''Sono persone, non reati che camminano''. A Padova l'annuale convegno di Ristretti Orizzonti

Padova. Sono persone, non reati che camminano. Questa l'affermazione da cui è partito l'annuale convegno organizzato da Ristretti orizzonti, per riflettere sul carcere, sulle misure alternative, sulla legislazione vigente e su quella che sembra non arrivare mai. Venerdì 25 maggio all’interno della casa di reclusione Due Palazzi di Padova operatori, direttori di carceri, magistrati, docenti universitari si sono confrontati sul mondo dietro le sbarre e sulla necessità di ripensare la pena. L’assunto che ha trovato tutti concordi è che il carcere debba essere necessariamente l’estrema ratio, l’ultimo possibile intervento della giustizia. Prima devono essere considerate e previste tutte le misure alternative, cercando di favorire il reinserimento della persona nella società. E se proprio reclusione deve essere, allora si devono trovare sistemi per dare un senso al tempo che si trascorre reclusi, per non far credere ai detenuti di essere "un morto che respira”.
“Stare in carcere e non capire il senso della pena e ritenere di stare subendo una ingiustizia è quanto di meno rieducativo ci sia nella vita di una persona detenuta - scrive Ornella Favero, di Ristretti orizzonti –. Una pena scontata dove si può fare buon uso del tempo è radicalmente diversa da una pena fatta di tempo morto”. Poi c’è lo scoglio dell’uscita, come spiega Elton Kalica, della redazione interna di Ristretti orizzonti: “Il detenuto che non ha potuto seguire un percorso di reinserimento quasi sicuramente si ritrova a fine pena buttato in mezzo a una strada, senza un soldo e senza un lavoro. E tutti i sogni e i progetti di vita finiscono sotto il ponte dove andrà a dormire o accanto alla panchina del giardinetto dove si metterà a spacciare”.
Il magistrato Alessandro Margara, presidente della Fondazione Michelucci, ha sottolineato nel corso del suo intervento come “il carcere dovrebbe essere l’estrema ratio, invece adesso è quasi routine”. Margara, autore di una proposta di riforma dell’ordinamento penitenziario, ha anche descritto come è perché deve essere modificato il Codice penale proprio alla luce del ripensamento della pena. Se, dunque, le misure alternative sono la strada maestra da seguire, alcuni di coloro che vivono dentro il carcere per lavoro cercano di attenuare i possibili effetti peggiorativi della detenzione. È il caso di Lucia Castellano, direttrice della casa circondariale di Bollate, che ha raccontato la propria esperienza: “Il carcere per la stragrande maggioranza delle persone che lo abitano non ha effetti migliorativi, tutt’altro. Detto questo, cosa fare per rendere il tempo al suo interno sensato? Il carcere deve essere inteso come un servizio, perdendo la mistica del controllo totale della persona reclusa.
A Bollate ad esempio abbiamo permesso ai detenuti, con le cooperative che operano all’interno, la gestione economica dell’istituto”. Un secondo aspetto su cui insiste la direttrice è che “bastano i muri di cinta a contenere le persone, non serve aggiungere altro. Le celle dovrebbero essere aperte, lasciando liberi i detenuti di muoversi nell’istituto senza doverli controllare ogni secondo, perché tanto è impossibile”. La gestione partecipata del carcere, dunque, serve a dare un senso al luogo e allo spazio nel quale le persone vivono. Paolo Cavenelli, magistrato dell’Ufficio sorveglianza di Roma, ha voluto infine evidenziare che il 60% dei detenuti in Italia oggi si trovano in carcere in condizione di custodia cautelare, senza avere una sentenza definitiva, mentre in fase esecutiva la carcerazione non è frequente. “Molti detenuti sono ancora reclusi per reati commessi 10-15 anni fa e questo non mi sembra civile”.
fonte: Redattore Sociale
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