venerdì, aprile 20, 2007

RACCONTI - La finestra che guarda verso il mondo


di Daniele Golinelli

E' da qui, dalla finestra che guarda verso il mondo, che ritrovo la dimensione del mio tempo, osservando la discesa di un uomo un po' stagionato nell'età, che insicuro nell'andamento, scivola da un bonsai di altopiano coperto da ciuffetti di erba irregolari e si immette nel sentiero largo e rivestito di asfalto, nell'incontro con una mamma sorridente nel sistemare il parasole del passeggino, nel suo riflesso sul viso del bambino, ancora ignaro del suo destino. E io da qui, a domandarmi il perchè del mio stesso destino, mentre l'acqua scorrendo nel fiume si fa portare dalla corrente uscendo dall'ansa là in fondo, accostando nell'illusione ottica la torretta invasa sui torrioni dai gabbiani, i quali la sorvolano, prendendo la rincorsa per poi lanciarsi verso il greto stesso, fendendo il vento nell'apertura delle ali che si richiudono a tempo per dare equilibrio al proprio corpo. Tutto scorre in me più o meno svelto, ora non fisso nulla, mi lascio andare anch'io ed ecco il mio tempo caratterizzato dalla mancanza di situazioni a cui attaccarsi, i miei pensieri restano annebbiati, disegnano espressioni vaghe e piacevoli e poi si allontanano e subito li dimentico. Anche gli avvenimenti che caratterizzano questo tempo inerme li lascio scorrere, li vedo sorgere all'improvviso da persone che mi affiancano, che parlano e poi incuranti se ne vanno, sono storie senza capo ne coda, senza pretese. Riprendo il pensiero e riprovo la considerazione di essere un meticcio, ho sangue misto in me, quello di donna dolce e sensibile e quello di uomo dal carattere forte e sicuro di se e il mio comportamento si alterna nella sembianza dell'uno e dell'altro secondo le circostanze...

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giovedì, aprile 19, 2007

Ecco il profilo di chi sta dentro


Milano. Giovane, poco istruito e disoccupato. E' il profilo di un soggetto gravemente emarginato, quello delle persone che corrono i maggiori rischi di finire in carcere, emerso dalla ricerca “Carcere e povertà”, condotta da Caritas Ambrosiana su 1.306 questionari compilati tra febbraio e luglio 2006 da altrettanti detenuti delle carceri milanesi di Opera, San Vittore e Bollate. Il lavoro è stato presentato oggi a Milano in occasione del convegno “L’estremo rimedio. Giustizia penale e giustizia sociale oltre l’indulto”. Il lavoro è stato realizzato in parte grazie al contributo economico del Comune di Milano e in parte con fondi propri della Fondazione Caritas Ambrosiana, nell’ambito del progetto “Un tetto per tutti: alternative al cielo a scacchi”, finanziato dalla Regione Lombardia, dalla Fondazione Cariplo e dal Comune di Milano. Le attività e gli strumenti di indagine sono stati autorizzati dal Provveditorato Regionale dell’amministrazione penitenziaria per la Lombardia.
"Il profilo che emerge dalla ricerca è quello di emarginati gravi, che non erano mai entrati in contatto con i Servizi sociali - dice Andrea Molteni, ricercatore di Caritas Ambrosiana -. La ricerca si concentra sulla situazione precedente all'indulto, evidenziando situazioni di fragilità in particolare per gli stranieri, che stanno in carcere più degli altri anche quando non hanno pene gravi, e per le donne con figli, magari separate. Bisogna fare in modo che le reti sociali facciano prevenzione".

Gioventù prigioniera - Il 57,3% di coloro che hanno compilato il questionario ha meno di quarant’anni, quasi il 40% (39,6%) ne ha meno di trentacinque e poco meno di un quarto dei detenuti (23,0% dei rispondenti) non ha ancora raggiunto i trent’anni di età. L’indagine ha quindi confermato il dato ampiamente noto sulla giovane età delle persone detenute ed ha semmai sovrastimato la quota di popolazione detenuta che ha superato i cinquanta anni di età, che comunque resta una netta minoranza nel campione di intervistati. In particolare la popolazione detenuta straniera si conferma molto più giovane rispetto a quella italiana: il 30% circa (29,3%) dei detenuti di nazionalità italiana che hanno compilato il questionario ha meno di trentacinque anni mentre tra i detenuti stranieri i giovani sono, in percentuale, quasi il doppio (58,2%). Non solo: ben il 37,5% degli stranieri ha meno di trent’anni contro il 14,9% degli italiani; il 14,4% degli stranieri ha meno di venticinque anni, i pari età tra gli italiani sono ‘solo’ il 5,0% e addirittura si registra un 4,0% di detenuti stranieri che non ha neanche raggiunto i ventun’anni, mentre tra gli italiani la quota di ‘giovani adulti’ è dello 0,9%.

