatica ha smesso di emettere suoni scomposti, forse sarà possibile ricordare con maggior delicatezza e buon senso Matteo e i suoi sedici anni.
Forse sarà possibile rammentare il valore delle parole, quelle che non intendono farsi condizionare da altre più altisonanti, lanciate a grappolo per creare una labirintite artificiale, quelle parole che possono chiarire le responsabilità vere, che non stanno sulle labbra dell’intrattenitore di turno, o sulla battuta pronta di chi vuol rimanere dietro le quinte del dolore, escludendo la possibilità di una via di emergenza che non di rado salva la vita.
La scuola è un ammasso informe di linee didattiche, spesso contrapposte alle relazioni importanti che fanno crescere.
La famiglia è diventata un ibrido travestito di buone intenzioni.
I giovani una tribù di selvaggi tutti uguali, omologati, disordinati.
Queste erano e sono le etichette e i luoghi comuni con cui si liquidano assai malamente le tragedie di una società caduta in disuso, per l’incapacità di comprendere quanto incivile sia disperdere la propria coscienza critica, anche nel caso questa sottoscriva un malcostume diventato trend nazionale.
Quanto diseducativo può diventare il tentativo di lenire un dolore lacerante con la divulgazione di verità contraffatte.
Chi la scuola l’ha abbandonata a un’età obbligante, sa bene che il rimpianto non è una condizione attenuante.
Chi nella famiglia non ha trovato amore che protegge ma una via di fuga alla cieca, sa bene come la selva oscura può ingannare al punto da farti soccombere.
Chi in gioventù ha bruciato le tappe del tutto e subito, sa bene come è facile perdere la propria dignità e depredarne parte agli altri.
Questa è la società che abbiamo in sorte, non era migliore quella precedente, piuttosto siamo cambiati noi, sono cambiate le sensibilità e quindi le attenzioni da esibire: nella fisicità che irrompe nella domanda, nella fragilità che traspare alla risposta.
Atteggiamento diseducativo a tal punto da semplificare la scomparsa di Matteo come il risultato di una debolezza inconfessabile.
Allora basterebbe guardare negli occhi quei ragazzi idioti e riferirgli che gay potrebbe significare "valgo quanto voi", mentre loro, i bulli del “10 contro 1” , “ non valete quanto Matteo”.
Basterebbe pensare alla scuola come a un luogo che insegna dalle retrovie la storia che appartiene a ognuno, incocciandone le anse e gli anfratti, mai delegando ad altri oneri propri, mai caricandosi deleghe che non le competono.
Basterebbe davvero accettarla questa sfida sbraitata dal bullismo contemporaneo, da questi nullatenenti delle relazioni, e facendolo evitare inutili paragoni con il passato, piuttosto cercando di ricordare Matteo con coraggio e coerenza, con la fermezza necessaria a educare al dialogo e all’ascolto.

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