domenica, gennaio 27, 2008

Giustizia: Eurispes; in Italia chi sbaglia non paga, se ci sa fare

"Nel nostro paese chi sbaglia non paga, soprattutto se ci sa fare". Lo dice l’Eurispes, nel capitolo riguardante la legalità in Italia, all’interno del Rapporto 2008 sul nostro paese. L’Istituto di studi politici, economici e sociali fotografa una realtà sociale in cui si fa "scempio dei diritti", in cui la giustizia è "ridotta a un campo di battaglia", dove "consumare vendette e scontri politici, personalismi e polemiche".
I processi sono lenti, "le carceri sempre più piene". Lo scenario, insomma, "è cupo": "uno scempio quotidiano - analizza l’Eurispes - di diritti e legalità, un processo farraginoso e incomprensibile, con costi e tempi che generano sfiducia e insicurezza. La giustizia è ridotta a campo di battaglia dove consumare vendette e scontri politici, personalismi e polemiche che accompagnano ogni vicenda giudiziaria. Parlare di legalità e giustizia non è facile.
Tanto più in presenza di cattivi esempi o modelli negativi che si ispirano a "filosofie" del tipo così fan tutti, così va il mondo, perché scaldarsi, non vale la pena (…). Nel nostro Paese chi sbaglia non paga, soprattutto se conta o ci sa fare. Grazie anche alla diffusione di condoni persino tombali, dell’indulto o di leggi mirate su specifici, particolari interessi. (...) Si aprono sempre più spazi all’Italia dei furbi, degli affaristi, degli impuniti. Legalità e giustizia non attraversano un buon momento, nel nostro Paese. Crisi e sofferenza, malessere e problemi si intrecciano inestricabilmente. È del tutto evidente che senza giustizia deperisce la qualità della convivenza. (...)".
"Ma la legalità non è soltanto questo. Il rispetto della legge conviene. Serve a evitare effetti dannosi per sé e per i terzi. Il parziale recupero di legalità, ottenuto con le inchieste avviate contro la mafia dopo le stragi del 1992-93 ha impedito al nostro Paese di diventare preda del potere criminale mafioso. Ha impedito che l’Italia diventasse un narco-stato, uno stato-mafia controllato da criminali stragisti. Se non ci fosse la mafia il Pil pro capite del Sud sarebbe sostanzialmente uguale a quello del Centro-Nord. La drammatica realtà delle mafie, oggi, è che esse hanno costruito una vera e propria "economia parallela", con guadagni giganteschi e con andamento sempre in crescita. Questa economia illegale pian piano risucchia nel suo gorgo commerci, imprese e forze economiche sane. (...)
L’Italia è poi al terzo posto per i morti sul lavoro con meno di 18 anni. La mortalità minorile è più del doppio rispetto alla media europea. Molto elevata è la percentuale degli infortuni occorsi agli immigrati, che hanno il 14 per cento di probabilità in più di subire infortuni sul lavoro. Il lavoro sommerso (che in Italia, secondo stime prudenziali, riguarda 3,5 milioni di persone), mostra un numero elevatissimo di infortuni: circa 225.000, dei quali 17.500 nel settore edilizio; ma sono infortuni che in gran parte, per forza di cose, restano sommersi.
L’Eurispes ci ricorda che, dal 2003 al 2006, abbiamo avuto più morti in Italia per infortuni sul lavoro (5.252) di quanti soldati della coalizione sono caduti nel corso della guerra in Iraq (3.520). Legalità come cardine della civile convivenza, legalità come vantaggio. Poi ci si scontra con la durata, spesso interminabile, dei processi (civili e penali) che frustra, con regolarità inesorabile ed invariata, le pretese di legalità dei cittadini (...)".
"Lo stato della giustizia nel nostro Paese è prossimo alla paralisi, ma ci sono alternative allo sfascio concretamente praticabili. A una condizione: che non si prosegua con il disimpegno amministrativo e con il perseguimento di un disegno che confonde il rilancio della giustizia con la normalizzazione dei magistrati. Il nostro sistema penale si caratterizza ormai per la compresenza di due distinti codici: uno per i "galantuomini" (cioè le persone giudicate, in base al censo o alla collocazione sociale, comunque per bene, a prescindere (...); l’altro per cittadini "comuni".
L’utilità, ormai, è il metro di valutazione dell’intervento giudiziario. Un metro che ha sostituito i tradizionali criteri della correttezza e del rigore. (...) La curva dei reati, nel nostro Paese (e pressoché ovunque nei paesi occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti) è stazionaria o addirittura in discesa. Secondo le rilevazioni del Ministero dell’Interno, c’è stato un calo dei reati commessi pari a 145.043. Il numero dei delitti resta molto elevato (2.791.279), ma sono in calo i reati cosiddetti "predatori" (scippi e furti), le rapine, le violenze sessuali, gli incendi, le estorsioni, i reati legati agli stupefacenti e gli omicidi. (...)
Qualche riflessione - infine - sul cambio di maggioranza delle ultime elezioni politiche e sulle aspettative che esso aveva originato in tema di legalità e giustizia. La nostra opinione è che tali aspettative siano andate fin qui deluse. Le leggi ad personam, che nella scorsa legislatura hanno imbarbarito il sistema, continuano a far "bella" mostra di sé. Le risorse destinate alla giustizia restano gravemente deficitarie.
La sostituzione della riforma targata Castelli è stata difficile, tortuosa e assai meno incisiva di quanto fosse lecito attendersi: utile forse in un’ottica di riduzione del danno, ma deludente in termini di reale rinnovamento. Più che edificare una nuova casa, si è restaurata la vecchia. In questo contesto emergono nella magistratura forti segnali di inquietudine e di insofferenza. Nuovi problemi, dunque, si affiancano a quelli antichi. Non è un’altra storia, ma un capitolo ulteriore della stessa vicenda che sembra non cambiare, neppure coi cambi di maggioranza".

fonte: Il Velino, 25 gennaio 2008

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