Uno su due ha figli - Quasi la metà dei detenuti milanesi che hanno partecipato all’indagine vive una relazione di coppia: il 28,5% dichiara di essere sposato e il 18,4% convivente; il 15,6% risulta invece separato o divorziato e il 34,4% è celibe o nubile. I detenuti che hanno dichiarato di avere figli sono stati quindi complessivamente 721, pari al 57,6% dei rispondenti. Nella maggioranza dei casi i figli sono uno o due (41,6% dei rispondenti, 73,2% di chi ha figli); meno frequenti, anche se non rari, i casi di genitori detenuti con famiglie numerose. Dalle risposte raccolte presso gli istituti milanesi è possibile calcolare che i figli delle persone che hanno risposto al questionario sono almeno 1.431.
Tra le persone che hanno risposto al questionario, la percentuale delle madri risulta significativamente più numerosa di quella dei padri. Infatti tra le 721 persone detenute con figli, le donne sono 49, pari al 63,6% delle donne che hanno risposto a questa domanda.

Italiani più recidivi - Il fenomeno del reingresso in carcere interessa in misura minore i detenuti stranieri: tra la popolazione straniera reclusa prevalgono infatti coloro che si trovavano in carcere per la prima volta (55,0%), mentre rispetto agli italiani la quota di stranieri che aveva già nel proprio passato diverse esperienze di detenzione è quasi della metà (22,4% contro 43,6%). Tra gli stranieri si riscontrano, oltre alla minore quota di detenuti già giudicati, anche una durata media della pena inflitta – e conseguentemente della pena residua – inferiore a quella registrata tra i detenuti italiani.

Stranieri più istruiti - Un quarto delle persone detenute nelle carceri milanesi che hanno risposto alla specifica domanda prevista dal questionario non ha terminato la scuola dell’obbligo e non ha alcun titolo di studio (9,4%), oppure ha la sola licenza elementare (15,9%); il 43,3% dei rispondenti ha assolto appena l’obbligo scolastico, conseguendo la licenza media inferiore. Il totale di chi ha raggiunto al massimo la licenza media inferiore sfiora quindi il 70% dei detenuti milanesi (68,6%), mentre meno di un terzo di loro (31,3%) possiede un titolo di istruzione superiore, che nel 13,6% dei casi consiste in un attestato di qualifica professionale e nel 14,0% in un diploma di scuola media superiore. Tra le persone detenute di origine straniera che hanno risposto al questionario si registra più frequentemente che tra gli italiani un livello di istruzione medio-alto: un quinto dei detenuti stranieri (19,9% contro il 10,9% degli italiani) ha infatti dichiarato di essere diplomato.
Uno su due lavorava - Soltanto la metà (51,0%) di chi ha risposto al questionario aveva al momento dell’incarcerazione un lavoro regolare; il 29,8% ha avuto in precedenza esperienze di lavoro regolare ma al momento dell’arresto non aveva un lavoro, mentre il 19,2% non ha mai avuto un lavoro regolare nella propria vita. Chi ha dichiarato che aveva un lavoro regolare al momento dell’arresto, nel 14,1% dei casi definisce come ‘regolare’ un’occupazione ‘in nero’ e soltanto nel 72,1% dei casi risultava avere un’occupazione effettivamente in regola dal punto di vista giuslavoristico. In generale gli stranieri detenuti nelle carceri milanesi presentano situazioni di forte precarietà lavorativa con frequenza maggiore degli italiani: al momento dell’arresto erano più spesso disoccupati rispetto agli italiani (24,2% contro 20,0%), e molto più spesso degli italiani lavoravano ‘in nero’ (39,9% degli stranieri e 22,5% degli italiani).

