Si è aperta una porta
Il giorno 24 ottobre 2006, la casa San Francesco ha aperto le porte alle scuole di Lucca e l’intento formativo della mattinata ha evidenziato un forte interesse da parte dei ragazzi che con partecipazione hanno aperto una finestra su un mondo a molti sconosciuto.Sono arrivati circa 100 ragazzi delle scuole medie superiori: il liceo scientifico Vallisneri, l’istituto professionale Pertini, l’ITGC Campedelli, ed hanno trascorso alcune ore insieme cercando di incontrare e conoscere gli ospiti che vivono nella casa e le attività svolte dal gruppo volontari carcere.
I ragazzi hanno ascoltato le testimonianze di chi ha vissuto in prima persona il carcere, hanno ascoltato i loro silenzi e accolto i loro sguardi; hanno sperimentato attraverso una simulazione la sensazione di stare rinchiusi in una cella, hanno condiviso pensieri ed emozioni.
C’è stato un contatto umano molto forte con una realtà particolare, spesso considerata un tabù.
C’è stata curiosità, desiderio di capire, a volte un pizzico di imbarazzo, ma proprio questo insieme di aspetti ha reso la mattinata altamente significativa.
Il nostro obiettivo, come Gruppo volontari carcere, era quello di creare un‘opportunità unica, di avere un incontro autentico tra i giovani delle scuole e gli ex detenuti della casa, di sensibilizzare i ragazzi catapultandoli in questa realtà, provando ad andare al di là della semplice apparenza, superando quel muro che divide per creare qualcosa che unisce.
Con un sospiro di sollievo possiamo dire che, anche se piccolo, il primo passo è stato fatto.
Ieri infatti siamo riusciti a creare una nuova rete di unione e con la speranza di avere altre occasioni, siamo certi che questi incontri non sono poi così diversi dagli incontri che ogni uomo ha tutti giorni, perché ognuno di noi è diverso dall’altro, sempre!
Proporremo a breve le esperienze che i ragazzi ex detenuti hanno condiviso con le scuole e le emozioni che gli studenti hanno provato quando sono stati, anche se per pochi minuti, rinchiusi in una finta cella.
Lo spazio si è drasticamente trasformato,
non c’è aria,
non c’è luce,
non riesco nemmeno ad immaginare uno spazio “altro”.
Siamo un ammasso di corpi che non vogliono stare insieme, ma siamo qua.
Dobbiamo stare qua.
Manca il respiro,
riesco soltanto a concentrarmi sulle voci che sento in lontananza,
fuori.
Al di là di queste mura la vita continua
…ma non per me.
E così mi sento a disagio, con una condivisione con gli altri non scelta,
forzata.
Impotente di fronte a ciò che accade fuori,
sola anche se in compagnia.
Il mio corpo non ha spazio per esprimersi e il senso di imposizione che mi danno queste 4 mura mi isolano,
lontano dal mondo.
Non c’è spazio per muoversi,
non c’è modo di vivere liberamente la mia fisicità, senza incontrarmi con gli altri.
Non si tratta di incontro con gli altri,
ma di scontro;
gli spazi vitali per essere liberi sono negati.
La mia persona non è capace di venire fuori in tutta la sua interezza.
Senso di oppressione,
voglia di spaccare tutto,
paura.
Rabbia,
apnea,
continuo a guardare quella fessura e vorrei abbatterla a testate.
Entri e non sai quando esci,
non conosci chi ti sta accanto.
Luce poca,
freddo.
Perché sono qui?
Suona il campanello ed io non posso andare ad aprire.
Sento dei passi e non vedo chi è,
non conosco.
Come passo i miei giorni?
Il reato che ho commesso è restare dentro.
Vedo che i compagni di cella escono ed io rimango a scontare,
non rido.
Paura,
angoscia,
insicurezza,
vulnerabilità,
vuoto,
buio.
Mi sento a disagio, il mio morale è a terra.
Sono rinchiuso.
Paura.
Lo spazio si è drasticamente trasformato,non c’è aria,
non c’è luce,
non riesco nemmeno ad immaginare uno spazio “altro”.
Siamo un ammasso di corpi che non vogliono stare insieme, ma siamo qua.
Dobbiamo stare qua.
Manca il respiro,
riesco soltanto a concentrarmi sulle voci che sento in lontananza,
fuori.
Al di là di queste mura la vita continua
…ma non per me.
E così mi sento a disagio, con una condivisione con gli altri non scelta,
forzata.
Impotente di fronte a ciò che accade fuori,
sola anche se in compagnia.
Il mio corpo non ha spazio per esprimersi e il senso di imposizione che mi danno queste 4 mura mi isolano,
lontano dal mondo.
Non c’è spazio per muoversi,
non c’è modo di vivere liberamente la mia fisicità, senza incontrarmi con gli altri.
Non si tratta di incontro con gli altri,
ma di scontro;
gli spazi vitali per essere liberi sono negati.
La mia persona non è capace di venire fuori in tutta la sua interezza.
Senso di oppressione,
voglia di spaccare tutto,
paura.
Rabbia,
apnea,
continuo a guardare quella fessura e vorrei abbatterla a testate.
Entri e non sai quando esci,
non conosci chi ti sta accanto.
Luce poca,
freddo.
Perché sono qui?
Suona il campanello ed io non posso andare ad aprire.
Sento dei passi e non vedo chi è,
non conosco.
Come passo i miei giorni?
Il reato che ho commesso è restare dentro.
Vedo che i compagni di cella escono ed io rimango a scontare,
non rido.
Paura,
angoscia,
insicurezza,
vulnerabilità,
vuoto,
buio.
Mi sento a disagio, il mio morale è a terra.
Sono rinchiuso.
Paura.
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