lunedì, dicembre 21, 2009

Nuovo suicidio in carcere: eguagliato il record nella storia della Repubblica


Ancora una vittima nelle prigioni italiane abbandonate a se stesse.

Ristretti Orizzonti ha reso noto che Marco Toriello, 45 anni, tossicodipendente, gravemente ammalato, venerdì scorso si è ucciso impiccandosi nella sua cella del carcere di Salerno. Si tratta del sessantanovesimo recluso che si toglie la vita dall’inizio dell’anno. Viene così eguagliato il ‘record’ del 2001: il numero più alto di detenuti suicidi nella storia della Repubblica. Il totale dei detenuti morti nel 2009 sale così a 171.

Anche stavolta, come in altri casi recenti, i famigliari non credono al suicidio e vogliono che la magistratura intervenga, disponendo un’indagine. E se è vero che ogni nuova morte in carcere si presta ad alimentare sospetti e polemiche ed i parenti hanno comunque il diritto di chiedere e ottenere una verità certa, l’attenzione alla singola vicenda non deve far dimenticare che le “morti di carcere” rappresentano sempre una sconfitta per la società civile.

Negli ultimi 10 anni nelle carceri italiane sono morte 1.560 persone, di queste 558 si sono suicidate. Per la maggior parte si trattava di persone giovani, spesso con problemi di salute fisica e psichica, spesso tossicodipendenti.

Le morti nei peitenziari sono una ogni due giorni e questo è inaccettabile. I decessi sarebbero molti meno se nel carcere non fossero rinchiuse decine di migliaia di persone che, ben lontane dall’essere “criminali professionali”, provengono piuttosto da realtà di emarginazione sociale, da storie decennali di tossicodipendenza, spesso affette da malattie mentali e fisiche gravi, spesso poverissime. Oggi il carcere è affollato da cittadini che hanno commesso reati di scarsa gravità ed in attesa di giudizio e il numero elevatissimo di morti è la conseguenza diretta di provvedimenti di legge solo repressivi: negli anni 60, i suicidi in carcere erano 3 volte meno frequenti di oggi, i tentativi di suicidio addirittura 15 volte meno frequenti e non certamente perché a quell’epoca i detenuti vivessero meglio.

Oggi il 30 per cento dei detenuti è tossicodipendente, il 10 ha una malattia mentale, il 5 è sieropositivo hiv, il 60 una qualche forma di epatite, in carcere ci sono paraplegici e mutilati, a Parma c’è addirittura una sezione detentiva per ‘minorati fisici’. Le misure alternative alla detenzione vengono concesse con il contagocce: prima dell’indulto del 2006 c’erano 60mila detenuti e 50mila condannati in misura alternativa, mentre oggi ci sono 66mila detenuti e soltanto 12mila persone in misura alternativa. Più della metà dei detenuti sono in attesa di giudizio, mentre 30.500 stanno scontando una condanna: di questi quasi 10mila hanno un residuo pena inferiore a 1 anno e altri 10mila compreso tra 1 e 3 anni. Molti di loro potrebbero essere affidati ai Servizi Sociali, ma non accade.

La politica ‘forcaiola’ e propagandistica voluta dal centro destra senza risolvere alcun problema ha peggiorato la situazione e promosso l’idea che chi sbaglia debba essere rinchiuso e lasciato in carcere. In vaste aree del Paese è financo diffusa l’idea che ’si debbono buttar via le chiavi’. La civiltà giuridica, che vorebbe la pena come mezzo per recuperare i responsabili di reati in Italia è in crisi e la passività nei confronti del problema dei morti in carcere è la testimonianza ulteriore di un imbarbarimento diffuso della società nazionale.

21 dicembre 2009

l'inviato speciale.com

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