Senza dimora? - Al momento dell’arresto meno di un terzo dei detenuti milanesi (31,2%) abitava in una casa di sua proprietà o di proprietà della famiglia; il 10,6% viveva in un alloggio di edilizia popolare regolarmente assegnato, un ulteriore 25,1% aveva un regolare contratto di affitto. Complessivamente dunque il 67% delle persone che hanno risposto al questionario viveva in una condizione abitativa regolare; l’11,5% dei detenuti abitava invece in una casa in affitto senza un regolare contratto, il 2,8% occupava abusivamente un alloggio e l’8,8% era ospite di parenti, amici o conoscenti. Una percentuale cospicua – il 4,7% dei rispondenti – ha dichiarato che al momento dell’arresto non aveva una dimora fissa. Qualcuno abitava in centri di accoglienza o in alloggi di fortuna, in hotel o pensione, in camere in affitto, in campi nomadi, in case abbandonate, in auto: si tratta di situazioni individuali, statisticamente poco significative, ma che contribuiscono a delineare una quota rilevante di persone che non avevano un’abitazione regolare né adeguata. Solo il 55,2%) pensa che, al momento della scarcerazione, potrà rientrare nello stesso alloggio che occupava prima di entrare in carcere; ben il 27,7% dei rispondenti non sa dove potrà andare ad abitare mentre il restante 17,2% dichiara di avere già in mente una possibile alternativa. Per le detenute questo dato di incertezza cresce: più di un terzo delle donne che hanno risposto al questionario (37,0%, contro il 27,1% dei maschi) non sa dove andrà a vivere quando uscirà dal carcere.

Fonte: Redattore Sociale

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lunedì, aprile 16, 2007

Trapezisti di umanità senza rete di sicurezza


di Vincenzo Andraous

Pavia. In questi giorni ognuno ha detto, giudicato, assolto e condannato.
Il circo delle giustificazioni da trapezio senza rete di sicurezza ha trasmesso il suo spettacolo migliore, nuovamente l’essere umano è stato dapprima dimezzato, poi gettato via come un pezzo di carta inservibile.
Mastrogiacomo è stato riportato a casa nostra, e quel che s’è fatto per salvarlo è stato comunque un atto di giustizia a dir poco dovuto.
Un po’ meno lo è per coloro che ne hanno condiviso le sofferenze e il sangue, e ora sono legati scompostamente al palo con la testa penzoloni.
Si sprecano le manifestazioni, gli slogans, e nel frattempo la destra e la sinistra se le danno di santa ragione, colpi portati al basso ventre, dove il calcolo delle percentuali e delle opportunità è gridato come un risultato calcistico: 1 a 5, e non basta ancora, troppo caro il prezzo pagato per uno spazio adibito a mattatoio.
Così mentre gli uomini attendono ordini, Adjmal non è più vivo, diventa parte del prodotto interno lordo per assolvere potenti ignoti, e condannare improvvisati inquisitori: Adjmal non era carne di eccezione, né persona importante da conservare.
E’ facile dimenticare come Mastrogiacomo sia stato preso per i capelli per toglierlo dalla fossa, e quanto disperanti siano stati gli sgambetti dei cultori del politically correct, per permettere con il nemico forgiato nell’intolleranza, le trattative intercorse, o più semplicemente l’accettazione di una carità che in guerra è chiamata volgarmente debolezza.
Adjmal è l’altra faccia di una guerra che non consente mediazioni, quella di Mastrogiacomo è stata un’accezione malformata dal ricatto delle bombe, ora il musulmano Adjmal lascia tracce diverse persino nella sabbia, nelle orme estranee che non danno senso alla tragedia che rappresenta e che non colma il furore del ferro e del fuoco, per quella moneta gettata vicino al suo cadavere accartocciato.
I saggi dei diritti umani, dei pari diritti culturali, fortunatamente hanno mostrato sufficiente onestà intellettuale per credere in una liberazione possibile, quando lo sfinimento della pietà umana colava malamente da ogni bugia eletta a verità armata, eretta a difesa di interessi e scelte che non autorizzano ugualità.
Sorpresa e sgomento per la morte di Adjmal, eppure nella celle di troppe prigioni afghane rimangono alla catena altri eroi, anonimi, senza abbaglio di riflettori, medaglie, riconoscimenti, in nome di quella solidarietà umana che si ritrae senza la pretesa di qualche anomala confessione... per tranquillizzare chi si sente innocente di essere colpevole.

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venerdì, aprile 13, 2007

Una nuova tappa nel cammino della Conferenza Regionale del Volontariato della Giustizia

Lucca. Si è tenuto nel pomeriggio di sabato 24 marzo, presso i locali della casa di accoglienza per detenuti ed ex-detenuti Casa San Francesco di Lucca, l’incontro delle associazioni aderenti alla Conferenza Regionale del Volontariato della Giustizia. All’incontro erano presenti 25 persone in rappresentanza di diverse realtà della nostra regione: Lucca, Firenze, Pisa, Prato, S. Gimignano, Siena, Isola d’Elba, Livorno, ecc.
L’incontro è stato aperto da Agnese Garibaldi del Gruppo Volontari Carcere di Lucca e responsabile della casa di accoglienza sede dell’incontro, che ha raccontato brevemente l’esperienza della Casa San Francesco, definita dai partecipanti come “la madre” di tutte le case di accoglienza toscane.
Quindi, come previsto dal programma, sono state condivise le riflessioni, le esperienze ed i percorsi che la stessa associazione lucchese, a partire dal 2003, ha realizzato attraverso attività di informazione, di sensibilizzazione, di formazione e di incontri pubblici sui temi della mediazione penale e della giustizia riparativa.
Di seguito si è aperto un vivace dibattito tra i partecipanti per interrogarsi su quale possa essere il ruolo delle associazioni rispetto a questi temi e su quali attività concentrare prossimamente sforzi ed attenzione.
Tra le proposte emerse c'è quella di estendere il percorso fatto a Lucca anche ad altre realtà toscane, magari con un progetto di formazione e sensibilizzazione che possa avere un respiro regionale, in considerazione anche del fatto che il nuovo provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, la dott.sa Giuffrida, è da anni impegnata presso il ministero della Giustizia nel coordinamento di una commissione proprio su giustizia riparativa e mediazione penale.
Tra gli altri temi sui quali la Conferenza intende concentrare la propria attenzione ed il proprio impegno quello della massiccia presenza degli stranieri in carcere, presenza strettamente legata ad una reale riforma della normativa sull’immigrazione e, di conseguenza, sui meccanismi di espulsione e sull’edilizia penitenziaria. Qualcuno faceva, infatti, notare che nell’ultimo decennio si sono costruiti alcuni nuovi carceri con l’impegno a dimettere quelli vecchi, ma ciò, di fatto, non è mai avvenuto.
Emerge quindi ancora una volta l’importante ruolo del volontariato penitenziario e quindi anche della Conferenza che riunisce queste associazioni, di “sentinella” della situazione in carcere.
Infine gli appuntamenti del prossimo incontro della Conferenza Nazionale del Volontariato della Giustizia, che si terrà a Roma nel prossimo mese di maggio, mentre come gruppo toscano l’appuntamento è per un incontro probabilmente a Pisa prima della pausa estiva.
Il pomeriggio di incontro si è concluso con un momento conviviale a base di the, caffè e biscotti, preparato dagli ospiti e dai volontari in servizio civile presso l’associazione.

Massimiliano Andreoni
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giovedì, aprile 12, 2007

Ragazze fuori - n° 4


Empoli. Siamo felici di dare spazio ad altre realtà editoriali che si occupano di carcere. E così presentiamo il numero 4 di RAGAZZE FUORI, periodico della Casa a Custodia Attenuata Femminile di Empoli.
Solo di recente abbiamo instaurato con loro nuovi rapporti di collaborazione. E così invitiamo tutti coloro che vogliono saperne di più a leggere il prossimo numero di ESPRESSIONI, che ospiterà un articolo che ci è arrivato in questi giorni dalla redazione di RAGAZZE FUORI.

Nell'attesa vi segnaliamo alcuni titoli degli articoli pubblicati in questa nuova rivista (che, lo ricordiamo, potete scaricare liberamente in PDF cliccando sul link che segue): Editoriale "Una festa per la libertà conquistata" a firma del sindaco di Empoli, Luciana Cappelli; uno speciale contro la violenza; le interviste alla Dott.ssa Carolina Esposito, Manola Guazzini (assessore provinciale) e Anna Romei (assessore provinciale); e poi ancora tante storie ed esperienze, una valutazione dell'indulto, e rubriche come pillole, dal carcere, condominio carcere, lo spazio per le lettere e un nuovo racconto a puntate...
Segnaliano, prima di altri contenuti, il riepilogo del dossier "Morire di carcere - 2006" con la relativa scheda dei detenuti morti nelle carceri italiane lo scorso anno. Complessivamente sono 70 i casi raccolti e descritti. La causa della morte? 46 persone per suicidio, 11 per malattia, 7 casi sono acnora da accertare. in 2 occasione si è trattato di incidente e per 4 di loro è stata fate un'overdose.

Scrivi a RAGAZZE FUORI
ragazzefuori@virgilio.it

Scarica la rivista
RAGAZZEFUORI_4_07.pdf

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mercoledì, aprile 11, 2007

Bulli con le spalle al muro


di Vincenzo Andraous

Pavia. Guardavo il telegiornale e il servizio che andava in onda parlava di scuola, di studenti, di bullismo. Un telefonino aveva ripreso tutta la scena, il bullo che dall’ultimo banco scagliava un astuccio all’indirizzo della professoressa che stava scrivendo alla lavagna, colpendola alla nuca. Gli altri alunni seduti immobili come se nulla fosse accaduto, mentre l’insegnante in lacrime fuggiva dalla stanza.
Osservando la scena alla televisione, ho sentito un brivido percorrermi la schiena: in quei fotogrammi, quel ragazzo nascosto dall’ultimo fila, quel lancio codardo a colpire alle spalle, ho rivisto un altro bullo allo sbaraglio, in quei ragazzi educatamente seduti ai loro banchi, ho ricordato altri compagni, in quella fuga scomposta l’umiliazione di altre persone incolpevoli.
Il telegiornale mi ha rispedito a una classe anonima, dove rimanere un figurante non protagonista del proprio vivere, e diventare “diverso” a scuola, in famiglia, nella strada, è stato il passo più breve per fare conoscenza dapprima con un carcere per minorenni, poi con il resto del panorama penitenziario.
Le risate dei ragazzi intorno al bullo risuonano come mine vaganti, il filmato ne conserva i ghigni soddisfatti, e in questa desolante attualità, fanno capolino i genitori diventati specialisti forensi, protesi all’assoluzione in formula piena, mentre gli stessi professori sono ridotti a semplici trasmettitori di mere nozioni, poco interessati alla tecnica dialogica, che però consente di instaurare relazioni importanti, che portano alla conoscenza delle retrovie dove scorrono le ansie, il panico, le solitudini, i progetti immaturi che disconoscono le mediazioni.
In quelle immagini si percepisce una sensazione amara di angoscia, con la tentazione di scrollare le spalle per non chiedersi chi fermerà la mano di quel ragazzo, per evitare una seconda volta che potrebbe rasentare la tragedia, e ci faccia sentire tutti coinvolti, nessuno escluso dal farci i conti.
Senz’altro è importante che specialisti e riferimenti autorevoli sinergicamente facciano sentire il peso delle loro professionalità, con la messa in rete di interventi capaci, ma forse occorre un’azione ancor più incisiva, e soprattutto invasiva, occorre dare e fare testimonianza attraverso il proprio vissuto, la propria storia personale, dolorosa e inquietante, a tal punto da mettere con le spalle al muro il rischio di una infantilizzazione che nasconde fragilità e vuoti esistenziali.
A un giovane arrabbiato non è la predicozza a colpirlo sul mento, bensì il porsi a fronte mettendo insieme il coraggio sufficiente per spiegare la sofferenza che può scaturire da un gesto estremo.
Giovani studenti travestiti da guerrieri, a rimarcare la mancanza di rispetto del mondo adulto, affascinati dalla scoperta della violenza tra i pari, perdendo contatto con le ore ferme, ripetute, nel bisogno di fendere l’aria con il taglio della mano, nel tentativo di rincorrere il tempo che si allontana... senza però raggiungerlo mai, anzi perdendone i pezzi migliori, quelli più importanti, perché non ritorneranno più.

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martedì, aprile 10, 2007

Indulto, un milione di euro per rifarsi una vita

Opportunità di lavoro in carcere e fuori per detenuti ed ex. Nuovo bando del Comune di Roma.

Roma. Un milione di euro è la cifra che il Comune di Roma destinerà alle nuove imprese costituite da persone in carcere o alle imprese già esistenti che decideranno di procedere a nuove assunzioni riservate a detenuti, ex detenuti e condannati a misure alternative. Potrà concorrere al bando qualsiasi tipo di attività economica, fino all'esaurimento dei fondi disponibili. Potenzialmente interessati, tra gli altri, i beneficiari dell'indulto recentemente votato dal Parlamento italiano. Nella Provincia di Roma sono 1.245 le persone uscite dal carcere per effetto dell'indulto, mentre restano reclusi negli istituti penitenziari romani 2.273 detenuti, di cui 246 donne e 989 stranieri.
L'iniziativa di un bando dedicato a questa fascia sociale nasce dall'Assessorato alle Politiche per le Periferie, lo Sviluppo Locale, il Lavoro del Comune di Roma, che dal 1999 gestisce i fondi della Legge Bersani per le PMI attraverso l'ufficio di Autopromozione Sociale. In questo ambito sono già state finanziate 6 cooperative di ex detenuti oggi attive in vari settori per un totale erogato pari a più di 250.000 euro.
Al progetto collaborano anche l'Ufficio del Garante per le persone private della libertà e il Ministero di Grazia e Giustizia.
L'assessore Dante Pomponi ha ricordato che il bando si affianca ad altri strumenti già attivati dall'amministrazione all'interno degli istituti penitenziari romani, come lo Sportello dei Diritti e i Centri di Orientamento al Lavoro. "La nostra idea - ha aggiunto Pomponi - è quella di un continuo dialogo, attraverso un percorso che consideri il carcere come un tutt'uno con la città, condizione imprescindibile per attuare politiche di inclusione. Bisogna ripartire dalle persone in carne ed ossa e recuperare la funzione degli istituti penitenziari come luoghi di reinserimento sociale." Il bando sarà quindi inviato a tutte le associazioni datoriali, perché, ha concluso l'assessore, il mondo delle imprese possa fare "un passo in avanti nella considerazione di queste persone come una risorsa per la città".
Il bando prevede, ai sensi dall'art.14 della legge 266/97, agevolazioni per la nascita e il consolidamento di imprese in periferia che assumano detenuti ed ex-detenuti, facendo riferimento alla banca dati dei Centri per l'impiego della Provincia di Roma, che darà il suo apporto con l'offerta di attività formative rivolte a soggetti indultati.
Ma l'idea è anche quella di promuovere la cultura di impresa all'interno delle carceri romane: grazie alla preziosa sinergia con il ministero di Grazia e Giustizia, infatti, professionisti del settore potranno svolgere attività di orientamento e assistenza tecnica alla redazione di un piano di impresa all'interno degli istituti penitenziari romani, contribuendo così a completare il lavoro già avviato nelle carceri dai Centri di Orientamento al Lavoro.
I criteri di valutazione delle domande presentate terranno presenti gli aspetti della fattibilità e delle prospettive occupazionali, ma anche della sostenibilità e della disponibilità a dotarsi di certificazioni o strumenti di valutazione dell'impatto sociale e ambientale dell'attività, essendo questo da sempre il metro fondante delle attività di Autopromozione sociale a sostegno dello sviluppo locale.
Le agevolazioni per le imprese costituite da detenuti consisteranno in un finanziamento a tasso agevolato dello 0.5% annuo per un importo non inferiore al 50% dell'agevolazione concessa e un contributo a fondo perduto per la restante quota. Per le imprese che intendono invece assumere detenuti o ex-detenuti il sostegno coincide con un'agevolazione in conto interessi pari al 100% del tasso di riferimento. In entrambi i casi, il contributo concesso non sarà superiore a 100 mila euro per impresa.

Comune di Roma Assessorato Politiche
per le Periferie, lo Sviluppo Locale il Lavoro

www.comune.roma.it/periferie.sviluppolocale.lavoro/index.htm
www.autopromozionesociale.it

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